AssociazioneADOP-Ricerche

Associazione di volontariato ADOP - Associazione D'Ottavi Paolo

Home Associazione Dove siamo Paolo D'Ottavi News Contattateci Galleria foto Info cookie


Ricerche

Raccolta di studi sulla storia di Treba e dell'Alta valle dell'Aniene

"Gli Equi" - "Storia della città di Treba" - "La fine della Diocesi di Treba" - "La storia di S. Benedetto"
"Vallepietra" - "Jenne" - "Affile e Ciciliano" - "La fontana di Trevi"

Alla base delle ricerche l'infinito amore per il proprio territorio. L'augurio che esse possano rappresentare un valido strumento di studio e di consultazione per gli appassionati così come per gli specialisti, ma soprattutto che possano contribuire a far conoscere ed amare la terra d'origine.

Brano tratto dal libro: "Storia della città di Treba dalle origini al medioevo"

"Nel cuore della valle, dove nasce il fiume Aniene, da sempre l'affluente più importante del Tevere, sullo sfondo di una catena montuosa, alta più di duemila metri sul livello del mare, dominata dalla seconda vetta più alta del Lazio dopo il Terminillo, nota come monte Viglio, -(2156 s.l.m.)- e innevata un tempo sette mesi l'anno, spesso battuta da un aquilone sempre pungente, proprio lì dove i campi sono gelidi anche con il solleone, su un colle a schiena d'asino, detto colle Clemente, è posto l'abitato di Trevi, che domina le fredde valli sottostanti, e che grondava in passato di acque zampillanti. Potrebbe essere questa la presentazione, un poco retorica, di Trevi nel Lazio, un centro abitato, posto poco a valle delle sorgenti dell'Aniene, un fiume tra i più belli d'Europa e carico di storia. A descriverlo così, però, non è l'autore del presente volume, ma è stato Marziale, che, con i suoi epigrammi, è stato un grande fustigatore di costumi nell'antica Roma, e che ha dedicato, anche se in modo indiretto, a Trevi, un tempo Treba, il seguente epigramma":

Umida qua gelidas summittit Trebula vallesLì dove l'Aniene, che trabocca di acque,
et viridis cancri mensibus alget agerdomina gelide valli e la campagna è fredda anche
rura cleoneo nunquam temerata leonenei mesi del cancro, i campi mai violati dal leone
et domus Aeolio semper amica Noto,Argolide e la casa sempre battuta dall'Eolio Noto
te,Faustine,vocant:longas his exige messeschiamano te, o Faustino: su quei colli consuma
collibus; hibernum, jam, tibi Tibur eritlunghe estati. Tivoli, ormai, sarà per te l'inverno.


Raccolta n. 1 - La storia degli Equi

INDICE

I - LA STORIA DEGLI EQUI (Libro I)

- La Valle dell’Aniene nella storia e molto prima
- Il fiume Aniene
- I primi abitanti del Lazio e della valle dell’Aniene
- Il diritto romano, fondamento della moderna civiltà giuridica, è una derivazione di un
  antico cerimoniale equo
- La valle dell’Aniene cuore del territorio Equo
- La “fondazione” di Roma e l’Origine delle tribus
- Prime azioni militari tra Equi e Romani
- La conquista Romana della prima città Equa
- La Lega Latina
- Costituzione della lega latina
- La storia dei libri sibillini
- Le Tribus, l’istituto amministrativo fondamentale di Roma antica

II - LA STORIA DEGLI EQUI (Libro II)

- Il nome degli equi
- Equi, come e perché erano così chiamati dagli antichi Romani
- Tarquinio il Superbo ed Ottavio Mamilio
- Gli Equi e Menenio Agrippa
- Coriolano e i Volsci
- Gli Equi si alleano con Coriolano
- Roma, salvata dalla peste
- Gli Equi e Cincinnato
- La causa della distruzione della popolazione equa
- La definitiva sottomissione degli Equi

III - RICERCA STORICO BIBLIOGRAFICA


PRESENTAZIONE

Un Sindaco scrive con amore la storia della sua città! Paolo D’Ottavi, l’autore della Storia degli Equi, compie un atto d’amore per la propria città perché alla ricerca degli Equi trova le radici storiche della sua patria: Trevi. Paolo D’Ottavi raccoglie notizie, documenti; fruga tra gli archivi; sente le vibrazioni delle pietre, delle valli, dei monti; sfoglia la grande tradizione letteraria della civiltà classica alla ricerca di una traccia storica anche dove la preistoria la faceva da padrona. Un grande patrimonio fatto di tradizioni, di cultura, di sentimenti, di fierezza è fondamento di un’opera che vede la luce anni dopo la scomparsa del suo Autore.
È un Sindaco colui che scrive e, come sindaco, nella sua ricerca non può fare a meno di analizzare il territorio, di studiare le caratteristiche non solo idrogeologiche e ambientali, ma specialmente amministrative. ne esce un interessante affresco dove le leggi, le norme, le consuetudini diventano amalgama per ricostruire una civiltà lontana, che avrebbe affondato, altrimenti, le sue radici nel buio della vita primitiva.
Nasce la storia degli Equi, nasce la storia di Trevi. Gli Equi cessano di essere un popolo oscuro. Paolo D’Ottavi ne ricerca le origini attraverso l’opera di Dionigi di Alicarnasso, Tito Livio, Plutarco, Virgilio, Cicerone. Si richiama a Diodoro Siculo, Strabone. E ricollega la storia della Valle dell’Aniene e del primo insediamento equo di Trevi a vicende di città più famose: Tivoli, Preneste (Palestrina), Labico. Emerge la storia di un vasto territorio, dove alla fine del III sec. a. C. sorse, per opera dei Romani conquistatori, la Tribù Aniensis. La civiltà degli Equi confluì nella possente civiltà romana. La civiltà degli Equi di Trevi fu nobilitata dalla conquista romana che riconobbe il valore dei vinti e li denominò “equi” ossia “giusti”. Al di là della correttezza dell’etimologia (altre fonti la collegano ad un locativo derivante dal termine aequum - con il significato di “pianura” -, indicando quindi gli Equi in quanto “abitanti della pianura”. In epoca storica, tuttavia, furono stanziati in un territorio prevalentemente collinoso) l’amor patrio fa dire a Paolo D’Ottavi mirabilia del popolo che abitò le antiche contrade di Trevi: un popolo fiero, un popolo onesto, coraggioso, saldo come le rocce delle sue montagne. Gli Equi depositari dell’antico diritto feziale, depositari del diritto sacro relativo ai trattati di alleanza e alle dichiarazioni di guerra, garanti dei patti giurati e giudici di chi mancava alla parola data.
Roma, sostiene D’Ottavi, rafforzò la sua espansione conquistando il territorio abitato dalle primitive genti che si insediarono sul colle dell’oppidum trebano. I Romani sottomisero gli Equi e la ragione della loro annessione nell’orbita della nascente Roma viene trovata nei Libri Sibillini. Roma sottomise gli Equi di Trevi per attingere alla fresca e limpida acqua dell’Aniene. Forse ci fu un grande genocidio, sostiene D’Ottavi. I libri sibillini indicavano il fatale destino degli Equi insediati sulle sponde dell’Aniene; l’Aniene era in questi libri indicato come fondamentale risorsa idrica dell’Urbe. Questo evento tragico, avvenuto intorno al 304 a. C., determinò la successiva integrazione nell’organizzazione amministrativa romana: gli Equi furono riuniti ed assegnati nella Tribus Aniensis. Che cos’è la tribus per Roma? “Un organismo amministrativo, che può essere oggi definito con il termine distretto o circoscrizione. … L’urbe, in verità, è solo l’effetto di una integrazione di comunità diverse, che già esistevano nell’area”, sostiene Paolo D’Ottavi.
Conclude la prima parte del libro una dotta disquisizione sull’origine e significato del termine tribus: dal verbo latino tribuo o dal termine tributum? D’Ottavi propende per un’etimologia che si riferisce alla divisione in tre parti della città di Roma. Tre tribù: dei Ramni, dei Tizi, dei Luceri; tre derivazioni territoriali: i Ramni dagli Etruschi, i Tizi da Tito Tazio, i Luceri dagli Albani. La suddivisione dell’Urbe in tre tribus fu dapprima un’esigenza etnica; poi divenne una necessità amministrativa, per cui le tribus acquisirono compiti distrettuali. Sono l’indizio di una grande riforma sociale. Da tre le tribù della città di Roma divennero quattro e, dette “urbane”, si distinsero da quelle “rustiche”, costituite per integrare nel tessuto romano tutte le città latine, che via via venivano assorbite in Roma e ne accettavano il ruolo di città guida.
Gli Equi che ruolo ebbero nell’avanzata politica di Roma? D’Ottavi amplia la sua dotta disquisizione ad un’ampia ed erudita analisi delle fonti, da quelle del passato classico alle più moderne e scientificamente documentate. Sotto la veste dello studioso che indaga con acribia, palpita il trebano autentico che esalta la forza e la fierezza dei suoi antenati antichi.
Dall’esame dell’origine e del significato del nome “equi” all’indagine sulle città eque, alla ricerca della spiegazione più valida del perché il popolo equo fu distrutto dai Romani, all’analisi dei sottili intrecci politici che portarono gli Equi ad allearsi con Coriolano, ai drammatici eventi delle guerre che gli Equi combatterono con spirito indomito e bellicoso. Un affresco vivace descrive Paolo D’Ottavi, una grande testimonianza di vasta cultura, espressa con brio e passione civile.
L’agile volume si conclude con la descrizione della fine del popolo degli Equi, dopo una lunga, sanguinosa e terribile battaglia. Gli Equi entrarono nell’orbita di Roma e si aprì una nuova pagina di storia: un popolo misterioso e sconosciuto, quello degli Equi, venne integrato nella società romana inserito nella tribù dell’Aniene, la più grande tribù territoriale della Repubblica romana. Ancora ai tempi di Cicerone la Tribus Aniensis insieme con la Tribù Teretina decideva il risultato delle elezioni in Roma.
Nella terza parte del libro Paolo D’Ottavi riporta con perizia certosina tutte le fonti classiche relative agli Equi e, naturalmente, alla loro civiltà e al vasto territorio da loro abitato. L’Autore si cimenta nella traduzione dal greco e dal latino e ci aiuta nella non facile interpretazione della civiltà equicola. Non possediamo fonti direttamente equicole; conosciamo gli Equi attraverso le citazioni dei vincitori romani, attraverso le descrizioni dei geografi antichi.
Gli Equi non avevano tradizione scritta, appartenevano ad una civiltà fondata sulla trasmissione orale delle proprie memorie. Una perdita gravissima di conoscenza? Un vuoto incolmabile di notizie certe e certificate? non è così. Tra le fonti riportate da Paolo D’Ottavi forse la più importante è la trascrizione del Cippo Marmoreo conservato nell’Antiquarium del Palatino (n.10866), rinvenuto il 22 agosto 1862 negli Orti Farnesi (CIL, VI, 1302).

FERTER RESIUS
REX AEQUEICOLUS
IS PREIMUS
JUS FETIALE PARAVIT
InDE P. R.
DISCIPLEInAM EXCEPIT

Ferter Resius
Re equicolo
Per primo istituì il diritto feziale
In seguito il Popolo Romano
Fece propria la norma.


Agli Equi è attribuita l’origine dello Ius Fetiale, ius dai contenuti religiosi ritenuti dagli stessi Romani di importanza essenziale per la vita della comunità. Gli Equi ideatori dello jus fetiale! Anche se altri storici antichi, tra cui Dionigi d’Alicarnasso che cita Gellio, sostengono che il cerimoniale feziale appartiene alla città di Ardea, antica città volsca, Paolo D’Ottavi, nella sua appassionata difesa della città natale, è convinto assertore dell’origine trebana di tale jus. È incredibilmente forte questa asserzione; ci riporta ai magnifici versi De’ Sepolcri di Foscolo:

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’ altrui
(Ugo Foscolo, De’ Sepolcri, vv. 91-93).

Trapela da questi versi un senso del sacro non come semplice ingenua venerazione dell’ignoto, ma come tentativo di dare senso alla vita umana e di “illuminare” di affetti e di ideali la “sotterranea notte” della morte. Così gli Equi, con l’incredibile “invenzione” dello jus fetiale, escono dalla durezza della preistoria e aprono il cammino ad una relazione tra i popoli, nella quale anche la guerra diventava civile, perché assoggettata a regole e norme superiori alla violenza bruta.
Paolo D’Ottavi ha profuso impegno e ingegno nello scrivere questa poderosa opera della Storia degli Equi, una storia che non è solo storia di un popolo estintosi oltre duemila anni fa, di un popolo la cui origine si perde nella notte dei tempi e nelle pieghe più profonde della mitologia. È storia del “Presente”! Gli Equi non sono finiti perché assorbiti nell’alveo del popolo romano; gli Equi continuano a vivere ancor oggi, abbarbicati nella fierezza di una popolazione austera e gentile al tempo stesso, che abita le case di Trevi nel Lazio e ancora attinge linfa dal precipite e fresco fiume Aniene.

Ferentino, 20 novembre 2013

Biancamaria Valeri



PREFAZIONE

Il racconto della storia degli Equi, scritto da P. D’Ottavi, procede retto e completo; i fatti narrati si seguono con ordine, completandosi e spiegandosi a vicenda, così quando trattano del diritto fetiale, della cultura degli Equi, delle città più importanti, della formazione della lega latina, delle guerre coi romani, fino alla definitiva sottomissione di questi popoli.
Si nota una preoccupazione di chiarezza, direi un desiderio di far comprendere ciò che si riporta, con citazioni di fatti collaterali, che producono un arricchimento di notizie.
Abbondano citazioni di autori antichi per restare fedeli alle fonti e ciò dà ai testi il senso della certezza. Importante il ricordo del diritto fetiale degli Equi e poi praticato dai Romani, che dà valore più al dialogo che alla guerra nei dissidi, cosa che fino ad oggi si fa fatica a comprendere.
Il capitolo della fondazione di Roma appare molto ricco di particolari e di indicazioni, che l’autore fa bene a ricordare, perché spesso sfuggono anche ai più accorti cultori di storia.
Gli eventi storici, avvenuti durante i re di Roma, dall’astuto re Tarquinio il Superbo fino a Servio Tullio, vengono descritti con ordine, presentati come in un vasto panorama, dove si muovono fatti e personaggi, sempre dietro la guida dei grandi scrittori antichi.
La leggenda dei libri Sibillini è bene messa nella storia degli Equi, spiegandone l’inserimento finale nella popolazione romana.
La questione della diversità dei nomi Equi ed Equicoli viene affrontata con citazioni di autorevoli autori moderni, latini e greci, con riferimenti preziosi di fatti riguardanti questo unico popolo degli Equi o Equicoli.
Seguono le note guerre coi romani ed alcune descrizioni dei famosi condottieri della potente Urbe, sempre con ampie riferimenti storici, che spiegano i fatti di conquista di questa e le alleanze con gli altri popoli vicini.
Di grande utilità, stimo, la ricerca storico bibliografica finale, che raccoglie le fonti e i documenti principali, riguardanti la vita e le vicende misteriose e sconosciute degli Equi e i rapporti che essi ebbero con l’antica Roma.
Essa è messa come coronamento di ciò che è stato scritto e diffusamente spiegato, dando a tutto il testo il senso della serietà e della retta volontà di consegnare al lettore una preziosa guida alla conoscenza di queste antiche popolazioni.

Don Fernando De Mei



LA STORIA DEGLI EQUI

Libro I

La Valle dell’Aniene nella storia e molto prima

Degli abitanti della Valle dell’Aniene pochissimi, forse, sono a conoscenza che il fiume Aniene, prima che i Romani lo denominassero così, era detto “Trebula”. E pochissimi sanno che, nell’attuale Lazio, la più antica presenza umana è stata accertata nella valle dell’Aniene, detta ai tempi di Cicerone “ager trebulanus”. Con questo toponimo, infatti, in epoca romana, veniva indicato il territorio, che da Monte Sacro, oggi uno dei quartieri di Roma, si estendeva fino all’antica città di Treba, da cui il fiume prendeva il nome. E’ certo, in ogni caso, che nella valle dell’Aniene era presente, circa 80 mila anni fa, un paleoantropo, un uomo preistorico, detto comunemente, in letteratura, uomo di Neandertal, che si dice vissuto tra centomila e trentamila anni prima di Cristo, del quale i primi resti sono stati rinvenuti a Neander, vicino Dusserdorf, in Germania.
L’uomo, rinvenuto nel 1856 a Neander, i cui resti sono databili fino a 50 mila anni prima di Cristo, ha preso il nome dalla cittadina tedesca, in cui è stato scoperto ed ha dato, a sua volta, il nome a tutti gli individui omeomorfi rinvenuti successivamente, mentre i resti del paleoantropo laziale, più antico dell’uomo di Neander, ma che aveva gli stessi caratteri morfologici, fu detto uomo di Sacco Pastore, dal nome della omonima via, situata in Monte Sacro.
L’eccezionale rinvenimento e la sensazionale scoperta dell’uomo di Sacco Pastore si è verificata il 13 maggio del 1929, allorché fu trovato un cranio, attribuibile ad uomo neanderthaliano, nella riva sinistra del fiume Aniene, poco lontano dalla confluenza del fiume con il Tevere. Per lungo tempo si è creduto che l’uomo di Neandertal o uomo di Sacco Pastore, fosse un ominide, un essere dalle forme scimmiesche e dai comportamenti assolutamente primitivi, ma oggi, dagli accertamenti effettuati sui resti di altri paleoantropi, -(rinvenuti in Gibilterra, a La Chapelle e nella grotta di Kebara, sul monte Carmelo, in Israele)- si avanzano ipotesi molto diverse.
Secondo studiosi moderni, infatti, l’uomo di Neandertal, era alto circa cm 160, aveva piedi lunghi, correva velocemente, sapeva articolare parole simili alle nostre, aveva un aspetto gradevole, assimilabile a quello di un nordico, più simile, di quanto si creda, a noi. C’è chi ha scritto che “non c’è alcun motivo per supporre che l’andatura dell’uomo di Neandertal differisse molto da quella dell’uomo moderno e se si potesse farlo rivivere e metterlo, dopo averlo lavato rasato e vestito in abiti moderni, sulla metropolitana, c’è da chiedersi se attirerebbe l’attenzione più di certi altri abitanti della città!” Il paleoantropo, detto uomo di Sacco Pastore, non rappresenta l’unica presenza di uomo preistorico nel Lazio, rinvenuta nell’ager trebulanus.
Sono stati rinvenuti altri resti, oltre che in Monte Sacro, anche in un altro sito della valle dell’Aniene: in una grotta della località detta Capoceraso, sulle sponde del fiume Aniene, nel 1968. La scoperta del cranio in via Sacco Pastore del 1929, infatti, avvenuta in una cava del duca Mario Grazioli, preceduta da rinvenimenti di fossili di elefante e di ippopotamo, e ufficializzata dall’antropologo Sergi, ebbe una prima conferma nel 1935, allorché fu trovato un altro cranio, nella stessa cava: è stato anche accertato che il primo cranio apparteneva a individuo femminile, mentre quello del 1935 apparteneva a essere umano maschile. E però vi è stata anche una seconda conferma della presenza di paleoantropi nella valle dell’Aniene, che si è avuta nel 1968 ad opera del maestro Giuseppe Mari e di S Biddittu. Pochi conoscono l’avvenimento, ma è certo che nella grotta di Capoceraso, posta sotto Altipiani di Arcinazzo, nel versante dell’Aniene, in un’area quasi equidistante da Trevi nel Lazio, Ienne e Vallepietra, sono stati rinvenuti dei resti di cranio di altro uomo preistorico dalle stesse caratteristiche morfologiche di quelli di Sacco Pastore.
I resti, di cui Biddittu ha scritto, nel Bollettino n. 3 del 1967/68 dell’Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale, sono stati esposti in una mostra, organizzata dalla Università di Roma intorno agli anni 80. Tenuto conto che l’uomo neandertaliano è considerato il progenitore dell’uomo di Cro Magnon, altro uomo preistorico, rinvenuto in una grotta omonima in Francia, nella Dordogna, che è a sua volta il progenitore dell’uomo attuale, le conclusioni, che si dovrebbero trarre, sono semplicissime: la valle dell’Aniene è stata certamente, nel Lazio, la culla della preistoria e della storia, come le vicende, che più avanti esporremo, confermeranno, e però prima si rende necessario, anche per capire i cambiamenti che spesso nel territorio si verificano, parlare del fiume Aniene.

Il fiume Aniene

Un bellissimo epigramma di Marziale, dedicato al senatore romano Faustino, -(fratello di Vespasiano, zio di Diocleziano, e padre di san Clemente IV vescovo di Roma)-, ricorda l’Aniene ai tempi dell’impero, in questo modo:

Lì dove l’Aniene, che trabocca di acque, domina gelide
valli, e i prati verdi son freddi anche nei mesi del cancro,
i campi, mai spaventati dal leone argolide
e la casa sempre amica dell’Eolio Noto,
Chiamano te, o Faustino. Tra quei colli consuma
le tue lunghe estati: Tivoli sarà per te l’inverno.

A vedere oggi l’Aniene non può certo dirsi che trabocchi di acque, e la scarsezza delle acque fa sorgere qualche dubbio sulla affermazione di Marziale: il fiume è ridotto attualmente quasi ad un ruscello. Le cause di tanta riduzione di acque oggi si crede siano legate all’incondottamento dell’acqua del fiume presso la sorgente del Pertuso(1), per l’alimentazione della centrale idroelettrica detta di Comunacque(2). Le cose non stanno così.
Ai tempi dell’antica Roma l’Aniene era un fiume, che traboccava di acque. Il fiume era alimentato non da una sola grande sorgente, come quella del Pertuso, ma da altre quattro grandi sorgenti, che emergevano nella attuale valle di Pietromanito, sotto campo Catino, dove soprattutto era posta la maggior parte dell’abitato di Trevi. Documenta questa realtà idrografica la carta del 1693 di Filippo Ameti , che indica, anche se non con la precisione della carte di oggi, il sito delle diverse sorgenti. Il fatto è confermato da alcuni eventi calamitosi, che nel passato hanno coinvolto l’Aniene. Sono infatti ricordate alcune tragiche alluvioni, rimaste famose per i danni provocati dalla irruenza delle acque. La prima di cui si ha memoria è quella ricordata da Giovenale, nella lettera scritta a Macrino, di cui si trascrive la versione letterale:
“Plinio saluta il suo Macrino: anche lì il cielo è tempestoso e scuro? Qui ci sono continue bufere e frequenti acquazzoni. Il Tevere è uscito dall’alveo e dalle rive più basse straripa più abbondantemente. Nonostante i canali, che il più previdente imperatore scavò, il fiume scarica la sua acqua nelle valli, inonda i campi e dove c’è un suolo piano, si vede l’acqua al posto del terreno. Di poi rimanda indietro, come se gli andasse incontro, quei fiumi, che solitamente sfociano nelle sue acque e insieme trascina, e così, con altrui acque, inonda i campi, che non invade egli stesso.
L’Aniene, il meno violento dei fiumi, che per questo sembra convogliato e trattenuto dalle ville poste sulle sue rive, ha schiantato e strappato per gran parte i boschi, dai quali era ombreggiato. Corrode monti ed in conseguenza degli argini formatisi, in molti punti del suo corso, a causa di frane consistenti, cerca di aprirsi un varco, abbattendo gli edifici e si riversa sopra le rovine, portandole via. Coloro che sono stati colti da quella calamità in luoghi più elevati, hanno potuto vedere lì gli arredi e i pesanti soprammobili dei ricchi, altrove degli attrezzi agricoli, altrove ancora buoi, aratri, bovari, lì armenti dispersi e in abbandono, ma anche tronchi di alberi, travature di ville fluttuanti disordinatamente e per ogni dove. Non sono mancati i danni nemmeno dove il fiume non è arrivato. Infatti, in luogo del fiume, una pioggia continua e turbini di pioggia scatenati dalle nubi, dopo aver rotto i muri che cingono i terreni più curati, hanno abbattuto ed anche divelto monumenti sepolcrali. Molti colpiti da eventi siffatti, sepolti e inghiottiti dalle acque hanno aggiunto ai lutti i danni”.
L’alluvione dell’anno 1305, descritta dal Mirzio, monaco benedettino sublacense, che l’ha ripresa dai documenti benedettini dell’epoca, è però più indicativa, perché descrive il fenomeno nelle vicinanze delle sorgenti. Si riporta il brano del Mirzio, tratto dal Chronicon Sublacense nel capitolo XXIII, dedicato alla distruzione del lago romano, fatto costruire dall’imperatore Caligola o Claudio, che era posto sotto l’attuale monastero di santa Scolastica: “nel 1305 d.c., vacante la sede abbaziale, il giorno 20 del mese di febbraio, si scatenò dai monti Simbruini e dai monti circonvicini, una alluvione, -(che nessuno ricordava a memoria d’uomo, o che la storia avesse tramandato)-, così inusitata a causa di piogge persistenti e continue, e da acque sciolte da ghiaccio consolidatosi da nevi, da aversi il dubbio che si era originato un nuovo diluvio universale. Infatti tale era la furia dei venti, che si azzuffavano, che le cime nevose dei monti erano sollevate dai venti contrari, per la quale terribile alluvione non solo erano pieni di acque i prati della Valle santa, ma anche i canali dei campi, divenuti simili a fiumi e torrenti, cosicché i terreni qua e là erano stati trasformati in stagni e le vie ed i percorsi erano irriconoscibili.
I monaci del monastero di santa Scolastica, per vero, temendo, per l’enorme crescita del fiume, che potesse accadere qualcosa di peggio, a mezzo di due più animosi fra i monaci, fecero togliere dal culmine del muro di sbarramento del lago alcune pietre grandissime, in modo che l’incredibile accumulo delle acque più rapidamente defluisse. Anzi l’impeto della inondazione fu così violenta che il muro non la poté sostenere in alcun modo, ma crollò franando a terra ed anche il muro più basso del lago subì la medesima violenza della spinta, perché non potendo sopportare la violenza delle acque, abbattuto rovinò a terra. Questa alluvione ininterrotta non solo abbatté qualsiasi edificio vicino, che incontrava, ma anche i ponti, sebbene le fondazioni fossero stabili, in un attimo li mandò in rovina e lì divelse: infatti sradicò anche le fondamenta del ponte Pantanello. Per la stessa violenza i ben costruiti molini della Mandra furono abbattuti. Di poi le acque del lago attraverso la valle sublacense rovinata con terribile fragore nella valle del campo del Varco, si portarono via, per la rapidità delle onde, i contadini occupati nei campi, tanto che non diede il tempo ai miseri, assaliti dalla improvvisa calamità, per l’aumentata violenza della corrente del fiume, di portarsi in luoghi più elevati: i campi era coltivati per lunghe distese e miseramente perirono senza distinzione uomini e greggi. La valle dell’Aniene per questo orribile diluvio per lunghissimi tratti, essendo state strappate ville, i campi seminati, le piantagioni, gli armenti cambiò volto.
Ancora oggi si vedono gli antichissimi resti di ambedue i muri del lago, e di ambedue viene fatta menzione nel beneficio del fu pontefice Nicola I°. Quale e quanto sia stato lo spessore del muro del lago superiore lo prova la maggior parte di esso, che sta come uno scoglio, che ancora si vede nel fondo più basso della valle, che viene detta Pedilago”.

A vedere, oggi, il corso del fiume Aniene, la sua portata idrica, nessuno riuscirebbe a pensare ad un diluvio, capace di costituire un qualche pericolo per gli abitati nell’alta valle dell’Aniene, perché, come è stato accennato, numerose sorgenti del fiume, se si fa eccezione per quella del Pertuso, sono scomparse. Quattro emergenze idriche, -(di portata non inferiore a quella del Pertuso)-, formavano, nella valle di Pietromanito, posta sotto campo Catino, detta oggi anche valle dell’Arco, dalla denominazione che in epoca recente si è data alla monumentale ed originaria porta della antica città di Trevi, situata in un orlo della valle, un grosso corso fluviale. La scomparsa delle sorgenti non risale a più di quattro secoli fa, perché sono riportate con precisione, insieme a quella del Pertuso, nella carta di Filippo Ameti del 1693-1696.


Nessuno deve meravigliarsi del fenomeno, perché il livello delle acque superficiali, soprattutto da duemila anni a questa parte, nel territorio simbruino si è abbassato enormemente: sono scomparsi, per dare delle indicazioni di quanto accaduto in altri territori, fiumi come l’Algido, laghi come quello Regillo, famoso per la vittoria militare dei Romani, aiutati nella circostanza dai dioscuri Castore e Polluce, contro la lega latina. Nessuno, oggi, conosce esattamente dove queste emergenze idriche scorrevano o erano poste. Anche le quattro sorgenti dell’Aniene sono scomparse come emergenze superficiali, ma hanno formato o meglio ingigantito il bacino sotterraneo, che confluisce da sempre nell’area di Ponte delle Tartare. L’incremento del bacini sotterraneo e le spinte della enormi masse d’acqua in movimento hanno cambiato nel corso dei secoli notevolmente l’idrografia della zona. Effetto della confluenza delle acque sotterranee nell’area di Ponte, anche prima che scomparissero le quattro sorgenti, poste nella valle di Pietromanito, è certamente la riemergenza idrica dell’inferniglio di Ienne. Effetto della scomparsa di queste sorgenti è la riemergenza idrica, detta sorgente della Foce, che in passato si formava dalla tracimazione del bacino sotterraneo della zona, fenomeno che però oggi non si manifesta più, perché sono comparse emergenze idriche più a valle. Forse la sorgente di Coceraso è una di queste riemergenze, certamente la sorgente della Mola, che è comparsa solo da qualche anno poco sotto Ponte delle Tartare e poco a valle del sito dell’ultimo dei laghi romani, nella circostanza in cui l’acqua della foce non è più defluita nel proprio alveo e non è più confluita nell’Aniene.

Note:

1) Il toponimo Pertuso o Portuso è tratto dal nome comune pertugio, una fessura, sita in località Pantano, apertasi ai piedi della montagna di san Leonardo, da cui fuoriesce, oggi la più grande sorgente del fiume Aniene.

2) Il toponimo di Comunacque non prende il nome dalla confluenza del Simbrivio con il fiume Aniene, ma dal sito, dove si aveva la comune proprietà delle acque tra il monastero di san Benedetto in Subiaco e la città di Trevi. Il monastero sublacense, a partire dal sito della originaria villa di Nerone, -(dove , nell’855 d.c., i Benedettini spostarono la casa madre, che originariamente era il monastero di san Salvatore)-, si è, infatti, ingrandito territorialmente nel corso dei secoli a danno del territorio della città di Trevi. La località Comunacque prese il nome proprio dal fatto che in quel sito le acque del fiume Aniene appartenevano intorno al mille sia alla città di Trevi che al monastero sublacense.

I primi abitanti del Lazio e della valle dell’Aniene

Secondo Dionigi di Alicarnasso, che ha lasciato un compendio di storia romana, giunto a noi incompleto e noto col titolo “Romanorum Antiquitates”, i primi abitanti del Lazio e della valle dell’Aniene furono i Sicoli, la popolazione più antica, che abitò, secondo lo storico, il centro Italia. I Sicoli furono cacciati dagli Aborigeni, una popolazione, che si insediò sul posto, vivendo in villaggi sui monti, senza protezione di mura e senza aver cacciato del tutto i Sicoli, i quali però furono definitivamente allontanati dai Pelasgi, popolazione, giunta nel centro Italia dalla Tessaglia, che diffuse la cultura della protezione dei villaggi con mura.
Gli Aborigeni ed i Pelasgi, che convissero nell’area, mantennero il proprio nome, finché non furono chiamati Latini, dal re Latino, che li comandava, e dal quale il Lazio prese il nome. Ai tempi dell’antica Roma diverse erano le ipotesi sull’origine degli Aborigeni. Alcuni, infatti, li dicevano protogeni, cioè popolazione originaria del posto, altri li dicevano popolazione nomade come i Lelegi, altri li dicevano un ramo dei Liguri. Dionigi, però, crede, seguendo Marco Porcio Catone e Caio Sempronio, che gli Aborigeni fossero discendenti degli Enotri di Arcadia, e che si insediarono nell'area dopo aver cacciato dalla regione gli Umbri ed i Sicoli. Agli Aborigeni, per tutti gli storici antichi, successivamente, si aggiunsero sul territorio i Pelasgi, che si erano allontanati dalla Tessaglia, i quali inizialmente si appropriarono del territorio, allora occupato dagli Umbri, e poi, dopo aver evitato inutili scontri di sangue, si accordano con gli Aborigeni per occupare la regione del centro Italia, cacciando definitivamente i Sicoli.
I Pelasgi, che col tempo si dispersero in terre diverse, furono anche chiamati Tirreni (gli Etruschi, come li indica Plutarco?) dalla terra che occupavano e dalla pratica del mare, in cui eccellevano. Nel territorio intorno a quello, che sarà di Roma, si sarebbe avuto però nel tredicesimo secolo prima di Cristo (sessanta anni prima della guerra di Troia), l'arrivo degli Arcadi di Evandro, che dopo aver abbandonato Pallanteo, città dell'Arcadia, furono ospitati dagli Aborigeni, e si insediarono sul Palatino, che prese tale denominazione forse dalla città di Pallanteo, o forse dal sepolcro dedicato a Pallante, un nipote di Evandro, nato da Launa (Lavinia?), figlia di Evandro e da Ercole. Degli Aborigeni e di Evandro scrive anche Tito Livio, che si limita, per quanto riguarda gli Aborigeni, a ricordare la subitanea amicizia con i Latini e con Enea. Sono state riportate le teorie sulla prima popolazione dell’attuale Lazio, che sono, però, solo frutto di pura fantasia, derivate dalla cultura del mondo ellenico, che l’antica Roma fece propria, ma che ben poco ebbe a che fare con il territorio dell’antico Lazio.
La scoperta dell’uomo di Sacco Pastore dimostra che la Valle dell’Aniene ha avuto una continuità di presenze umane preistoriche fino agli Equi, che non potevano mai essere interrotte, proprio per le caratteristiche del territorio, e ciò fino a che i Romani non sottomisero la valle dell’Aniene. E però la prima popolazione, la cui presenza nella valle dell’Aniene, è storicamente accertato, risale a 1500 anni prima di Cristo, è quella degli Equi, che aveva il centro della nazione in città poste lungo il fiume. Il nome “Equi”, tipicamente latino, sta ad indicare che la popolazione era organizzata sul diritto, e si può ben affermare che il diritto romano, dal quale l’odierno occidente ha tratto il proprio ordinamento, è stato un ampliamento successivo del primitivo diritto equo, noto come diritto Feziale. Gli Equi era una popolazione insediata, oltre che lungo l’Aniene, lungo e nei pressi delle sorgenti del fiume Liri, del Salto, dell’Imella, del Sacco e dell’Algido.
Quando la storia ricorda gli Equi nella valle dell’Aniene, il territorio, oggi detto Lazio, era abitato, a Nord dell’area Romana, -(appartenente agli Albani, successivamente detti Latini)-, dagli Etruschi e dai Sabini e a sud dai Volsci, dagli Equi e dagli Ernici, che era la popolazione meno consistente ed occupava una lingua di territorio, -(quello di Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli e Frosinone)-, posto fra i Volsci e gli Equi Il più antico segno della presenza equa è stato rinvenuto nel territorio dell'attuale Ienne. E’ stata, infatti, recentemente trovata, -(e ne è stata data notizia nel convegno tenutosi a Santa Scolastica in occasione delle celebrazioni del XV secolo di fondazione benedettina dalla dottoressa Lucia Menotti della Archeologica per il Lazio), una spada risalente ad epoca protostorica, datata intorno al XV secolo avanti Cristo, che costituisce e rappresenta il più antico documento, che si conosca, della presenza degli Equi nel territorio della valle dell'Aniene. Ma l’arma di Ienne non è l’unica rinvenuta nella Valle: nel territorio di Vallepietra è stata ritrovata una spada simile, di cui però nessuno sa che fine abbia fatto, mentre una spada analoga è stata rinvenuta, ancor più recentemente, nel territorio di Riofreddo e nell’equicolano.

Il diritto romano, fondamento della moderna civiltà giuridica, è una derivazione di un antico cerimoniale equo

La popolazione degli Equi è, forse, la più antica gente, insediata nel centro Italia. La presenza del paleoantropo, detto uomo di Sacco pastore, i cui resti sono stati, però, rinvenuti solo nella valle dell’Aniene, da Monte Sacro a Trevi, ne è la prova inequivocabile. Fino ad oggi, e prima del rinvenimento del paleoantropo, le poche notizie amministrative e demografiche, che sono giunte a noi, vengono tratte esclusivamente dagli storici latini e greci, che si sono interessati alle vicende di Roma antica.
Tito Livio, in particolare e Dionigi di Alicarnasso, costituiscono le principali fonti, ma anche Plutarco ha ricordato spesso gli Equi, soprattutto nelle “Vite Parallele”. Ha nociuto alla storia degli Equi il fatto di essere insediati nella valle dell’Aniene, che i Romani, come risulta dagli antichi Libri Sibillini, da subito individuarono come la risorsa idrica più importante per la loro sopravvivenza e per la loro crescita. Tutto ciò che si sa degli Equi, -(popolazione autoctona, che ha abitato la valle dell’Aniene, ma anche il territorio dell’Algido, le aree delle sorgenti del Liri e la valle del fiume Imella e del Salto)-, lo si trova nelle fonti latine e greche, che raccontano le vicende dell’antica Roma. Gli storici antichi, che, incidentalmente, si trovano a scrivere della popolazione equa, sono Tito Livio, Dionigi D’Alicarnasso, Diodoro Siculo, ma ricordano la popolazione equa anche studiosi come Plutarco e il geografo Strabone.
Nonostante l’occasionalità e la limitatezza degli eventi, narrati dagli storici e studiosi antichi, che menzionano gli Equi, è possibile individuare anche oggi il territorio che occupavano, le città che ne facevano parte, la loro cultura e la notevole civiltà. Da Tito Livio si sa che la popolazione degli Equi abitava sulle cime dei monti, naturalmente difesi, dove non occorrevano cinte murarie per guardarsi dai nemici. Dagli storici, in generale, e specificatamente da un cippo marmoreo, custodito nell’antiquarium del Palatino di Roma, si sa che la popolazione degli Equi era la più avanzata nel diritto di tutte le popolazioni dell’epoca e il cerimoniale, che regolava i rapporti fra popoli vicini, fra città confinanti, veniva indicato dai Romani, come Jus Fetiale, cioè diritto feriale, termine quest’ultimo di sicura derivazione equa. L’amministrazione degli Equi era tale che a capo di ogni cittadinanza vi era un re o un principe, coadiuvato da un consesso, formato dai maggiorenti della città.
Dei re delle città eque, quando Roma da poco si era costituita ad urbe, è giunto fino a noi solo il nome del re Resio o Erresio, al quale in Trevi nel Lazio è stata dedicata una via. All’epoca del re Resio, cioè ai tempi di Numa Pompilio, i Romani fecero proprio il diritto feziale, che era esercitato da sacerdoti-ambasciatori, detti per questo Feziali. A istituire il diritto degli Equi in Roma fu Numa Pompilio, il quale, non sapendo come risolvere i problemi connessi con le scorrerie ed i furti della vicina città di Fidene nei confronti dell’urbe, istituì, lo ricorda Dioniogi di Alicarnasso, il collegio dei sacerdoti feziali. Questi erano i compiti dei sacerdoti feziali, che i Romani presero dagli Equi, successivamente sviluppato nel diritto romano, fondamento ancora oggi della odierna civiltà occidentale: dovevano impedire che i Romani muovessero guerre ingiuste, dovevano mandare ambasciatori a quelle città che rompevano i trattati di alleanza, chiedendo ragione prima con le parole e, solo in caso di mancato accordo, di aver ragione nei loro confronti con le armi. I Feziali intervenivano anche in occasione di torti subiti, prendendo i colpevoli e consegnandoli ai danneggiati. Avevano inoltre giurisdizione sugli oltraggi ricevuti, vegliavano sulla osservanza dei trattati di pace o di alleanza, anche di quelli contratti successivamente dai consoli, ed erano ambasciatori presso le città, che violavano i giuramenti. Il diritto feziale era pertanto un primitivo ordinamento internazionale, che regolava i rapporti fra genti, città e popolazioni diverse, il cui cerimoniale è rimasto in uso fra i Romani almeno fino al primo secolo avanti Cristo, quando era stato integrato e completato con il diritto privato, sviluppatosi soprattutto dopo i re con l’avvento della repubblica. L’attività dei Feziali era sottoposta al rispetto di un cerimoniale, che è stato riportato integralmente da Tito Livio in occasione di una guerra mossa dal terzo re di Roma Tullo Ostilio contro gli Albani.
Quello, che segue, è un significativo compendio della procedura tenuta nella circostanza: Il feziale così chiese al re: Vuoi tu o re che io concluda il patto con il padre patrato del popolo albano?” Avuto l’assenso del re, diceva: “o re io ti chiedo l’erba sacra!” Il re rispondeva: “prendila pura!” il feziale prendeva della verbena e gridava: “o re dichiari che io sono regio nunzio del popolo romano dei Quiriti, insieme ai miei arredi ed ai miei assistenti?” Il re rispondeva: “lo dichiaro, a condizione che ciò avvenga senza danno per me e per il popolo romano dei Quiriti!” A questo punto il feziale toccava con la verbena colui che sarebbe stato il padre patrato, il quale veniva insignito, nel modo che si è ricordato, per rendere sacro (patrato) il giuramento. A questo punto l’insignito padre patrato rendeva il giuramento con frasi sacre e con un lungo canto.
Dopo le procedure dell’insediamento il padre patrato leggeva le condizioni, che avrebbe dettato al padre patrato del popolo albano. Alla fine di questo cerimoniale si recava presso il confine del territorio albano per procedere alle contestazioni nei confronti del padre patrato albano. Questo, che abbiamo esposto, era la procedura giuridica più avanzata dell’epoca, e faceva degli Equi il popolo più civile anche degli stessi Etruschi, e per questo ebbero dai Romani la denominazione di Equi, cioè “Giusti”. L’affermazione sulla civiltà giuridica equa, più avanzata dei più noti Etruschi, risulterà ovvia se si tiene presente che la popolazione romana, che fece proprio il diritto feziale, era formata, oltre che dagli Albani e dai Sabini, soprattutto dagli Etruschi, maestri di magie e di superstizioni, ma non di diritto.

La valle dell’Aniene cuore del territorio Equo

Il territorio, in cui erano insediati gli Equi, e di cui l’antica città di Treba sarà in seguito il centro abitato più importante, cominciava ai confini di Roma e comprendeva Monte Sacro, fin dove l’Aniene confluiva nel Tevere, e i campi del fiume Algido, oggi scomparso, che facevano capo a Tuscolo. Con la città di Gabi, che era ad 11 miglia da Roma, erano città eque, anche Tivoli, Preneste (Palestrina), Labico, che però non deve essere confusa con l’attuale Labico. Dal fronte, costituito dalla città di Gabi, Labico, situata, secondo il geografo Strabone, a cinque miglia da Roma, e Tuscolo, città equa secondo Diodoro Siculo, il territorio degli Equi, che nei pressi di Velitre (Velletri) si univa ai Volsci, si estendeva verso oriente fino ad Alba Fucens ed al lago del Fucino, comprendendo tutto il territorio antistante all’ex lago. Anche l’attuale Equicolano, di cui fanno parte, tra altri comuni, Borgo Rose, Petrella Salto, Pescorocchiano, ricadenti nella odierna provincia di Rieti, era territorio degli Equi.
A leggere oggi i nomi di comuni, compresi fra Filettino e l’area dell’ex lago del Fucino, si incontrano denominazioni come Luco dei Marsi, Magliano de Marsi, Scurcola Marsicana, Marano dei Marsi, il cui territorio, nei tempi più antichi, era appartenuto agli Equi e non ai Marsi, ma che sono stati denominati con l’appellativo, legato alla popolazione dei Marsi, solo molto recentemente, per una lettura storica del territorio, che era stato modificato con i riordini amministrativi e religiosi, operati sotto la dominazione longobarda, e che portarono alla istituzione della diocesi marsicana e della regione, detta Marsica.
E comunque il cuore del territorio equo era proprio la valle del fiume Aniene, che i Romani, prima di impadronirsene, chiamavano Trebula, tanto è vero che, mentre Tivoli, Gabi, Labico e Preneste, nel quinto secolo a.c., entrarono nell’orbita romana, costituendo la famosa lega latina, per cui molti studiosi erroneamente le indicano come città latine, Treba e circa altre trenta/quaranta città, che erano più interne, furono conquistate e sottomesse solo due secoli dopo. Le città degli Equi, che sono ricordate dalle fonti, prima della grande campagna militare, che portò al genocidio degli Equi nel 304 a.c. e quasi alla scomparsa del loro nome, secondo Tito Livio, sono Labico, Gabi, Tibur (Tivoli), Empulo (dalla cui erronea collocazione ha preso nome la via Empolitana), Sassola ( che ha dato erroneamente il nome a San Gregorio di Sassola), Tusculum (l’odierna Frascati), Algido, Corbione, Ortona, Vetelia, Pedo, Bola, Carvento, Verrugine, Liflo, Lifecua e Treba, l’odierna Trevi nel Lazio. Trenta altre città, secondo Tito Livio, o quaranta, secondo Diodoro Siculo, situate soprattutto nella valle dell’Aniene, di cui è rimasto sconosciuto il nome, furono distrutte nella campagna militare, durata dal 304 al 299 a.c. quando fu istituita la tribus Aniensis, che i Romani portarono a termine per impadronirsi del territorio Equo, ma soprattutto del fiume Aniene, che diventerà il fiume sacro per i Romani più dello stesso Tevere.

La “fondazione” di Roma e l’Origine delle tribus

Si rende necessario aprire, a questo punto, una piccola digressione sulla formazione della città di Roma. La fondazione della città di Roma viene attribuita a Romolo, presunto fratello gemello di Remo, figli ambedue del Dio Marte e di Rea Silvia, una vestale. I due bambini, abbandonati, appena nati, nei pressi dell'alveo del fiume Tevere per farli morire, furono però allevati da una lupa. All'anno 753 a.c. viene fatta risalire la data di fondazione, ma è certo che queste notizie appartengono alla mitologia, che un fondo di verità hanno, più che alla storia, anche se continua ad insegnarsi sui banchi di scuola la storia di Romolo e Remo, fratelli gemelli, abbandonati dal pastore Faustolo lungo il fiume Tevere, salvati da una lupa, che li allattò, tanto che lo stemma della odierna città di Roma è costituito da una lupa che allatta due gemelli neonati. Roma in verità non deve la sua formazione, -(perché di formazione del centro abitato romano deve parlarsi e non di fondazione vera e propria)-, a queste circostanze, ma ad altre, che ancora oggi è possibile ricostruire con approssimazione abbastanza fondata. Intorno a questo argomento, deve, in primis, prendersi atto che non vi è mai stata una fondazione della città di Roma, ma solo la costituzione a città di un’area, abitata da due gruppi etnici distinti, che ebbero necessità di trovare una comune amministrazione, fino ad arrivare a costituire una nuova realtà urbana, le cui fasi possono essere ricostruite con sufficiente fondatezza. E' certo infatti che quando Romolo e Remo vennero a scontrarsi per la supremazia sulla città di Roma, uno degli eventi che può darsi veritiero, il Campidoglio, il Palatino, l'Aventino ed il Gianicolo, all'epoca i quattro colli più famosi di Roma, erano già abitati. Dionigi di Alicarnasso e Tito Livio, che sono gli storici dell'antica Roma più accreditati da sempre, non consentono di avere alcun dubbio in proposito. Quanto al Palatino è certo che il colle era abitato molto prima della formazione di Roma. Senza tener conto delle mitiche storie di Evandro, Ercole e Caco, di cui raccontano Livio e Dionigi D'Alicarnasso, può affermarsi come storicamente vero che il colle era abitato dalla gens (famiglia) dei Pinari e dei Potizi, la cui scomparsa genealogica, avvenuta nel 312 a.c., è espressamente ricordata da Tito Livio. I Potizi ed i Pinari, erano famiglie (gentes), che ebbero una discreta presenza nella vita di Roma antica, perché dedite esclusivamente alla pratica religiosa, al mantenimento delle forme e del cerimoniale prima durante e dopo i sacrifici, ed in particolare i Potizi avevano, nella gerarchia religiosa del tempo, un ministero di grado superiore rispetto a quello dei Pinari: a questi non era consentito di mangiare le viscere delle vittime, che si immolavano nelle cerimonie religiose, perché avevano, in occasione di in invito ricevuto, ritardato a partecipare ad un banchetto religioso, nonostante fossero stati invitati per tempo. Per l'antichità della loro stirpe queste due famiglie, quando nell’ottavo secolo avanti Cristo le comunità preromane si organizzarono a realtà urbana, ebbero, o per meglio dire, mantennero l'affidamento del culto di Ercole presso l'ara massima. E la circostanza consente di osservare che l’esistenza stessa del culto di Ercole nell’area, prima della così detta fondazione di Roma, presuppone, infatti, presenze umane nell’area, che poi diede origine alla città di Roma. Tito Livio, in proposito, racconta che nel 312 a.c si ebbe l'estinzione delle dodici famiglie dei Potizi, che componevano la gens Potizia. Fu un avvenimento clamoroso e per questo non può essere passato sotto silenzio quanto si racconta di questa famiglia. La causa della estinzione della gens Potitia è attribuita da Livio al fatto che, su decisione di Appio Claudio, -(che era stato eletto censore, e che alla scadenza del mandato elettorale non aveva voluto rinunciare alla carica, sebbene obbligato per legge)-, in quell'anno era stato insegnato a pubblici funzionari il cerimoniale del culto di Ercole, che costituiva pratica e titolo esclusivo della gens Potizia, a nuovi pubblici funzionari, affinché lo officiassero in loro vece. Preparati i pubblici funzionari al cerimoniale, nel corso dell'anno 312 a.c. tutti i componenti delle dodici famiglie dei Potiti morirono e lo stesso Appio Claudio divenne cieco: a questa circostanza è legata l'attribuzione ad Appio Claudio del soprannome di Cieco. A parte la ragguardevole memoria storica, l'esistenza della famiglia dei Potizi, prima della fondazione di Roma, viene ricordata, anche intorno al 310 a.c., nella particolare occasione, -(che suscitò notevole clamore e reazione da parte dei tribuni della plebe)-, in cui Appio Claudio rifiutò di abbandonare la carica di censore dopo il termine di 18 mesi, previsto come durata della carica dalla legge Emilia. Teneva questo comportamento nonostante che il collega Caio Plauzio, -(la cui famiglia diventerà la più autorevole sul piano politico della Tribus Aniensis ai tempi di Cicerone)- aveva prontamente abbandonato la carica alla scadenza del mandato. Tito Livio tratta la questione ai capitoli 33 e 34 del IX libro della sua Storia di Roma e ricorda il discorso del tribuno della Plebe Publio Sempronio, nel corso del quale questi si trovò a ricordare che la famiglia dei Potiti era più antica delle origini di Roma. Questo è il richiamo al caso della famiglia dei Potizi da parte di P. Sempronio, nel terribile atto di accusa, che è il suo discorso, violento e duro, tenuto in occasione della battaglia legale avviata da Sempronio, tribuno della plebe, per far decadere Appio Claudio dalla carica di censore, secondo Livio:

Sostituirai forse il collega
(Caio Plauzio, che aveva lasciata la carica), che non è consentito sostituire nemmeno in caso di morte? Provi pentimento almeno del fatto che tu, pio censore, hai sottratto una antichissima e nobile istituzione, la sola istituita dal dio stesso (Ercole), a venerazione del quale era sorta, ai nobilissimi sommi sacerdoti di quel culto per darla a pubblici funzionari? Una famiglia, più antica delle origini di questa città, venerabile per l'ospitalità data agli dei immortali, si è estinta dalle radici nell'arco di un anno per colpa tua e della tua censura, semprechè tu non abbia coinvolto in quella scelleratezza lo Stato, cosa per cui il mio animo è in apprensione anche al solo pensarlo!

La testimonianza storica sulla preesistenza a Roma della gens dei Potiti, ricordata con parole di fuoco da P. Sempronio, è ineccepibile ed inequivocabile,anche indipendentemente dalla preesistenza del culto di Ercole sul Palatino. Dei Pinari, invece, sono ricordati nella antichità, molti personaggi ed avvenimenti. Questi i componenti della famiglia, ricordati da Tito Livio:

- Publio Pinario Rufo, console nel 489 a.c. Lucio; Pinario, console nel 472 a.c.; Lucio Pinario Mamerco, tribuno militare con potestà consolare nel 432 a.c; Lucio Pinario, maestro della cavalleria nel 363 a.c. Pinaria, la prima vestale corrotta e punita ai tempi del re Tarquinio. Anche di questa famiglia non vi è più traccia dopo il 312 a.c. Gli elementi di veridicità storica sulla esistenza di queste famiglie prima della fondazione di Roma sono sicuramente notevoli, e non legati a circostanze proprie della mitologia romana o greca. Delle presenze umane sull'Aventino, invece, Dionigi di Alicarnasso, che è storico più copioso di Tito Livio in fatto di avvenimenti legati alla mitologia e alla tradizione, riferisce che le stalle dei pastori di Numitore -(lo spodestato re di Albalonga, padre di Rea Silvia e presunto nonno di Remo e Romolo), proprietario di greggi bovine, erano collocate sull'Aventino, che era il più grande dei colli romani, dove era anche posta, secondo Livio, la tomba del re di Albalonga, Aventino, dal quale prese il nome il colle. Per quanto riguarda invece il Campidoglio e il Gianicolo, antichi storici di chiara fama ricordano l'esistenza di due vere città prima della fondazione di Roma:

- Saturnia, che, secondo Dionigi di Alicarnaso e Plinio il Vecchio, era città albana, situata sul Campidoglio;

- Antipoli, città situata sul Gianicolo, colle notoriamente posto sotto il dominio etrusco come provano anche avvenimenti storici certi successivi.


Se così è, ed alcune recenti emergenze archeologiche sembrano confermare il fatto, la storia della formazione di Roma, come viene raccontata, non ha ragion d'essere. Dalla esposizione fatta sulle comunità presenti nel territorio dei colli romani si evidenzia infatti una realtà storica, molto diversa da quella mitologica, che va approfondita. E' storicamente certo che intorno al sinuoso corso del Tevere alloggiassero (senza tacere le vicinanze degli Equi e dei Volsci) tre diverse comunità: quella etrusca, che, secondo una generica indicazione, può essere collocata, ad occidente del fiume, quella sabina a nord est, quella albana, successivamente indicata come latina, ad est del Tevere. E' altresì sicuro che gli antichi in materia di confini e divisioni di territori si rifacessero a limiti naturali certi sul territorio e nel tempo: il corso dei fiumi era un confine di riferimento abituale. Dalla presenza delle comunità, riportate dalle fonti, si arguisce però che il Tevere non costituiva un confine naturale, ma intorno ad esso erano collocate due diverse popolazioni, che l'abitavano in modo più stretto, gli Etruschi e gli Albani, la cui vicinanza non doveva essere delle più pacifiche. In relazione alle vicende successivamente sviluppatesi, ed alla notevole distanza delle città sabine dall'area dei colli di Roma, è, infatti, logico e consequenziale dedurre fra Albani ed Etruschi, per motivi territoriali, un rapporto di abituale tensione nell'area, interessata dai colli romani, a destra e a sinistra del Tevere (Gianicolo, Campidoglio, Palatino ed Aventino), tra gli Albani e gli Etruschi. Ciò può essere dedotto, in primo luogo, dalla affermazione riportata da Livio, secondo il quale dopo la morte di Teverino, re di Albalonga, caduto combattendo nel fiume Tevere, si addivenne fra Albani ed Etruschi ad un accordo, in base al quale il Tevere sarebbe stato fra i due popoli il confine territoriale.
Dalla circostanza, ricordata da Livio, deve necessariamente dedursi che l'accordo raggiunto e sancito fra Albani ed Etruschi, presupponeva, infatti, che sulla questione, relativa all'uso del territorio, posto intorno al Tevere, vi erano rivendicazioni da parte dell'uno e dell'altro popolo, perché l’accordo di considerare il Tevere confine territoriale non era rispettato. Ma si evince la circostanza anche dall'analisi delle diverse presenze sul Palatino, sull'Aventino, sul Gianicolo, sul Campidoglio, e dagli avvenimenti, che si raccontano intorno alla mitica fondazione di Roma. Infatti va sottolineato che ad abitare il Palatino, secondo la storia e non la mitologia, è la gens Pinaria e la gens Potitia, alle quali verrà conferito l’officiatura del cerimoniale del culto di Ercole presso l'ara massima: famiglie cioè religiose, che risulteranno affidatarie di un cerimoniale, che aveva come liturgia obbligata, la consumazione -(anche se i Pinari erano esclusi)- delle viscere delle vittime immolate. Ma vi è un’altra considerazione da fare. Gli Albani avevano il centro del proprio culto religioso su Monte Cavo, in cui era il tempio di Giove, successivamente detto Latiaris, e le due famiglie erano troppo lontane dal centro religioso per costituire una rappresentanza religiosa albana. Peraltro è storicamente certo che riti e cerimoniali religiosi, nei quali si ricorreva a consumazione delle viscere delle vittime, immolate per il dio venerato, siano appartenute alla divinazione e alla liturgia tipicamente etrusca, come da per certo Cicerone nel De Divinatione I,2,3.. D'altra parte non può tacersi che sull'Aventino alloggiavano gli armenti di Numitore, che certamente era figura assolutamente albana. Su una situazione come quella rappresentata è da ritenere credibile allora che i motivi di scontro tra le due diverse comunità, presenti a sinistra del fiume Tevere, erano certamente da attribuire all'uso del fiume stesso ed a conseguenti problemi di pascolo.
Per avere una conferma di quanto si è detto, va osservato, e non è sicuramente fuor di luogo, che, secondo la tradizione, quando Romolo e Remo, personaggi che comunque sono esistiti, affideranno le loro fortune politiche per dare un assetto urbanistico a quell’area che prenderà il nome di Roma, essi decideranno di ricorrere alla volontà degli dei, da accertarsi con il volo degli uccelli, che era rito assolutamente etrusco. Ebbene, secondo la storia, il primo si collocherà sul Palatino, molto probabilmente perché egli era di origine etrusca, ed il secondo sull'Aventino, presumibilmente, perché di origine albana. Pensare inoltre che Romolo e Remo, -(una volta esclusa doverosamente la possibilità che la loro mitica nascita, riportata ancora oggi sui libri di storia, abbia un minimo di fondamento)-, siano due fratelli gemelli non sembra in alcun modo credibile. E non sembra nemmeno sostenibile, per la notevole presenza, che hanno nella storia, che i due personaggi possano essere stati interamente inventati. L'Iliade di Omero, che è un poema epico, che non scrive di storia, ha dimostrato di contenere verità storiche di fondo, accertabili anche tre millenni dopo gli eventi, che racconta, per limitarci ad una sola considerazione relativa al caso. E' da ritenere invece, che i due presunti gemelli siano stati, al momento della gara degli avvoltoi, forse solo i rappresentanti delle due comunità, quella etrusca e quella albana, interessate a risolvere i problemi di confine, legati all'uso del fiume e dei pascoli circostanti di non piccola estensione, e comunque a risolvere le liti fra vicini senza spargimento di sangue. Nessuno può mettere in dubbio che gli Etruschi abitassero la riva destra del fiume Tevere.
Dalle considerazioni esposte si evince, poi, che almeno il Campidoglio, colle posto a sinistra del fiume Tevere, avesse un insediamento di abitazioni etrusche, che Plinio il Vecchio e Dionigi di Alicarnaso indicano in Saturnia. E' d'altra parte storicamente certo che, prima del ponte Sublicio, il fiume Tevere non avesse attraversamenti strutturali, per cui è opinabile che in caso di un attacco militare degli Albani contro Saturnia, non era facile per gli Etruschi, che erano a destra del Tevere, intervenire militarmente in tempi rapidi a sinistra del fiume. Pensare d'altra parte che in tale situazione gli Albani ritenessero gli Etruschi degli invasori è possibile, logico e umano, stante l'abituale consuetudine per gli antichi di fissare in limiti naturali i confini tra due diverse comunità. Si ha un quadro chiaro della situazione, se a tutto questo si aggiunge che i conflitti, le contese, le liti nell'area, quando erano duraturi e potevano richiedere notevole spargimento di sangue, -(ce lo insegnano i primi avvenimenti della storia romana con il caso degli Orazi e Curiazi, il caso della guerra da parte dei Sabini dopo il rapimento delle loro donne, il caso di Romolo e Remo)-, trovavano il loro componimento bonario ed abituale in contese semplici, in gare, tese a conoscere la volontà degli dei, in avvicendamenti di potere. Pensare, allora, che la comunità promiscua, che abitava l'area a sinistra del Tevere, che la usava per esigenze sopratutto di pascolo, fosse coinvolta in frequenti liti e che avesse il serio intendimento di porre fine a questa situazione di conflitto, e di dare alle due popolazioni una guida unitaria, rispetto alle due popolazioni esistenti nella zona, e che la soluzione dovesse essere operata dagli dei attraverso il volo degli uccelli, che avrebbe indicato a chi il fato assegnava il primato ed il comando fra due contendenti indicati dalla diverse comunità, è forse l'unica vera ipotesi possibile, per capire come quando e perché si è formata la comunità, che prese il nome di Roma, la cui origine dovrebbe collegarsi a rumon, che in linguaggio etrusco significa fiume. Per chiarire in modo definitivo la vicenda, ma anche a confermare questa ipotesi c’è, infatti, anche un altra considerazione da fare in relazione alla morte di Remo da parte di Romolo, che si verificò certamente solo perché, essendo sorta in Remo la convinzione che Romolo l'avesse imbrogliato in relazione alla gara dei voli degli avvoltoi, questi tentò di uccidere Romolo, ma in realtà ne rimase ucciso. E’, infatti, difficile pensare che un fratello gemello, in un periodo così remoto e con i legami di sangue fortissimi, anche a sentirsi imbrogliato nella gara del volo degli uccelli, avrebbe potuto uccidere impunemente l'altro gemello. Si pensi per un attimo alla sorte del sopravvissuto degli Orazi, che, chiamato con altri due fratelli a decidere le future sorti di Roma in un duello mortale contro tre fratelli albani, era riuscito, dopo che gli altri due fratelli erano stati uccisi, ad abbattere con uno stratagemma i tre fratelli albani, i Curiazi.
Questi, dopo il combattimento estenuante e sanguinoso, si trova a vedere la sorella in pianto per la morte toccata al suo fidanzato, uno dei nemici Curiazi, e per l'ira non può far altro che trafiggerla con la spada seduta stante, dopo averle detto: vattene dal tuo sposo con il tuo vergine amore, tu che hai dimenticato i fratelli morti, i1 fratello vivo e la patria.
Per questa uccisione però l’Orazio sopravvissuto viene accusato di alto tradimento e va incontro ad un processo senza precedenti: fu salvato dalla morte per puro miracolo, -(quando già era sul punto di avere legate le mani per essere appeso ad un albero e impiccato)-, a seguito del disperato intervento del padre, che chiamò a sua difesa il popolo. Vale veramente la pena di ricordare l'avvenimento: in quel giudizio il popolo si lasciò commuovere, soprattutto perché il padre di Orazio, Publio Orazio dichiarò che egli riteneva giustamente uccisa sua figlia e che se così non fosse stato, in virtù della patria potestà, avrebbe punito il figlio. Pregava di non lasciarlo senza figli, lui che aveva avuto una fiorente famiglia. Nel frattempo il vecchio padre abbracciava suo figlio, e indicando le spoglie dei Curiazi, affisse in quel posto, ora chiamato Colonna Orazia, diceva: poco fa, o Quiriti, avete visto un eroe avanzare glorioso ed esultante per la vittoria, e potete vedere quello stesso legato alla forca e straziato dalle verghe? una vista così infame a malapena potrebbero sopportarlo gli occhi degli Albani. Va, littore, lega quelle mani, che con le armi poco tempo fa hanno procurato al popolo romano la supremazia. Va, nascondi il capo di chi ha liberato questa città; appendilo all'albero maledetto, dopo aver subito la flagellazione entro il pomerio, ma anche fra la colonna (Orazia) e le spoglie dei nemici, e fuori del pomerio e in mezzo al sepolcro dei Curiazi. Dove infatti potreste condurre questo giovane senza che le sue imprese lo tengano al riparo dalla vergogna di un simile supplizio? Il popolo non poté resistere alle lacrime di quel padre.
Alla luce di un fatto così significativo, la lettura degli avvenimenti, attraverso i quali si cerca di capire come Roma si è formata, sembra la più logica, ed è anche provata dal fatto che a reggere Roma, pur essendo eletti per lo più re di origine etrusca, dopo l’avvicendamento di Tazio e di Numa, a nessuno degli storici, e tantomeno ai Romani, perché a vincere la gara degli avvoltoi è certamente un etrusco, risulterà strana la singolarità della scelta, tanto che non vi sarà più distinzione tra re romani od etruschi, mentre invece si era ricorso ad un preciso patto di signoria alternata di re romani e Sabini, per chiudere la guerra sanguinosa, seguita al ratto delle sabine. Romolo, allora, il nome stesso lo rivela, perché sembra appartenere a radice etrusca (Ramna, secondo Livio), ma anche il ricorso al volo degli avvoltoi ed il successo di lui, -(artefatto, perché sembra essere stato un imbroglio, o naturale che sia stato nel numero egli avvoltoi, ma che potrebbe stare a dimostrare una maggiore padronanza di Romolo nell'arte divinatoria del volo degli uccelli)-, lo conferma, era di origine etrusca, forse al contrario di Remo, che aveva radici albane. E comunque le due popolazioni dall'evento del volo, dalla decisione degli dei, si troveranno unite da un legame straordinario, in cui la naturalezza della presenza degli etruschi fra gli albani-latini indica con chiarezza che Romolo e Remo ebbero a competere tra loro in una sfida politico-religiosa, che si stabilizzò dopo la sfida dei voli degli avvoltoi, nonostante i postumi di uno strascico imprevisto, causato dalle circostanze che portarono alla uccisione di Remo. In questo clima ed in questa situazione si spiega l'entusiasmo e l'accorrere di pastori, aspiranti cittadini, nella nuova area urbana, liberalizzata a seguito degli eventi nell'uso zootecnico, e si spiega l'esigenza successiva di ricorrere al ratto delle sabine. Anche su tale avvenimento si rendono necessarie, però, alcune riflessioni. Non c'è dubbio che rispetto alla popolazione dei colli romani, gli Etruschi e gli Albani erano la popolazione più vicina, per effettuare un rapimento, e pur tuttavia Romolo ricorre al rapimento delle sabine, perché, anche ad ammettere che si trattasse di una popolazione meno fiera di quella etrusca, -(ma non risulta così dagli avvenimenti militari, dai quali risulta che i Sabini tennero Roma sotto scacco, e che portarono alla fusione delle due popolazioni)-, egli non poteva né voleva in realtà, con un atto così violento e dissacratore, rompere l'unità politica e demografica da poco costituita ricorrendo al rapimento di donne etrusche o albane. Anche il ricorso alla sfida dei voli degli uccelli si offre per una ulteriore riflessione. Con la gara dei voli degli avvoltoi si affida agli dei o alla fortuna la futura guida della città di Roma, ma questa non è la conclusione di una guerra, in cui, come accade invece tra Orazi e Curiazi, si affida al combattimento mortale e al valore di una famiglia la sorte di una popolazione, ma è la conclusione finale e pacifica di una situazione di disagio politico e religioso (il colle Palatino era la sede dei Pinari e dei Potizi, dediti al culto di Ercole, e non poteva questo fatto non creare problemi per gli Albani, che avevano nel tempio di Giove a Monte Cavo il maggiore centro religioso di culto), legato a presenze di due popolazioni nell'area intorno al Tevere, quella Etrusca e quella Albana, che avevano leggi, regole, costumi e culti diversi, che evidentemente intendevano risolvere il problema o le questioni esistenti senza spargimento di sangue. La storia, come si vede, è sempre avvincente e umana, anche quando gli uomini, per darsi magari origini misteriose e fatali, come è accaduto per i Romani, che volevano per Roma natali divini, volutamente hanno inventato una nascita degna di una città, destinata ad essere caput mundi, che mai oggi però potrebbe essere ripetuta. Dopo, però, la prima formazione di Roma, c'è un avvenimento importante che deve essere ricordato, perché aiuta a capire, oltre il significato del termine, come e perché sono nate le tribus: il ratto delle sabine. L’evento, che va inquadrato nella realtà sociale e storica, successiva alla uccisione di Remo da parte di Romolo, -(fatto che aveva riportato tra la popolazione albana ed etrusca, che componevano la nuova città di Roma, un rapporto di notevole tensione, al punto da impedire o sconsigliare matrimoni di donne albane o etrusche con i freschi cittadini romani)-, ebbe un peso straordinario nel definitivo assetto amministrativo e sociale della città di Roma. La diceria secondo cui la penuria di donne, che secondo Tito Livio, sussisteva, perché non vi erano matrimoni con i confinanti, fosse legata al fatto che i nuovi cittadini fossero pastori violenti e ladroni, sembra ridicola: la mancanza di matrimoni dell'epoca può spiegarsi solo con la riaccesa conflittualità, o meglio la mancanza di dialogo fra le due popolazioni originarie, quella Albana e quella Etrusca, che utilizzavano il territorio vicino al Tevere e ai Colli di Roma, a causa della morte di Remo. Gli eventi del rapimento sono noti: Romolo si preoccupa del fatto che nella nuova città le donne, albane o latine, non vogliano o non possano avere rapporti con i nuovi cittadini, anche quelli, liberi e non liberi, accorsi da ogni parte nella speranza di novità, ed organizza pertanto un colpo di mano, che risolva il problema della mancanza di matrimoni, che avrebbe potuto minare alla base il futuro della città. Decide di ricorrere con uno stratagemma al rapimento di donne sabine, le quali avevano un domicilio notevolmente distante, rispetto a quelle albane ed etrusche, dalla nuova città. La distanza delle città sabine da Roma, e forse la convinzione che i Sabini fossero di animo remissivo, e che avrebbero accettato primo o poi lo status quo, offriva a Romolo, una volta programmato ed attuato il rapimento, la possibilità di organizzare una adeguata difesa contro la reazione dei Sabini, che sarebbero stati certamente offesi per l'onta ricevuta. E tutto accadde come da lui previsto: fu organizzata una grande festa e uno spettacolo avvincente: accorsero molte famiglie da Cenina, Crustumerio, da Antemne, cittadine vicine, ma soprattutto dalla Sabina. Nel bel mezzo dello spettacolo scoppia un tumulto e prende avvio il rapimento. Tutto si verificò sotto controllo di Romolo, con eccezione della decisa reazione militare dei Sabini, i quali, dopo le negative sortite di Cenina, Antemne e Crustumerio, si organizzarono per difendere con le armi l'onta patita. Questo è il racconto dell'avvenimento che ne fa Tito Livio: L'ultima guerra ebbe origine dai Sabini e fu la più grave. Niente fu fatto sotto la spinta dell'ira o della cupidigia, né si dimostrarono pronti alla guerra, prima di averla portata... in ogni caso è certo che i Sabini presero la Rocca. Livio poi descrive le varie fasi della battaglia svoltasi tra il Foro e il Palatino con vicende alterne, dopo le quali intervennero direttamente le donne rapite a chiudere il caso: allora le donne sabine, per il cui oltraggio era scoppiata la guerra, a capelli sciolti e vesti discinte, superato il timore femminile per le sventure, osarono avanzare tra i dardi volanti, e irrompendo trasversalmente presero a dividere le schiere nemiche, a placare la foga, pregando da una parte i padri e dall'altra i mariti di non macchiarsi di sangue nefando essendo legati da vincolo di suoceri e di generi, di non macchiare col parricidio i loro figli, nipoti degli uni e figli degli altri... il fatto commuove la moltitudine ed il comandante e sorge un silenzio ed una calma improvvisa, dopo di che i capi si incontrano per concludere l'alleanza. Questo il patto: I Sabini si fermano a Roma, dividono il regno con i Romani, e la loro rappresentanza venne chiamata Quiriti, dalla città di Curi.
La conclusione di un avvenimento così anomalo, che ebbe strascichi imprevisti fino alla occupazione di Roma da parte dei Sabini, portò ad una soluzione straordinaria, fortemente voluta dalla donne sabine: i Sabini dovevano accettare la situazione determinatasi, che ormai era irreversibile, di integrazione delle donne sabine nella comunità romana, ed i romani però accettavano che a governare e dirigere la nuova città fosse anche un re sabino. Roma, che ancora non aveva avuto il tempo di darsi un assetto amministrativo, poté, solo dopo questo evento, procedere alla sua organizzazione. E Romolo finalmente poté provvedervi. Tre erano le comunità, che componevano la città, tre le radici etniche, tre le culture religiose sotto un solo governo, che dovette organizzare per tre, cioè tribus regionibus o partibus, (quella etrusca, quella albana, quella sabina), le strutture amministrative, religiose, militari e di polizia urbana. Da questa esigenza sono nate le tribus, termine che indica la città organizzata in tre parti e sta a rappresentare le tre realtà di Roma dotate, nel proprio ambito, di autonomia amministrativa, ma poste tutte sotto una sola autorità governativa, il re, anche se, in via del tutto eccezionale, Tito Tazio, re sabino, governava con Romolo.
C'è chi ha pensato che il termine tribus sia da collegare al verbo latino tribuo o al termine tributum, ma, ictu oculi, si comprende che il verbo tribuo ed il termine tributo sono invece stati derivati da tribus, che stava invece ad indicare la divisione in tre parti della città. Le tre tribus furono chiamate Ramnes, Titienses, Luceres, come si legge in Livio (X,6) denominazione che all'origine era data alle tre centurie di cavalieri, e Livio (I,13) precisa anche che Ramnes era derivazione da Romolo -(e comunque è indiscutibilmente estrusco il termine Ramna)-, Titienses da Tito Tazio e Luceres, di significato incerto, dovrebbe riferirsi agli Albani (da Lucus, bosco sacro, forse riferito al bosco del tempio di Giove Laziale sul monte Cavo). Da queste circostanze il termine tribus in seguito si generalizzò fino a prendere il significato di pagos, che oggi gli si riconosce, cioè di struttura o distretto amministrativo, soprattutto in seguito alla riforma dello stato romano voluta da Servio Tullio. Mentre, infatti, con Romolo la suddivisione della città in tribus fu una esigenza etnica, è con questo Servio Tullio che le tribus assumono la qualità di struttura amministrativa della nuova Roma, con specifici compiti distrettuali, ed entrano a far parte fondamentale della grande riforma sociale, voluta da Tullio con l'istituzione delle classi sociale, e della organizzazione amministrativa romana, mantenendo però l'originario nome di tribù, che era diventato il nome per indicare un distretto amministrativo. Per questo motivo le tribus vengono indicate come Serviane, come se fosse una istituzione di sua creazione. In Roma le tribus da tre diventano quattro (Palatina, Suburrana, Collina ed Esquilina - D.d'A, Iv,14) e vengono dette urbane, perché distretti amministrativi della città, le altre vengono chiamate rustiche, perché rivolte a integrare nel tessuto romano tutte le piccole città latine, che erano situate intorno a Roma e che riconoscevano a Roma il ruolo di città guida. Così scrive Dionigi d'Alicarnasso in proposito: Dopo aver compreso dentro le mura i sette colli, divise la città in quattro parti, denominandole da quei colli l'una Palatina, l'altra Suburrana, la terza Collina, l'ultima Esquilina. Portò così da tre a quattro le tribù. Ordinò poi che chi abitava in una delle quattro tribù come domiciliatario, non portasse la residenza in altro luogo, né desse il proprio nome in altra tribù, sia per la leva militare, sia per il tributo inerente le spese di guerra: nessuno doveva rendere in un altra tribù i servizi che doveva per la propria comunità.
Per quanto riguarda le tribus rustiche la riforma serviana favorì l'integrazione di gran parte delle città albane, dette successivamente latine, che erano circa trenta, nella organizzazione amministrativa romana. Delle città, che a Roma facevano capo, dopo la vittoriosa campagna contro Albalonga, non tutte avevano accettato lo status quo. Boville, Aricia con altri centri degli Equi come Tuscolo, Palestrina e Tivoli avevano formato la lega Aricina, sorta intorno al tempio di Diana Aricina, e, in risposta alla iniziativa di questa lega, Servio Tullio, dopo aver edificato il tempio di Diana sull'Aventino, avviò la riforma amministrativa romana con la istituzione delle tribus, che conferiva alle città, un tempo albane, che accettavano il dominio ed il governo di Roma, la piena cittadinanza, anzi l'integrazione delle città latine nell'Urbe.

Prime azioni militari tra Equi e Romani

Gli Equi, occorre sottolinearlo, non ebbero alcuno scontro militare con i Romani fin quando non fu re di Roma Tarquinio il Superbo, uno degli uomini più crudeli e spietati, ma anche uno dei più geniali re, di quanti lo precedettero, tanto che fu il primo ad avviare l’espansione del regno romano nel territorio equo e volsco, popolazione quest’ultima, che da Velletri, attraverso la costa marina, si ricongiungeva con gli Equi nella valle di Roveto. Numa Pompilio, che si dice aver istituito l’ordine dei Feziali, traendo la procedura dalla organizzazione equa, è stato necessariamente il primo re di Roma ad aver avuto contatti con gli Equi, e non è ragionevole pensare che abbia avuto, indipendentemente dalla mancanza di notizie, un rapporto conflittuale con gli Equi. Non risultano, dalle fonti, contatti con gli Equi se non durante il regno dell’ultimo re di Roma.
Tarquinio, che aveva un animo aggressivo più di chiunque altro, rivolse le sue attenzioni al territorio volsco, sottraendo ai Volsci la città di Suessa Pomezia (oggi Patrica di Mare, secondo la letteratura corrente), per aprirsi uno spazio vitale sul mare, e solo successivamente tolse agli Equi la città di Gabi. La spietatezza e l’astuzia e la determinazione di Tarquinio il Superbo, dimostrata nella circostanza, ma anche in altre occasioni, ispirarono nel Machiavelli la figura del principe, il quale solo ricorrendo ai mezzi, usati da re Tarquinio, avrebbe, secondo il fiorentino, potuto ricomporre l’unità d’Italia. In questo senso la presa di Gabi, la prima città equa occupata dai Romani, da parte di Tarquinio il Superbo è esemplare, ed è rimasta famosa per l’inganno, ordito dal re di Roma per sottometterla.

La conquista Romana della prima città Equa

Gabi era valente città equa, tra Tivoli e Preneste, poco distante da Roma ed era munita di mura, costruite con la pietra rossa (il tufo), che si produceva sul posto, che la rendevano imprendibile. Per fortificare Roma con mura di tufo Tarquinio il Superbo ordì un incredibile inganno per sottomettere la città di Gabi e prendersi le sue cave di pietra rossa. La conquista di Gabi, secondo il racconto di Tito Livio, avvenne in queste circostanze: “Sopravvenne poi, (dopo la presa di Suessa Pomezia), la guerra più lunga del previsto, con la quale invano tentò di impossessarsi della città di Gabi. Perduta la speranza di prenderla con l’assedio, dopo che era stato ricacciato dalle mura, tentò alla fine con un’arte estranea ai Romani: la frode e l’inganno.
Mentre egli fingeva di aver rinunciato alla guerra dandosi alla costruzione delle fondamenta di un tempio e di altre pubbliche opere, Sesto, il figlio minore dei suoi tre figli, d’accordo con il padre, fuggì a Gabi, dove prese a lamentarsi dell’intollerabile durezza di Tarquinio nei suoi confronti. Diceva che suo padre aveva rivolto l’arroganza, tenuta prima con gli estranei, contro i propri familiari, e che perfino i figli lo infastidissero, tanto da creare in casa il vuoto, lasciato nella Curia, per non avere né discendenza né eredi del regno”
. Sesto, dopo aver fatto credere ai Gabini che il padre voleva la sua morte, che miracolosamente era scampato in Roma ai suoi intrighi, alle sue spade ed ai pugnali, dichiarò che poteva sentirsi al sicuro solo in mezzo ai suoi nemici, i Gabini, i quali dovevano tenersi pronti, perché, quando meno se lo sarebbero aspettato, Tarquinio avrebbe ripresa la guerra, cogliendoli di sorpresa impreparati. Disse, nella sua finta ma appariscente disperazione, che, se non volevano, non erano tenuti ad accoglierlo, ma che avrebbe percorso tutto il Lazio, finché non avesse trovato chi era in grado, fra i Volsci, gli Ernici e gli Equi, di proteggerlo dalle persecuzioni e dalle trame del padre Tarquinio, ordite ai suoi danni. I Gabini cadono nel tranello, e decidono di ospitare Sesto, anche perché confidavano di servirsi di lui per portare la guerra contro re Tarquinio dalle porte di Gabi fino alle mura di Roma.
Conquistatasi sempre più la fiducia dei Gabini, Sesto li incita “a riprendere la guerra, andando egli stesso con i soldati più animosi a compiere scorrerie, di modo che, cresciuta verso di lui, per il suo parlare e per le imprese, la fiducia dei Gabini, purtroppo male riposta, viene nominato, per portare la guerra contro Roma, comandante dell’esercito. E nel corso della guerra, anche se la popolazione non comprendeva a cosa mirasse, si svolgevano tra Gabini e Romani piccoli combattimenti, dai quali il più delle volte ne uscivano vincitori i Gabini, i quali, dal più modesto al più nobile, facevano a gara a credere che Sesto, come loro capo, era stato mandato in dono dagli Dei”. In questo modo Sesto si guadagnò tanta stima fra i soldati, anche perché combatteva al loro fianco e ad essi distribuiva il bottino, al punto che egli divenne più potente a Gabi di Tarquinio a Roma. Maturate così le cose, “mandò uno dei suoi a Roma, dal padre, per chiedere cosa dovesse fare, dal momento che gli dei gli avevano concesso di diventare principe di Gabi. A questo messo non fu data a voce alcuna risposta, perché non sembrava una persona di sicura fede. Il re, facendo credere che volesse pensarci, passa nel giardino del palazzo seguito dal messo del figlio e lì, passeggiando in silenzio, si racconta che abbia abbattuto con un bastone le teste più alte dei papaveri. Il messo, stanco alla fine di chiedere e di aspettare una risposta, ritornò a Gabi, come se l’ambasceria fosse andata a vuoto, riferendo ciò che disse e ciò che vide e che Tarquinio, forse per ira, forse per odio, o forse per superbia innata, non aveva detto una parola. Ma Sesto, quando capì cosa voleva suo padre e cosa gli ordinava con i gesti, fece uccidere i maggiorenti della città, alcuni accusandoli presso il popolo, altri abbandonandoli all’odio, che essi stessi si erano attirato.
Molti furono uccisi apertamente, alcuni, nei confronti dei quali le accuse non erano sostenibili, di nascosto. Altri, che lo vollero, furono fatti evadere o mandati in esilio, ed i beni dei fuoriusciti e degli uccisi, vennero spartiti. Di qui elargizioni e ruberie, per cui l’attrattiva del privato vantaggio celava la consapevolezza dei mali pubblici, finché, privo di consiglio e di aiuti, la città gabina, senza colpo ferire, con tutto il suo patrimonio, fu consegnato nelle mani del re di Roma”. La presa di Gabi, prima città equa conquistata dai Romani nella valle dell’Aniene, dimostra in ogni caso la genialità del re Tarquinio il Superbo, un mostro di malvagità e di arroganza, ma anche un genio del male, che non si arrestava davanti a nulla, quando aveva deciso di raggiungere un obiettivo.

La Lega Latina

Quando Tarquinio il superbo prese Gabi con l’inganno, facendo eliminare da suo figlio, come egli aveva abbattuto le teste dei papaveri, i maggiorenti della città, gli Equi capirono che non si sarebbe presentata loro una occasione per riprendersi la città, che, munita di consistenti mura, era pressoché imprendibile. Accettarono lo statu quo, anche perché Gabi era la città più periferica degli Equi, e stipularono, anche per l’evidente interesse del re di Roma, astuto quant’altri mai, una lunga tregua con i Romani. Gli Equi non erano guerrafondai, ma costituivano una popolazione pacifica e per questo dalla istituzione della monarchia in Roma e fino al regno di Tarquinio il Superbo, pur essendo uno dei popoli più vicini ai Romani, mai ebbero a scontrarsi con loro. I Romani ebbero a guerreggiare per lungo tempo con i Sabini e con gli Etruschi, che erano insediati nella sponda destra del Tevere, e con gli Albani, e però mai con gli Equi o con i Volsci, che li avevano a confine nella sponda sinistra del fiume. Le vicende seguite alla presa di Gabi, inducono ad affrontare, prima di andare oltre, ma soprattutto per comprendere gli avvenimenti successivi, tre argomenti ineludibili, e cioè la formazione della lega latina, la formazione di Roma e delle Tribus, la storia dei libri Sibillini.
Il primo tema, che si sviluppa, riguarda la lega latina, che, essendo già esistita una precedente lega prima della formazione di Roma, ritornò attuale nell’area del vecchio Lazio, perché il re di Roma Tarquinio il Superbo era un demone difficile da controllare: Soprattutto dopo la presa di Suessa Pomezia e di Gabi, sorse fra alcune città albane, che Roma non era riuscita a inserire nella propria organizzazione e nel proprio territorio, fra altre città eque e sabine, vicine all’urbe, che più temevano l’aggressione del re di Roma, ma anche fra tutte le città erniche, una alleanza, in forza della quale si dichiaravano pronte ad aiutarsi l’un l’altra, in caso di aggressione da parte di qualsivoglia nemico. Questo avvenimento, noto come la formazione della lega latina, aveva però già un precedente: la lega latina era in realtà un allargamento di una altra esistente, molti secoli prima, limitata ai centri, che gravitavano intorno ad Alba Longa ed al culto di Giove, che successivamente verrà detto Juppiter Latiaris. Questa lega, che originariamente era detta albana, fu detta latina, solo quando Roma prese il sopravvento sulle altre città albane ed allorché avvertì il bisogno di nobilitare le proprie origini, inventandosi una progenie troiana ed il re Latino, quale più nobile principe dell’area, che diede il nome al Lazio. E’ bene sottolineare che Alba Longa, prima che Roma si formasse, era la città, che, a sinistra del Tevere e fino a Monte Cavo, aveva il dominio del territorio e dei centri, che dalla stessa Alba Longa, nel corso dei secoli, si erano formati. Le città che facevano capo ad Alba Longa, quando anche Roma si formò, erano circa trenta e fra di esse vi erano: Albalonga, Ameriola, Antipoli, Antemnae, Apiole, Aricia, Boville, Cabi, Cameria, Cenina, Collazia, Cori, Cornicolo, Crustumerio, Ficana, Ferentino ( diverso dal Ferentino ernico), Ficulea, Fidene, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Matiera o Lista, Medullia, Nomento, Ortona, Politorio, Saturnia, situata dove è ora Roma, e la stessa Urbe. Alba Longa era città, che aveva cultura esperienza di potere, ed aveva capito che era più facile tenere uniti i legami di sangue e tenere insieme trenta città con poteri religiosi che con la ricchezza e le armi.
Per questo costruì su Monte Cavo un tempio, dedicato al padre degli dei, Giove, successivamente detto Laziale, riuscendo ad imporre il culto del dio a tutte le altre città, che da lei dipendevano, creando in tal modo la prima alleanza, che poi verrà chiamata lega latina . Intorno a questo tempio ed a questo culto Alba Longa costruì la sua autorità ed il suo predominio, che solo Roma, quando uscì vittoriosa nello scontro, che ebbe con Alba Longa per il predominio, riuscì a distruggere. Quando in effetti i tre Orazi, rappresentanti di Roma, la ebbero vinta sui tre fratelli Curiazi, rappresentanti di Alba Longa, I Romani, per imporre il loro potere sugli altri centri abitati furono costretti, dopo aver imposto agli Albani di abbandonare la propria città ed a trovarsi una sistemazione a Roma, se non a distruggere il tempio di Giove, quantomeno ad abbandonare il culto del dio, che rappresentava il legame più forte delle città albane con la città madre Alba Longa. Le trenta città albane, per questo, non accettarono la sottomissione a Roma senza colpo ferire, ma ostacolarono non poco il cammino di Roma verso la supremazia.
Cinque re Romani, infatti, durante il loro regno, dovettero dedicarsi soprattutto alle guerre, derivate dalla sottomissione delle città albane. Fu Servio Tullio, che riuscì a sottomettere quasi tutte le città albane e ad integrarle nella organizzazione romana, creando lo stato romano, che successivamente volse le proprie mire ad una espansione metodica e razionale, conseguenza della vita militare, che la città visse, dall’origine della sua amministrazione alla imposizione del predominio alle altre città sorelle. Fra le tante città, che aderirono alla organizzazione amministrativa romana, articolata in tribus, si sottrasse Aricia, Boville, Lanuvio, Cori Laurento. L’organizzazione del territorio da parte di Servio Tullio, che finalmente si poteva dire romano, spinse per necessità di tutela della autonomia e della libertà, le città albane, ancora non assorbite nella organizzazione romana, a formare, sul solco della lega albana, una alleanza con altre città, stretta sotto il culto di Diana Aricina, che ebbe in Aricia e nel suo principe, Tullo Erdonio, la città ed il personaggio di riferimento. L’alleanza, sorta fra le città albane, non sottomesse a Roma, ed altre quali Tuscolo e Tivoli, città eque, Ardea e Pomezia, volsche, si denominò lega aricina ed aveva il suo riferimento nella città di Aricia e nel tempio di Diana, di cui ancora oggi si conosce il sito nell’area.
Servio Tullio, all’epoca re di Roma, che era un monarca attento e consapevole della novità, costituita dalla lega aricina, non assistette inattivo al sorgere della alleanza e costruì in Roma il tempio di Diana aventina, per favorire il suo culto, che doveva essere il contro altare del culto di Diana Aricina. Quando la città di Gabi fu conquistata, la lega aricina capì di essere impotente davanti a tanto strapotere militare e di astuzia di Tarquinio, per cui sorse la necessità di ampliarla, aprendo la lega aricina, anche ad altre città, che tenevano alla propria autonomia ed alla pace, di popolazioni diverse, ma confinanti. Da queste circostanze si riformò la lega latina, di cui narreremo appresso gli avvenimenti della costituzione, che tanta parte ebbe nelle fortune militari di Roma.

Costituzione della Lega Latina

Le vicende della formale costituzione della lega latina sono narrate da Tito Livio prima degli avvenimenti, che riguardano la presa delle città di Gabi e di Suessa Pomezia. Per evidenti ragioni di logica storica, però, gli eventi che portarono alla formazione della lega devono essere collocati dopo la sottomissione, da parte del re di Roma, delle predette città. L’iniziativa di costituire la lega latina nacque grazie a Tullo Erdonio, principe di Aricia, capo della lega Aricina, e Tarquinio il Superbo, che si sentiva invincibile con le singole città, ma che temeva però la potenza di città alleate, soprattutto a suo danno, e temeva soprattutto la lega aricina se, come aveva intenzione di fare, si fosse ampliata con le città eque, volsche ed erniche. Va ricordato che le alleanze, sorte fra più popolazioni, come la Lega Latina, un tempo, non potevano avere un carattere militare, ma assolutamente religioso e ufficialmente si formavano intorno al culto degli dei o delle dee più venerate.
La nuova lega latina pertanto fece riferimento, quanto alle sue radici religiose, -(per superare l’antagonismo religioso legato al preesistente culto di Diana Aricina e Diana Aventina)-, al culto di Giove laziale, che aveva il tempio sulla cima di Monte Cavo, e da questo culto prese il nome la lega latina, mentre i riti e la liturgia, praticata in occasione della ricorrenza della festa religiosa, -(in cui si uccideva un toro bianco, le cui carni sacre erano distribuite fra i partecipanti)-, erano dette ferie latine. La volontà di arrivare alla costituzione della lega era comune a tutti i principi delle città interessate, ma a prendere le iniziative era soprattutto Tullio Erdonio, capo di Aricia, che si faceva carico di indire gli incontri nel territorio della sua città per decidere sulla costituzione. E però l’entusiasmo di Tullio Erdonio non andava a genio a Tarquinio il Superbo, che vedeva in lui un avversario pericoloso nella futura preminenza all’interno della lega. Per Tarquinio, allora, fu gioco forza eliminarlo. E così maturò e fu condotta a termine la fine del principe di Aricia. Questi sono gli avvenimenti.
Le prime sedute dei principi leghisti non andarono a buon fine, perché Tarquinio il Superbo ritardava o faceva mancare la partecipazione alla assemblea, e la cosa seccava non poco il principe di Aricia, il quale ogni volta giustamente metteva sotto cattiva luce l’assenza o il ritardo di Tarquinio, accusandolo di arroganza e di scarso rispetto per tutti gli altri presenti. Dopo più di una seduta, cui Tarquinio non aveva partecipato, il principe di Aricia manifestò il proprio convincimento che occorreva andare avanti anche senza Tarquinio. La seduta però non si concluse nel modo sperato da Turno Erdonio, perché prima che fosse chiusa arrivò Tarquinio il Superbo, il quale dopo aver chiesto scusa per il ritardo, chiarì, facendo molta scena, di aver avuto impegni, cui non aveva potuto sottrarsi, essendo stato chiamato a far da paciere in una lite tra un padre e un figlio di una famiglia molto rappresentativa nella città di Roma. In quella occasione fece presente che non comprendeva l’ostilità di Tullio Erdonio nei suoi confronti ed i leghisti, convinti delle ragioni di Tarquinio, lo scusarono facendo proprie le sue ragione. Essendosi verificato nella seduta successiva, sempre per lo stesso motivo, un’altra accusa da parte di Turno Erdonio nei confronti di Tarquinio il Superbo, questi, quando arrivò nel luogo della seduta, non ci pensò due volte ad accusare il principe di Aricia per i suoi strani comportamenti. Affermò peraltro di sapere per quale motivo Turno Erdonio agisse così: il principe di Aricia voleva diventare il capo della lega e voleva, con una congiura già ordita, uccidere tutti gli altri principi, che ne facevano parte. Affermò che egli aveva le prove di quanto diceva, e che le avrebbe mostrate se glielo avessero chiesto. Precisò che Tullo Erdonio aveva raccolto e nascoste molte armi in un suo fabbricato, nei pressi della sua abitazione, per sopprimere i capi della lega e che era pronto ad accompagnare tutti i principi leghisti sul posto per far verificare la cosa.
Tutti a quelle accuse si infuriarono con Tullo Erdonio e pretesero di controllare immediatamente quanto affermato di Tarquinio. Tullo Erdonio, che non aveva escogitato alcun piano per uccidere i leghisti, non si oppose alla richiesta, ma accettò di buon grado di accompagnare i principi sul luogo indicato da Tarquinio, sapendo che le accuse non potevano essere vere e che nessuna arma era stata lì nascosta. Purtroppo, il principe di Aricia, non aveva fatto i conti con Tarquinio il Superbo: Questi infatti la sera prima, dopo aver corrotto dei servi di Turno Erdonio, aveva fatte collocare numerose armi proprio nel posto da lui indicato. Grande fu la meraviglia dei principi quando, arrivati sul posto, e fatta aprire la porta del fabbricato, furono trovate le armi di cui Tarquinio aveva parlato. La fine del principe di Aricia fu immediata e la sua uccisione avvenne ad opera degli altri principi leghisti. Nella circostanza il prestigio di Tarquinio salì alle stelle e ciò portò ad una rapida costituzione della lega latina, di cui naturalmente fu messo a capo Tarquinio il Superbo, sia per i meriti acquisiti sventando il falso complotto di Turno Erdonio, ma anche per la paura, che egli incuteva agli altri principi. Così ufficialmente si formò la lega latina, che, in seguito, -(dopo aver prima inutilmente aiutato re Tarquinio, a rioccupare Roma, allorché ne era stato cacciato)-, ebbe tanta parte, a fianco di Roma, nella crescita dello stato romano.

La storia dei libri sibillini

Con la costituzione della lega latina tre grandi città, Tivoli, Tuscolo e Palestrina, si staccarono a poco a poco dalla popolazione di origine, che era quella equa, e finirono per ritrovarsi, stante il legame che si creò sul piano religioso fra le città della lega, nella popolazione latina. Con il loro distacco dalla nazione equa la potenza della popolazione della valle dell’Aniene e dintorni si ridusse notevolmente, fino a che non fu assorbita completamente in quella romana.
La causa lontana della annessione degli Equi alla popolazione romana deve essere ritrovata nei libri sibillini, che erano per i Romani, quello che per noi sono la bibbia ed i vangeli. Sulle origini dei libri sibillini, che tutti dovevano credere che fosse una raccolta delle pronunce profetiche della Sibilla, c’è una storia mitologica, che viene raccontata da Dionigi d’Alicarnasso ed ha come autore il solito Tarquinio il Superbo. Per capire interamente la vicenda c’è da tener presente che in antico quando un grande legislatore o un grande monarca voleva che l’esperienza amministrativa da lui vissuta nella guida di una città, tradotta in legislazione, non andasse perduta con la sua morte, si inventava qualche artificio che costringesse la popolazione a non abbandonare facilmente le regole di vita sociale, che egli aveva date.
Solone ad Atene, Licurgo a Sparta fecero credere che le leggi, che avevano dato alle rispettive città, non potevano essere cambiate, finché i loro corpi, una volta che essi si erano allontanati dalle rispettive città, non fossero tornati in patria. Tarquinio, che è stato uno dei più grandi re di Roma, anche se il più spietato, si inventò qualcosa di più ingegnoso. Conoscendo la superstizione dei Romani ed avendo raccolta tutta la sua esperienza di vita in una sinossi di norme pratiche da seguire per garantire lo sviluppo e l’espansione di Roma, non fece mai capire che i libri sibillini erano precetti, che egli lasciava ai Romani, perché non li avrebbero mai accettati, se avessero saputo che venivano da lui, ma fece credere che le norme, che egli aveva sintetizzato in tre libri, erano insegnamenti e oracoli della Sibilla, che glieli aveva fatti avere in modo divino. Questo è il racconto, riportato da Dionigi. “Un giorno una donna, si presentò a Tarquinio per vendergli nove libri di oracoli della Sibilla. Tarquinio si rifiutò di acquistare i libri al prezzo, che la donna chiedeva e quella si allontanò per bruciare tre dei nove libri. Poco dopo tornò dal re per vendergli allo stesso prezzo i restanti sei libri. Pensando che fosse una pazza, il re la derise, perché gli chiedeva di acquistare allo stesso prezzo un numero minore di libri. La donna si allontanò nuovamente e bruciò la metà dei libri e presi i restanti tre li offrì al re allo stesso prezzo.
Tarquinio, meravigliato dalla insistenza della donna, si rivolse allora agli Auguri e raccontati i fatti, chiese cosa occorresse fare. Gli Auguri avendo capito da alcuni presagi che ciò che era stato disprezzato era un dono divino, affermarono che era stata una grande disgrazia non aver comperato tutti i libri. Aggiunsero che bisognava dare alla donna la somma che chiedeva per salvare gli oracoli restanti. La donna dopo aver consegnato i libri e dopo aver diffidato a rispettarli, non fu più vista fra gli esseri viventi. Tarquinio, però, creò due magistrati fra i nobili ed aggiunse loro due pubblici sacerdoti, ai quali diede in custodia. I libri sibillini”. Non sono arrivati fino a noi i libri sibillini e nemmeno i tanti oracoli, che contenevano, ma è certo che i Romani successivamente si impadronirono del territorio degli Equi, commettendo un genocidio, come mai avevano fatto, e tutto questo perché nei libri sibillini era scritto, -(lo ricordano Catone, Livio e Frontino)-, che sul Campidoglio, il colle sacro di Roma, doveva arrivare l’acqua dell’Aniene! Come si può pensare che i Romani non avrebbero rispettato il precetto di Tarquinio il Superbo, che aveva fatto passare per oracolo della Sibilla?

Le Tribus, l’istituto amministrativo fondamentale di Roma antica

Se ricordando la storia della lega latina è stato possibile sapere e capire come quando e perché centri abitati come Tivoli, Tuscolo (oggi Frascati) e Palestrina, antiche fortissime città celebrate da Virgilio nell’Eneide, si staccarono dalla organizzazione e dalla cultura equa , di cui originariamente facevano parte; se la storia dei libri sibillini è stato possibile comprendere perché gli Equi avevano un destino fatale già segnato, dal momento che erano insediati sulle sponde dell’Aniene, che i libri sibillini indicavano come fondamentale risorsa idrica di Roma, spingendo in tal modo i Romani ad impadronirsi molto presto del loro territorio, ora si rende necessario affrontare il tema delle tribus per sapere e conoscere, quando gli Equi furono sottomessi dai Romani, evento avvenuto nel 304 a.c., quale fu la loro fine e la loro integrazione nella organizzazione demografica e amministrativa, perché gli Equi, che sopravvissero alla campagna militare del 304, furono riuniti ed assegnati alla Tribus Aniensis. Occorre cioè capire che cosa era, in generale, una tribus, come ebbe origine il nome, comprendere cosa rappresenteranno le tribus e che peso avranno nella storia di Roma. Per comprendere che cosa era una tribus occorre pertanto tornare molto indietro nella storia, perché le tribus, -(in greco Pagos)-, un organismo amministrativo che può essere oggi definito con il termine distretto o circoscrizione, si sono formate con la organizzazione di Roma antica e da subito furono il fondamento della amministrazione romana dal regno di Romolo fino al sorgere dell’impero. L’approfondimento di questo argomento consentirà di conoscere e comprendere donde è stato tratto il termine tribus e quali funzioni svolgeva all’interno dello stato romano. E’ bene, per comprendere più facilmente la storia delle tribus, chiarire subito che la fondazione di Roma da parte di Romolo, che, secondo la tradizione più diffusa, traccia con l’aratro il solco, che costituirà il perimetro della città, è pura invenzione. Non vi è mai stata da parte di Romolo una fondazione della città, ma una organizzazione dell’urbe, perché nell’area dei sette colli esistevano già dei centri abitati , molto prima di Roma. L’urbe, in verità, è solo l’effetto di una integrazione di comunità diverse, -( da principio formate da Albani ed Etruschi)-, che già esistevano nell’area. E’ cioè accaduto che due nuclei originari di popolazioni diverse si costituirono in unica comunità sotto il governo di un principe, Romolo, che, per questo, viene indicato come primo re di Roma. Le ragioni della fusione di due comunità in una si traggono dalle fonti latine, che ricordano, che, prima che Roma fosse formata, il fiume Tevere era il confine naturale, che esisteva fra gli Etruschi e gli Albani. Questo fiume, -(che era detto in etrusco Rumon, da cui Roma ha tratto il nome, ed in albano era detto Albula, dalla città Di Albalonga che dominava il territorio)-, nell’area dei sette colli, ma soprattutto nell’area del Campidoglio, Palatino ed Aventino, per le facili inondazioni, non rappresentava un confine certo e preciso per le due popolazioni, per cui si aveva nell’area la presenza contemporanea di Etruschi ed Albani, che contestavano l’uno all’altro ovviamente il diritto a starvi. Questo difficile connubio ed il mancato controllo dell’area dei sette colli, su cui successivamente Roma si è insediata, da parte di una sola popolazione costituiva motivo di continue liti e contese. L’area, infatti, seppur paludosa per le inondazioni del fiume Tevere, era però ricca di pascoli, che i pastori delle due popolazioni avrebbe voluto utilizzare ognuno per se. Arrivare agli scontri armati da questa situazione era un fatto naturale. Per avere la certezza che quando si afferma è vero, basta ricordare che il fiume Tevere, -(che originariamente era detto Albula)-, prese in via definitiva il nome attuale da Teverino, re di Albalonga, che vi morì combattendo contro gli Etruschi. Non solo risulta dalle fonti storiche che sul Campidoglio e sul Palatino vi erano comunità e templi etruschi, mentre sull’Aventino vi era certamente una comunità Albana. Pensare che queste due comunità fossero in frequente lite per l’uso del territorio è abbastanza ovvio. La guerra fredda fra le due popolazioni durò a lungo, finché, -(forse anche per consentire sul territorio pacificato l’emigrazione di giovani in esubero nei vicini centri esistenti)-, non si trovò un accordo, in base al quale sarebbe stato consentito l’arrivo di nuovi abitanti delle due comunità nella zona, ma nello stesso tempo si sarebbe formata una sola comunità, con un proprio capo, che sarebbe stato scelto solo sulla base del volere degli dei. Si arrivò così a stabilire che sarebbe diventato capo della nuova comunità colui che fosse risultato vincitore, non di una prova di forza, ma di una gara, che solo il fato ed il volere degli dei potevano determinare. Ognuna delle due popolazioni avrebbe scelto un proprio candidato al governo della nuova città e sarebbe stato riconosciuto capo della nuova comunità colui che, stando in avvistamento su un colle, avesse visto un numero superiore di avvoltoi rispetto all’altro concorrente. E così accadde che Romolo si mise in avvistamento sul Palatino e Remo sull’Aventino. La gara inizialmente favorevole a Remo, che avvistò sei avvoltoi, si risolse in favore di Romolo che dissero avesse avvistato dodici avvoltoi. Sulla regolarità della gara sorsero subito dei sospetti. E’ certo che Romolo, subito si adoperò per entrare nella carica, ma Remo, che era convinto dell’inganno, tentò di eliminare l’avversario imbroglione, che però riuscì ad uccidere Remo. Per avere conferma che gli eventi narrati non sono frutto di pura fantasia, e che Roma si è formata in base all’accordo ed agli eventi narrati, è forse sufficiente rilevare che il fiume Tevere, mantenne il nome albano, mentre la città prese il nome etrusco del fiume, avendo ognuno il suo, è anche utile ricordare che, in tempi molto antichi, quando Roma fu rappresentata per la prima volta con il simbolo della lupa, questa era raffigurata nell’atto di allattare uno e non due neonati gemelli. Dopo l’uccisione di Remo, Romolo rinsaldò la sua supremazia nell’area. La nuova comunità, però, si ritrovò terribilmente isolata, perché la popolazione Albana e quella Etrusca, da cui era formata la popolazione della nuova città, per la morte di Remo, si ritrovarono più nemiche che mai: nessuna delle donne albane o etrusche accettava di sposarsi con gli abitanti del nuovo centro, che si era da poco formato. Romolo quando vide che non vi era soluzione al problema, causato dalla mancanza di donne, che col tempo si ingigantiva, pensò bene di risolvere la questione, come era abitudine per gli Etruschi, con uno stratagemma. L’inganno, che aveva ordito, non poteva certo attuarlo contro gli Albani o gli Etruschi, popolazioni vicine, più organizzate però militarmente della nuova Roma. Per questo pensò di rivolgere le sue attenzioni ai Sabini, che riteneva abbastanza lontani, e ad altre città, che erano confinanti con essi. Lo stratagemma consisteva nel rubare, nel cuore di una festa, quando i partecipanti erano intenti a divertirsi ed ignari del pericolo che li sovrastava, le donne della popolazione, invitata a partecipare, ignara dell’evento e pertanto non pronta a reagire militarmente. Per raggiungere lo scopo, Romolo organizzò una bellissima festa religiosa con grandi festeggiamenti e giochi, aprendo la partecipazione a tutti, soprattutto ai Sabini, e alle città confinanti, come Cecina, Antemne e Crustumerio, che vi presero parte in gran numero. Nel bel mezzo della festa, però, ad un preciso segnale, i Romani si avventarono su tutte le donne, che incontravano ed erano presenti alla festa e le rapirono portandole via. All’iniziale smarrimento delle popolazioni colpite dall’evento, seguì un tentativo di rappresaglia, andato a vuoto, da parte delle città confinanti. I Sabini, che non ricorsero a tentativi di rappresaglie, come avevano fatto Cecina, Antemne e Crustumerio, città confinanti, che subirono il danno della sconfitta oltre la beffa del rapimento, prepararono un piano militare per invadere e distruggere Roma. Quando i Sabini ritennero maturo il tempo per la vendetta e si presentarono al confine di Roma con un grande esercito, la nuova città, davanti allo strapotere dei Sabini, nulla poté, tant’è che i nemici invasero il territorio romano ed arrivarono ad occupare, corrompendo la vergine Tarpa, anche il Campidoglio, senza però riuscire ad averla definitivamente vinta. E siccome la guerra si protraeva troppo a lungo, come era uso dei tempi, si arrivò ad una conciliazione. Ai Romani sarebbero state assegnate le donne, gran parte dei Sabini sarebbe diventata cittadinanza romana e Roma avrebbe avuto due re. Arrivati alla conciliazione Roma fu divisa ed organizzata in tre distinte comunità, quella dei Sabini, detta dei Titienses da Tito Tazio, loro capo; quella degli Etruschi, che veniva detta dei Ramnenses da Romolo detto in Etrusco Ramna, e quella degli albani, che veniva detta dei Luceres, forse dal termine lucus (bosco sacro) o forse dal termine greco lucoi, che significava i Bianchi, dalla cime innevate del monte Cavo. E per indicare una delle tre comunità, che formavano la nuova città, sulla quale regnava Romolo e Tito Tazio, si diceva “una ex Tribus”. L’abituale uso della locuzione una ex Tribus fece si che, nel tempo, abbreviando l’espressione, una delle tre comunità, fossi indicata con la parola Tribus, che dal significato dell’originario tre, venne così ad indicare comunità, distretto. Vi sono studiosi, che per spiegare l’origine del termine tribus hanno pensato che essa fosse una derivazione del termine tributo o del verbo tribuere, ma sono supposizioni infondate, perché tributo è una derivazione dal termine tribus ed era la imposta che ogni tribus era tenuta a pagare quando, qualche secolo dopo, ai tempi del re Servio Tullio la popolazione romana, ampliatasi fino a comprendere quasi tute le città albane, fu organizzata in veri e propri distretti amministrativi. Servio Tullio, infatti, fu il primo re, che, oltre a organizzare la comunità romana in classi sociali, istituì la tassazione per capacità di reddito dei cittadini, divisi per questo in classi. Il territorio, cui fu estesa la nuova organizzazione, era molto vasto e pertanto dalle originarie tre tribus, che successivamente erano diventate quattro, furono portate, per esigenza di organizzazione amministrativa, in ventuno tribus, di cui 4 erano dette urbane, proprie della città di Roma e 17 erano dette rustiche, proprie del territorio esterno alla città. Questo nuovo istituto, voluto da Servio Tullio, era la struttura portante, politica ed amministrativa, di Roma antica. La vita politica ed amministrativa romana era, infatti, svolta attraverso le tribus, le quali, con i comitia tributa, i comitia curiata, ed i comitia centuriata, decidevano le sorti di Roma, non solo svolgendo attività legislativa ma eleggendo il pontefice Massimo, i consoli, i censori, i pretori urbani, gli edili, e tutte le magistrature più importanti. Dionigi di Alicarnasso ricorda l’evento della istituzione delle tribus da parte di Servio Tullio in questo modo: "Tullio, il sesto re di Roma, divise la campagna in tante parti, fece predisporre in luoghi montuosi e poco accessibili delle fortificazioni, denominandole in greco pagos (tribus in latino), per salvarne gli abitanti. Lì si rifugiavano quando vi erano irruzioni di nemici, li si aveva l’anagrafe dei cittadini, lì si aveva il pagamento dei tributi, il catasto dei terreni coltivati e la leva per la chiamata alle armi. Fece anche costruire i templi nei quali riunirsi per assistere ai pubblici sacrifici e per celebrare feste locali, dette paganalia". C'è chi ha pensato che il termine tribus sia da collegare al verbo latino tribuo o al termine tributum, ma, ictu oculi, si comprende che il verbo tribuo ed il termine tributo sono invece stati derivati da tribus, che stava invece ad indicare la divisione in tre parti della città. Le tre tribus furono chiamate dei Ramnenses, dei Titienses e dei Luceres, come si legge in Livio (X,6) denominazione che all'origine era data alle tre centurie di cavalieri, e Livio (I,13) precisa anche che Ramnenses era derivazione da Romolo-( e comunque è indiscutibilmente etrusco il termine Ramna)-, Titienses da Tito Tazio e Luceres, di significato incerto, dovrebbe riferirsi agli Albani (da Lucus, bosco sacro, forse riferito al bosco del tempio di Giove Laziale sul monte Cavo o dal greco Lucoi per indicare gli abitanti della cima bianca di Monte Cavo). Da queste circostanze il termine tribus in seguito si generalizzò fino a prendere il significato di pagos, che oggi gli si riconosce, cioè di struttura o distretto amministrativo, soprattutto in seguito alla riforma dello stato romano voluta da Servio Tullio. Mentre, infatti, con Romolo la suddivisione della città in tribus fu una esigenza etnica, è con questo Servio Tullio che le tribus assumono la qualità di struttura amministrativa della nuova Roma, con specifici compiti distrettuali, ed entrano a far parte fondamentale della grande riforma sociale, voluta da Tullio con l'istituzione delle classi sociale, e della organizzazione amministrativa romana, mantenendo però l'originario nome di tribù, che era diventato il nome per indicare un distretto amministrativo. Per questo motivo le tribus vengono indicate come Serviane, come se fosse una istituzione di sua creazione. In Roma le tribus da tre diventano quattro (Palatina, Suburrana, Collina ed Esquilina - D.d'A, Iv,14) e vengono dette urbane, perché distretti amministrativi della città, le altre vengono chiamate rustiche, perché rivolte a integrare nel tessuto romano tutte le piccole città latine, che erano situate intorno a Roma e che riconoscevano a Roma il ruolo di città guida. Così scrive Dionigi d'Alicarnasso in proposito: Dopo aver compreso dentro le mura i sette colli, divise la città in quattro parti, denominandole da quei colli l'una Palatina, l'altra Suburrana, la terza Collina, l'ultima Esquilina. Portò così da tre a quattro le tribù. Ordinò poi che chi abitava in una delle quattro tribù come domiciliatario, non portasse la residenza in altro luogo, né desse il proprio nome in altra tribù, sia per la leva militare, sia per il tributo inerente le spese di guerra: nessuno doveva rendere in un altra tribù i servizi che doveva per la propria comunità. Per quanto riguarda le tribus rustiche la riforma serviana favorì l'integrazione di gran parte delle città albane o latine, che erano circa trenta, nella organizzazione amministrativa romana. Delle città, che a Roma facevano capo, dopo la vittoriosa campagna contro Albalonga, non tutte avevano accettato lo status quo. Boville, Aricia con altre eque come Tuscolo, Palestrina e Tivoli avevano formato la lega Aricina, sorta intorno al tempio di Diana Aricina, e, in risposta alla iniziativa di questa lega, Servio Tullio, dopo aver edificato il tempio di Diana sull'Aventino, avviò la riforma amministrativa romana con la istituzione delle tribus, che conferiva alle città, un tempo albane, che accettavano il dominio ed il governo di Roma, la piena cittadinanza, anzi l'integrazione delle città latine con l'Urbe.


LA STORIA DEGLI EQUI

Libro II

Il nome degli equi

Per capire compiutamente la storia degli Equi occorre preliminarmente chiarire, -(dal momento che nelle fonti compaiono, con riferimento ad entità demografiche, due denominazioni affini, come Equi ed Equicoli, e dal momento che in letteratura c’è chi sostiene che debbano riferirsi le denominazioni a due popolazioni distinte o ad una sola)-, se con i nomi riportati si vuole indicare una sola popolazione ed una identità razziale ovvero si indicavano due popolazioni diverse , ammettendo una dicotomia etnica.
Nelle fonti di storia romana si incontrano popolazioni indicate col nome di Equi e/o Equicoli, che non si sa bene se indichino popolazioni distinte, o se siano due nomi indicanti una stessa popolazione. Questo, allora, è certamente un tema da affrontare e da chiarire, prima ancora di qualsiasi altro argomento, che riguardi la popolazione equa. La domanda sulla unicità razziale o sulla dicotomia etnica tra gli Equi e gli Equicoli, sul piano letterario, è molto attuale. E’ sicuramente indicativo, per valutare l’attualità dello studio e della ricerca sul tema, un brano del saggio, pubblicato da G. Alvino, (1) in un foglio della Quasar nel 1995.

“L’alta e media valle del salto, conosciuta anche come Cicolano, deriva questo suo nome dagli Equicoli, che un tempo l’abitavano (ager aequicolanus). Fin dalla tarda età repubblicana, nelle fonti letterarie sia greche che latine, a conclusione delle lotte sostenute con Roma, le popolazioni stanziate nella valle del Salto, vennero identificate con la denominazione di equicoli, denominazione che poi prevarrà soprattutto con Ovidio (Fasti, III,93)e Silio Italico (VIII,731). Oggigiorno identificati con gli Equi, gli Equicoli sono da considerarsi un ramo collaterale di questi ultimi, che appartenenti al gruppo linguistico osco umbro, occupavano la valle dell’Aniene, la zona intorno al Fucino, la pianura Carseolana, appunto, la valle del Salto, che costituiva la principale via di comunicazione tra le popolazioni del Fucino, della valle dell’Aniene, e della pianura reatina, e che confinava con il territorio degli Ernici, dei Marsi e dei Sabini”.

Sulla lunghezza d’onda della dottoressa Alvino è anche una enciclopedia, molto diffusa ed accreditata, la Treccani, la quale definisce gli Equicoli come “frazione della stirpe degli Equi, la quale dopo il definitivo soggiogamento di costoro nel 304, restò ad abitare l’alta valle del’Imella; in possesso della civitas sine suffragio (Cic, De officiis, I,35) da principio; poi come municipio (Strabone)”

Per avere un quadro più ampio sulle idee, che circolano in proposito, si ricorda che don Paolo Carosi, (2) che affronta il tema in tre pubblicazioni (Badia di Subiaco, Il primo monastero benedettino, I monasteri benedettini), così scrive sull’argomento:

“In origine la valle dell’Aniene fu abitata dagli Equi: il nome è ricordato dal paese Marano Equo. Gli Equicoli invece vivevano nella valle del Turano e del Salto; ed il nome sopravvive nel territorio detto Cicolano (= Equicolano)”.
Altrove scrive che “in un primo tempo gli Equi ebbero rapporti pacifici con i Romani. Dal re degli Equi Fertor Resius (Erresius) i Romani avrebbero preso l’istituzione dei Fetiali. Quando però i Romani cominciarono la loro espansione militare, gli Equi, alleati coi Volsci, a lungo si difesero contro i Romani, passando talvolta all’offensiva… Tra gli oppiai degli Equi ne ricordiamo uno, non lontano dalla valle dell’Aniene, che fa da intermediario nel ritiro di san Benedetto da Roma al sacro speco: Affile, il nome originario Afilae (gli abitanti Afilani), mentre Enfide, Effide, sono deformazioni posteriori.”

Don Stanislao Andreotti, che affronta l’argomento nella pubblicazione Subiaco, I Benedettini (3), si limita a registrare che “la nostra zona, come il resto della valle dell’Aniene, in origine fu abitata dagli Equi. Essi in alleanza con i Volsci, difesero a lungo accanitamente la loro indipendenza contro i romani, ma dopo una lotta secolare furono definitivamente soggiogati nel 304 a.c. venendo a formare la tribù Aniense.”
Per completare il quadro delle ipotesi, che si sostengono, soprattutto in relazione alla dicotomia etnica di Equi ed Equicoli, ricordo quanto scrive l’architetto Carlo Promis nel suo volume (4)Le antichità di Alba Fucense: “La nazione equa può considerarsi divisa come in due grandi famiglie, o tribù, delle quali una sotto il nome di Equi abitava le pianure ed i monti del’Algido e l’Aniene, estendendosi lungo il corso di questo fiume, e l’altra sotto il diminutivo di Equiculi coltivava le rive del Turano e del Salto.”
A questo punto, però, prima di sviscerare la questio, che si vuole affrontare, e prima che le citazioni, che sono state prima riportate, siano prese per oro colato, anche se in aspetti marginali della questio, sono necessarie alcune precisazioni. Le affermazioni della enciclopedia Treccani, -(secondo la quale, per testimonianza di Cicerone e di Strabone, agli Equicoli sarebbe stata concessa la civitas sine suffragio e successivamente la municipalitas)-, sono del tutto infondate perché ambedue le circostanze risultano essere solo erronee deduzioni, malamente attribuite. Strabone non ricorda alcun municipio fra gli Equicoli, e Cicerone, nel passo ricordato dalla Treccani, affronta in generale il tema della concessione della civitas, affermando il principio secondo il quale gli antichi Romani concedevano la cittadinanza, sine o cum suffragio, solo a chi la meritava (5). Quanto poi a Marano Equo, che per don Paolo Carosi, é prova della presenza degli Equi nell’area, c’è da osservare che il centro abitato, detto oggi Marano Equo, non ha questo nome perché risalente agli Equi, ma solo perché, con decisione civica, sul finire del diciannovesimo secolo, il comune di Marano aggiunse l’aggettivo Equo, all’originario Marano, per distinguersi da altro centro omonimo, come è accaduto nella stessa occasione per molti paesi d’Italia.
Quanto ad Affile, che viene detta da don Paolo Carosi oppido equo, c’è da osservare che il centro abitato, che porta oggi questo nome, prese ad essere chiamato con il nome Affile solo nel XVII secolo, perché per più di mille anni la località ha avuto il nome di Effide. Il nome di Effide fu, infatti, sostituito con Affile di seguito al ritrovamento di una epigrafe, male interpretata e non autentica in modo certo. Dopo comunque i chiarimenti e le osservazioni, relative ad aspetti marginali del problema, che è stato posto, occorre subito precisare che non sono assolutamente condivisibili le ipotesi, avanzate dagli studiosi, sopra citati, sul nome degli Equi e degli Equicoli e sulla loro appartenenza a rami collaterali di una popolazione dalle stesse radici etniche. Le ipotesi, stante il mistero che circonda la popolazione equa, riescono a mettere in luce gli sforzi, che ancora si fanno, per cercare di capire.
Non c’è dubbio, infatti, che le ipotesi della Alvino, di Carosi, di Promis, che abbiamo riportate, trovino un qualche fondamento soprattutto nei poeti latini, come Virgilio, Ovidio e Silio Italico, se letti superficialmente. Virgilio, -(che, come gli altri poeti, non è uno storico)-, ha scritto l’Eneide per esaltare il mito di Roma. Il poema epico del poeta mantovano ha avuto però tanta fortuna, anche sul piano storico, e soprattutto presso studiosi di storia locale, tanto da essere preso a riferimento abituale, anche laddove ha avanzato ipotesi fantasiose sulle origini delle prime popolazioni, che ebbero a scontrarsi con Roma. Il poeta mantovano, per quanto riguarda il presente studio, per tre volte, nel VII libro dell’Eneide, espressamente o implicitamente, parla del territorio equo o equicolo, o ne ricorda il nome. Il primo accenno che fa al territorio equo è quello, in cui ricorda la schiera, che abita il freddo Aniene, guidata dal condottiero Ceculo contro Enea:

Hunc legio late comitatur agrestis:
quique altum Praeneste viri, quique arva Gabinae
Iunonis gelidumque Anienem et roscida rivis
hernica saxa colunt. (6)

“Lo accompagna per largo tratto una legione rustica:
quelli che abitano l’alta Preneste, quelli che coltivano i campi della
Gabina Giunone, quelli cha abitano il gelido Aniene
e coltivano i sassi ernici ricchi di ruscelli”.

Il poeta nei versi non indica espressamente gli Equi, ma è evidente che quando ricorda la schiera agreste di Preneste, di Gabi e di coloro che abitano il freddo Aniene, individua in essi gli Equi, il cui territorio, come ha scritto l’architetto Carlo Promis, e come approfondiremo più avanti, comprendeva almeno l’Algido e Tuscolo, ma anche Gabi, Preneste, e gli abitanti del fiume Aniene, fino ad Alba Fucens, essendo convinti i Romani che l’Aniene (gelido per Virgilio, per Marziale, Silio Italico, freddissimo per Frontino), avesse le origini nel lago del Fucino. Il mancato ricorso nella circostanza al nome equo è solo legato a problemi metrici, mentre lo usa successivamente per ricordare che il condottiero Messapo guida contro Enea le schiere Fescennine, gli Equi, i Falisci, quelli del Soratte, del Cimmino e di Capena (7):

Hi Fescenninas acies Aequosque Faliscos.
Hi Soractis habent arces Flaviniaque arva
Et Cimini cum monte lacum lucosque Capenos.

“Questi hanno le schiere fescennine, e gli Equi, i Fallisci.
Questi occupano le rocche del Soratte e i campi Flamini e il Lago
ed il monte del Cimino e i boschi di Capena”.

Il terzo caso, in cui Virgilio si trova a presentare gli Equicoli è quello in cui presenta il condottiero Ufente, che guida le sue schiere contro Enea (8):

Et te montosae misere in proelia Nersae,
Ufens, insignem fama et felicibus armis;
horrida precipue cui gens adsuetaque multo
venatu nemorum, duris aequicola glaebis.

“E della montuosa Nerse mandarono a combattere te,
o Ufente, illustre per fama e fortunato in armi,
con la gente equicola rozza soprattutto per le dure zolle
ed abituata a cacciare nei boschi”.

Dopo aver riportato i versi di Virgilio, è bene chiarire senza mezzi termini, che si è in presenza di espressioni e fantasie poetiche, ricche di iperboli e ipotiposi, i cui termini rispondono ad esigenze metriche e non storiche. L’esametro dattilico, usato da Virgilio, richiedeva al quinto piede un dattilo, ed aequicolus era un dattilo naturale ed ideale per il poeta, che doveva rispettare le cadenze della metrica. E come Virgilio, anche gli altri poeti, che più sotto si ricordano, che hanno influenzato nella materia non poco le ipotesi degli studiosi, usano il termine equicolo perché dattilo naturale. Infatti Virgilio, per l’esigenze del quinto piede dell’esametro, che doveva essere necessariamente un dattilo, ricorre ad aequicola glaebis così come Silio Italico ad aequicola rura ed Ovidio ad aequicolus asper. Ed allora non possono essere questi gli elementi di prova o di certezza per ricostruire la storia di un popolo, o per conoscere il vero nome del popolo equo o equicolo. A voler attribuire anche un minimo di valore storico a queste espressioni poetiche, dovrebbe concludersi che il territorio attraversato dall’Aniene era quello degli Equi, mentre quello equicolo era il territorio ancora oggi detto Cicolano, tra Massa d’Albe Borgo Rose, Pescorocchiano, Petrella Salto. Ma una lettura topografica, come quella data, a tutto voler concedere, ed è sicuramente un’interpretazione erronea, poteva appartenere all’età augustea, e non certamente ai tempi, che precedettero e seguirono la formazione di Roma. Del resto proprio alle fonti poetiche sembra abbiano fatto riferimento gli studiosi citati. E però già Silio Italico non è compatibile con questa ipotesi, perché inequivocabilmente il poeta assegna agli Equicoli, come territorio d’insediamento, non già il Cicolano, ma l’alta valle dell’Aniene, allorché in Punicorum scrive:

Quique Anienis habitant ripas, gelidoque rigantur
Simbrivio, rastrisque domant aequicola rura.

Con questi versi Silio Italico celebrava l’intervento degli abitanti del territorio, un tempo equo, a fianco dei Romani contro Annibale, ed allora, per comprendere nel giusto modo i versi, si deve tener presente che nell’antica Roma i reclutamenti militari avvenivano attraverso le tribus, e ciò anche quando i municipi, dopo la guerra sociale, assunsero molte delle funzioni delle tribus. Il riferimento di Silio Italico alla valle dell’Aniene è da collegarsi, allora, esclusivamente alla tribus Aniensis.
E d’altra parte come potrebbe concludersi diversamente, volendo dare un minimo di valore storico alle espressioni poetiche, dimenticare che, nella vicenda delle guerre puniche, cui Silio Italico fa riferimento, Carseoli ed Alba Fucens, ambedue colonie ascritte alla tribus Aniensis, ebbero una partecipazione ed un comportamento assolutamente in contrasto con la versione di Silio Italico, al punto che con altre dieci colonie, nel bel mezzo, della guerra punica, si rifiutarono di dare vettovaglie e militari a Roma. Se non si concorda con l’interpretazione data, sarebbe automatica la contraddizione fra quanto scrive Silio Italico, che ricorda gli Equicoli per il contributo dato in favore di Roma durante le guerre puniche, e quanto raccontato da Livio a proposito del rifiuto di Alba e Carseoli con altre dieci colonie (Nepente, Sutrio, Ardea, Cales, Sora, Suessa, Setia, Circei, Narnia, Interamna) di fornire militari e vettovaglie ai Romani. Ovidio, invece, non da indicazioni topografiche, ma nei Fasti ricorda che alcune celebrazioni religiose del dio Marte, ricadevano nello stesso mese fra gli Albani, gli Aricini, i Tuscolani, in mese diverso per i Laurenti e gli Equicoli.
L’uso di Equicolo ne I Fasti, da parte di Ovidio, indipendentemente dalle esigenze metriche, sembra nel caso voler indicare gli Equi, senza distinzione di sorta:

Inter Arcinos Albanaque tempora constat
factaque Telegoni moenia celsa manu quintum
Laurentes, bis quintum Aequicolus asper
a tribus hunc primum turba Curensis habet.

"E’ noto il mese (che ha il nome di Marte) fra gli Aricini e gli Albani
e dentro le alte mura costruite per mano di Telegono (Tuscolani);
i Laurenti lo hanno per quinto e per decimo il fiero equicolo,
lo ha come quarto mese invece la popolazione di Curi."

Ma queste citazioni, che sono culturalmente interessanti, storicamente non possono costituire né la base di uno studio serio ed approfondito per accertare quale sia il nome degli Equi e/o degli Equicoli, e tantomeno possono rappresentare una soluzione del problema. Solo uno studio, che sia fondato su fonti storiche e su elementi certi, può portare a risultati accettabili ed offrire ipotesi attendibili per dare una risposta alla domanda che si è posta. Per una ricerca, come può essere quella inerente il nome di una popolazione scomparsa, le fonti di riferimento devono essere gli storici antichi più accreditati, fra i quali il principe non può che essere Tito Livio, che in numerosi libri e con ricchezza di notizie, riferisce le gesta romane, ma anche le imprese degli Equi e/o Equicoli.
L’affermazione non deve meravigliare, perché l’opera di Livio, pur se scritta ai tempi di Augusto e per una celebrazione di Roma, è però il frutto di una laboriosa ricerca operata su testi molto antichi, sicuramente attendibile, quanto ai riferimenti degli Equi, sotto molteplici aspetti. Si può infatti pensare ad una difesa d’ufficio, magari anche ad esagerazioni, da parte dello storico, dei comportamenti dei Romani, ma nessuno può pensare che nella circostanza possano state alterate le marginali vicende degli Equi. Ebbene Tito Livio già nel primo libro si trova a parlare della popolazione Equa o equicola, anzi in nove dei dieci libri della prima decade dell’Ab Urbe Condita sono ricordati gli avvenimenti, che coinvolsero la popolazione equa. Nella storia di Roma scritta da Tito Livio, gli Equi non sono argomento occasionale, e lo storico latino indica abitualmente quella popolazione con un solo termine: gli Equi, ricorrendo in due soli casi al termine equicolo, e precisamente al capitolo 32 del primo libro, allorché riferisce del rito feziale (jus ab antiqua gente aequicolis quod nunc fetiale habent descripsit, quo res repetuntur), e al capitolo 13 del X libro, allorché riferisce che “lo stesso anno, sotto i consoli Gneo Fulvio e Scipione, ( nel 298 a.c.) fu stanziata una colonia a Carseoli in agrum aequiculorum”.
Una conclusione affrettata, che potrebbe trarsi è quella secondo cui il termine equicolo sia stato utilizzato subito dopo la istituzione della tribus Aniensis (299 a.c.), in cui Creoli fu necessariamente inserita, ed il cui territorio comprendeva quello delle 40 città conquistate dai Romani nel 304 a.c. con la sottomissione degli Equi. L’uso del termine equicolo allora avrebbe dovuto servire ad indicare il resto degli Equi non sottomessi, sopravvissuta in quello che ancora oggi si dice Cicolano. La maggior parte degli studiosi è arrivata a questa conclusione, anche se si deve osservare che la colonia di Carseoli fu inserita nella Tribus Aniensis, cioè nel territorio delle 40 città eque conquistate, e di conseguenza dovrebbe affermarsi che l’espressione “in agrum eaquiculorum” starebbe ad indicare la valle dell’Aniene. Infatti se si volesse ritenere che con “agrum aequiculorum” Livio volesse indicare il Cicolano, l’affermazione dello storico sarebbe implicitamente contraddittoria: Carsoli viene infatti inserita, secondo il passo in esame, nella tribus Aniensis, epperò con si vorrebbe con il termine aequicolanum indicare il territorio non conquistato, cioè non facente parte della Tribus.
Non è certo però che con queste sole considerazioni che si può arrivare ad una conclusione del problema posto. L’argomento va approfondito. Dionigi d’Alicarnasso, altro storico antico, che però non è molto ricco per quanto riguarda gli Equi, conferma però interamente Livio, e fa ricorso, per narrare le vicende e le imprese degli Equi, unicamente a questo termine per indicare la popolazione in esame. Nel compendio di storia romana, noto come Antiquitates Romanae, compare solo il termine Equi, con l’eccezione del termine aequiculus, che compare allorché riferisce della istituzione da parte di Numa Pompilio del rito feziale, che dice appreso dagli Equicoli. Questo il passo: la settima parte delle leggi sacre fu indirizzata a dar ordine ai feriali, come essi vengono chiamati. Questi, secondo il linguaggio greco si direbbero giudici di pace: si scelgono tra le famiglie più illustri e restano addetti al sacro ministero tutta la vita. Numa per la prima volta istituì tale venerabile ordine. Io non so precisare se egli lo derivasse dagli Equicoli, come alcuni ritengono. In Stradone, noto geografo dell’antichità, gli Equi sono ricordati tre volte e sempre con il solo nome di Equi: non compare né equicolo, ne equicolano (cicolano). Mi deve essere consentito di osservare che sul finire dell’epoca repubblicana, proprio per l’azione demolitrice dei Romani, nulla restava della civiltà equa sul territorio, soprattutto su quello limitrofo alla città di Roma, al contrario di altre popolazioni (Etruschi, Ernici), qualche tradizione delle quali, soprattutto quelle religiose, ancora sopravviveva, per cui soprattutto scrittori e storici non Romani, avevano serie difficoltà ad attribuire molta importanza agli Equi nella vita e nella storia di Roma, se non a localizzarli. Per questo, oltre che in Strabone, anche in Plutarco, autore delle Vite Parallele, che ebbe modo di raccontare i momenti epici della storia romana, gli Equi, di cui usa solo questo nome, sono argomento di limitata attenzione e si incontrano solo nelle monografie di Coriolano e di Furio Camillo.
Ma c’è un’iscrizione, quella conservata nell’antiquarium del Palatino, che rappresenta il documento forse decisivo per comprendere e risolvere il problema. Nell’epigrafe viene ricordato Erresio (o Resio) Fertore e la sua qualifica di rex aequicolus, il quale per primo mise in vigore il rito feziale, che poi i Romani fecero proprio sotto il re Numa Pompilio. La lettura attenta di questa iscrizione può essere illuminante e risolutiva del problema. Il testo è il seguente:

Fertor Rhesius
rex aequeicolus
is preimus jus fetiale paravit.
Inde P.R.
discipleinam excepit

“Resio Fertore,
un re equicolo,
per primo emanò il diritto feziale.
Poi il popolo romano
fece proprio il cerimoniale”.

Come si vede il termine equicolo compare come aggettivo qualificativo del nome rex, dal momento che l’iscrizione riporta rex aequeicolus per indicare un re degli Equi, per indicare il quale non poteva aversi una diversa espressione, idonea ad indicare la provenienza del rito feziale. Infatti non poteva dirsi rex aequus, e non solo per cacofonia, ma per l’evidente confusione che col tempo si sarebbe avuta con un re giusto, in luogo del re degli Equi. E del resto nell’iscrizione avrebbe potuto aversi rex Aequorum, che non avrebbe avuto lo stesso effetto espressivo e fonico, mentre se avessero voluto indicare un possibile popolo equicolo avrebbero dovuto scrivere rex Aequiculorum, cioè re degli Equicoli. Se a queste considerazioni si aggiunge che il termine equicolo (parola composta come per coelicolus) ricorre unicamente per ricordare la circostanza nella quale i Romani appresero e fecero proprio lo jus fetiale dagli Equi, deve concludersi che molto probabilmente le fonti ricordate trassero questa notizia, che riportarono con la stessa espressione, proprio dalla iscrizione, che è stata presa in esame. Ma nel caso l’uso dell’aggettivo equicolo era giustificato, perché unico aggettivo derivabile dal nome Aequus, il nome del popolo equo.
Questa lettura, che a qualcuno potrà sembrare artificiosa, è confortata proprio dalle citazioni culturali dei poeti, che sono stati prima ricordati. Virgilio e Silio Italico, infatti, usano il termine equicolo solo come aggettivo (gens aequicola e aequicola rura), perché in effetti, oltre a non aversi in nessuna fonte latina un altro diverso aggettivo per indicare la popolazione equa, l’unico modo per aggettivare il nome Aequus, senza creare confusione, era quello di renderlo con equicolo. Per chiarire ulteriormente il concetto, i Marsi, popolazione limitrofa degli Equi, almeno così tutti hanno scritto, sono aggettivati nel nome (guerra marsica, gens marsica, regio marsica) con marsici. Allora si chiarisce anche il termine Aequos Faliscos di Virgiliana memoria, il quale nella circostanza o vuole enumerare separatamente gli Equi (i Tadiati, i Comini e i Caedici) e i Falisci, o deve ammettersi che con Aequos vuole indicare i giusti Falisci.
Rimane da comprendere interamente l’espressione di Livio, in cui ricorda l’inserimento di Carsoli, città dei Marsi, nel territorio degli Equicoli, cioè in agrum aequiculorum. Livio ricorre a questa espressione per affermare che la colonia di Carsoli viene annessa al territorio conquistato dai Romani nella campagna del 304 a.c., che era inequivocabilmente il territorio degli Equi, che abitavano il fiume Aniene, cioè in quel territorio che fu riunito nella tribus Aniensis. Nel caso nessuna confusione è permessa, perché Livio con il termine aequiculorum indica gli Equi, che ai suoi tempi molto probabilmente venivano indifferentemente indicati con Aequi o con Aequiculi. Infatti, con quel termine Livio indica la popolazione del sottomesso territorio degli Equi, i cui abitanti indica in un altro passo con Trebulanis, che molti hanno voluto individuare come gli abitanti di una inesistente città romana, mentre con quella espressione lo storico padovano voleva indicare gli abitanti del fiume Aniene, che presso gli Equi si chiamava Trebula, presso i Romani Anio, presso i Sabini Nerio.
L’affermazione è confortata dalla considerazione secondo la quale i Romani avevano sottratto stesso Corsoli ai Marsi, non certo per darla ad altra popolazione, gli Equicoli, che non era mai stata sottomessa, come erano i Cicolani, che oggi si vorrebbe distinti dagli Equi. In verità, proprio dall’esame dell’espressione di Livio, oggi, anche senza che le fonti lo dicano, si comprende perché i Romani vollero l’operazione del distacco di Carsoli dai Marsi. La campagna del 304, quando gli Equi furono sottomessi, anche se non interamente, fu condotta dai Romani per impadronirsi di tutto il territorio dell’Aniene, che credendo originario del Fucino, comprendeva anche Alba Fucens. Fu aggiunto a tutto quel territorio quello di Carsoli, l’attuale piana del Cavaliere in Abruzzo, istituita a colonia romana, solo per chiudere la valle dell’Aniene, -(all’interno della quale intendevano e costruiranno gli acquedotti), nell’unico valico, che non aveva grandi difficoltà naturali per essere difeso. Se non è questa la giusta lettura del termine Aequiculorum, dovrebbe ammettersi che si tratti di un errore di copiatura dei copisti medioevali, magari quando la denominazione volgare del territorio cicolano veniva indicata con l’attuale toponimo. In tal caso l’espressione originaria di Livio avrebbe dovuta essere in agrum aequiculum, con il termine equicolo usato come aggettivo di Equo.
A definire la questione, in ogni modo, è Diodoro Siculo, il quale in un passo del libro XIV della sua Storia Universale, narrando le vicende degli Equi e la presa della città di Bola da parte dei Romani, inequivocabilmente dice: Dopo la battaglia, il dittatore (Furio Camillo) sentendo che Bola era assediata dagli Equi ora chiamati Equicoli, condusse l’esercito lì ed uccise la maggior parte degli assedianti. A questo punto credo sia difficile sostenere la tesi secondo la quale sarebbero distinte, anche se collaterali, le etnie degli Equi e degli Equicoli, che sono sempre stati uno popolo ed hanno abitato un comune territorio.

Gli Equi, come e perché erano così chiamati dagli antichi Romani

La popolazione degli Equi o Equicoli, come poi furono chiamati, la cui storia è legata in modo biunivoco a quella dell’antica Roma, è avvolta nel mistero, come pochi altri popoli antichi, anche per un interesse troppo superficiale prestato fino a pochi anni fa dagli studiosi ai dati storici, che riguardano la gente equa. Oggi però è possibile, -(prestando attenzione a tutte le memorie che ci sono giunte e confrontando gli elementi storici, che si hanno a disposizione)-, fare un po’ di luce intorno agli Equi od Equicoli. La prima ricerca, da affrontare, per cominciare a svelare il mistero, che avvolge la popolazione equa, non può che essere diretta a conoscere il come e il perché di una denominazione così singolare, data a questa popolazione.
Il nome di Equi, infatti, che è stato certamente dato dai Romani a questa gente, è stato tratto dal latino aequus, che nella lingua all’epoca parlata voleva dire “giusto”, con la conseguenza che la razza degli Equi dovrebbe essere considerata una popolazione collaterale di altra, da cui si distingueva, -(stante la denominazione)-, per l’organizzazione, che si era data, basata evidentemente sul diritto. Per chiarire l’affermazione, vale la pena di ricordare che nell’antica Roma, quando da una originaria città se ne formava un’altra, gli abitanti di quest’ultima prendevano il nome dall’aggettivo, che si aggiungeva al nome originario: gli abitanti di Ferentinun Novum, -(nuovo centro abitato formatosi da Ferentinum, i cui cittadini erano i Ferentinati)-, erano detti, non Ferentinati, ma Novani. Gli abitanti di Frusino Verus, quando si verificò la dicotomia demografica dell’originario territorio frusinate, furono detti Verulani. Non solo, quando vi erano città omonime in aree diverse queste venivano distinte con un secondo termine, da cui gli abitanti prendevano il nome. Valgano gli esempi, che si offrono: gli abitanti di Trebula Mutuesca erano detti non Trebulani ma Mutuesci; gli abitanti di Trebula Suffenas erano chiamati Suffenati; gli abitanti di Trebula Ballienses erano detti Balliensi. Seguendo questo principio non sembra astruso ipotizzare che il termine di Equi, dato alla popolazione in indagine, era stato dato dai Romani, derivandolo dall’aggettivo aequus, che era stato certamente aggiunto al nome originario della popolazione collaterale, per distinguerla da questa in fatto di usi e costumi, i quali dovevano apparire così diversi, da richiederne una differenziazione nominale.
Se si valuta poi il fatto che la storia degli Equi, nelle vicende relative ai contrasti ed alle guerre con Roma antica, è parallela e quasi sempre comune a quella dei Volsci, tanto che per due secoli insieme hanno lottato contro Roma per la difesa territoriale, dovrebbe identificarsi nei Volsci la popolazione originaria, da cui gli Equi hanno avuto il nome. Vi era cioè, oltre il popolo dei Volsci, una popolazione detta “Volsci Equi”, che comunemente e più semplicemente veniva indicata con Equi. Ad avvalorare questa ipotesi, c’è lo straordinario fenomeno della transumanza, che si praticava da parte degli Equi e dei Volsci. Da epoca immemorabile le paludi Pontine, dove il bestiame bovino, allevato nel territorio degli Equi, veniva fatto svernare, ricadeva nel cuore del territorio volsco. Viceversa il bestiame dei Volsci veniva fatto “estivare” nel territorio degli Equi, popolazione delle montagne, insediata nei pressi di grosse sorgenti e di fiumi potabili. La transumanza praticata nel modo indicato imponeva un rapporto straordinario tra le due popolazioni, che può essere spiegato solo con la collateralità razziale. Può giovare all’uopo anche una iscrizione, non compresa e per questo erroneamente qualificata falsa, relativa alla transumanza dell’antico territorio equo. L’iscrizione, trovata in territorio di Alatri abbastanza recentemente, anche se molto posteriore alla transumanza, cui si fa riferimento nel saggio, conferma la permanenza del fenomeno immutato, anche quando Volsci ed Equi erano ormai popolazioni scomparse ed integrate nella società romana, ma proprio per questo costituisce un valore aggiunto alla ipotesi, che si sostiene. Questo il testo della epigrafe:

Deis indicit(ibus) / agnum marem - Fucino pec(us) a VI - Summano pec(us) aVI - Fiscello pec(us) aVI - Tempestat(ibus…- Jovi.....

(Agli Dei Indigeti sacrifichiamo un agnello maschio – al Dio Fucino una pecora di anni sei – al dio Summano una pecora di anni sei – al Dio Fiscello una pecora di anni sei – alle divinità delle tempeste ….- a Giove …).


Gli dei territoriali, che si indicano nell’epigrafe, sono propri del territorio d’Abruzzo inserito nella Tribus Aniensis, in cui gli Equi sconfitti nell’anno 304 a.c. furono riorganizzati. Ma vi è un elemento forse decisivo, che conferma validamente l’ipotesi, che, però, fino ad oggi non è stato assolutamente valutato. Il fatto che i Romani attribuirono la denominazione di Equi alla popolazione, che aveva, più di ogni altra gente, la cultura del diritto, non è solo una ipotesi, ma una lettura corretta della storia e di alcuni eventi specifici. Nessuno infatti può mettere in dubbio che il diritto feziale, -(il primo ordinamento giuridico, sorto nell’area del centro Italia, diretto a regolare i rapporti fra città confinanti)-, sia stato concepito dagli Equi e che il popolo romano lo abbia successivamente fatto proprio e messo alla base della sua organizzazione giuridica.
Le fonti in merito sono notevoli, concordi ed inequivocabili. E però vi è una iscrizione su cippo marmoreo conservato presso l'Antiquarium del Palatino con il numero 10866 di Roma, che ricorda lo jus fetiale e che fa luce sulla questione in modo adeguato, tanto da non poter essere assolutamente sottaciuto o fatto passare sotto silenzio. Questo il testo trascritto sul cippo marmoreo:

fert Resius rex aequeicolus is preimus jus fetiale paravit inde p.r. disciplinam excepit (C.I.L. VI, 130)-.

"Si dice che Resio re Equicolo per primo istituì il diritto feziale."


In seguito il Popolo Romano fece proprio il cerimoniale. (Cippo Marmoreo dell’ Antiquarium del Palatino n. 10866, rinvenuto il 22.8.1862 negli orti Farnesi) Orbene il fatto che i Romani, -(a prescindere dalle numerose e preziose fonti storiche, che ricordano l’avvenimento, indicandone anche le precise circostanze di acquisizione della pratica feziale)-, abbiano ritenuto di dover eternare l’avvenimento dell’istituzione dello jus fetiale con un cippo marmoreo e di affidare alla storia con il medesimo cippo il nome del re degli Equi, Resio, che per primo lo istituì, testimonia l’importanza del fatto e la gratitudine del popolo romano nei confronti di chi aveva dato un contributo fondamentale per la loro successiva organizzazione giuridica, che ancora oggi regola la vita del mondo occidentale. Chi può mettere in dubbio, allora, se presta la debita attenzione al fatto richiamato, che il nome di Equi sia stato dato dai Romani a quella popolazione, perchè praticava il diritto feziale e che aveva, vale la pena di metterlo in risalto, la cultura dell’acqua, che costituirà un altro elemento qualificante dell’organizzazione della città di Roma, come nessun altro popolo? L’argomento dello jus fetiale offre un altro sostegno anche alla tesi della collateralità della popolazione equa a quella Volsca. Dionigi di Alicarnasso, infatti, che, con Tito Livio, è lo storico, che ha ricordato abbondantemente le vicende della istituzione dello jus fetiale presso i Romani, pone l’evento ai tempi del re Numa Pompilio. Nella circostanza aggiunge però un elemento, che per i più passa inosservato. Questo il brano del libro Antiquitatum Romanarum, giunto fino a noi:

Septima vero pars sacrarum legum collegio Fetialium, qui vocantur, attributa erat. Hi autem Graeco sermone eirenodikai appellari possunt. Sunt autem viri ex nobilissimis familiis delecti et per totam vitam sacerdotium exercent; quod collegium rex Numa primis Romae constituit. Utrum autem ab Aequicolis, qui vocantur , sumpserit, ut nonnulla arbitrantur, an ab Ardeatibus,ut scribit Gellius, affirmare non possum. (II,72).

"La settima parte delle leggi sacre fu indirizzata al collegio di quelli che vengono chiamati Feziali. Questi secondo il linguaggio greco si direbbero giudici di pace: si scelgono dalle famiglie più illustri e restano addetti al sacro servizio sacerdotale tutta la vita. Numa per la prima volta istituì tale venerabile ordine. Io non so precisare se lo derivasse dagli Equicoli, come alcuni ritengono o dagli Ardeati come scrive Gallio!".


Come si vede, anche in fatto di jus fetiale, in antico vi era chi attribuiva la istituzione del rito e dello ordinamento giuridico cittadino, oltre che agli Equi, anche agli Ardeati, abitanti di una città, Ardea, cuore dei Volsci, il che fa pensare che fosse comune, tra le due popolazioni, non solo la transumanza ma anche la pratica feziale, anche se quest’ultima limitata alla sola città di Ardea. L’ipotesi offerta sul nome degli Equi e delle ragioni, che lo hanno determinato, non è allora campata in aria. Se il ragionamento seguito vale, allora, deve essere fatto valere anche per la popolazione dei Marsi, così chiamati, secondo questa lettura assolutamente nuova, perché Volsci Marsi, cioè Volsci Guerrieri, i quali, in contrasto con gli i Volsci Equi, usavano risolvere le contese tra confinanti non con il diritto, ma direttamente con azioni militari. Ciò spiega perché emergono, dai recenti ritrovamenti archeologici, tante affinità di cultura tra queste popolazioni, che si desumono chiaramente, relativamente alla collateralità di Equi e Marsi, anche dal volume, di recente pubblicazione, intitolato “Gli Equi, tra Lazio ed Abruzzo”, curato dalla dottoressa Sandra Lapenna,

Tarquinio il Superbo ed Ottavio Mamilio

Sono già state date notizie sul territorio degli Equi, sul diritto fetiale, sulla loro cultura ed sulle città più importanti, che componevano la popolazione equa, ma prima di raccontare le vicende militari degli Equi, nelle quali furono coinvolti insieme ai Volsci, a causa dell’espansionismo di Roma antica, è stata aperta una parentesi per raccontare:
- la formazione della lega latina, e spiegare il distacco dalla originaria popolazione equa e l’integrazione nella lega latina di città come Tivoli, Tuscolo, Palestrina;
- la comparsa dei libri sibillini, allo scopo di far comprendere che l’Aniene per i Romani era il fiume sacro e che col tempo il suo territorio sarebbe stato sottomesso;
- l’origine delle tribus, il più importante istituto amministrativo romano, al fine di far comprendere l’origine e l’importanza, nella storia di Roma antica della tribus Aniensis, in cui confluì tutto il territorio degli Equi, dopo la sua conquista da parte dei Romani, con esclusione del Cicolano.
Dopo l’inciso, reso necessario per la comprensione delle future vicende, la storia degli Equi riprende, nel solco di quella romana, il suo naturale cammino a partire dalla conquista della città di Gabi, dalla pace fatta con Tarquinio, e dalla formazione della lega Latina. Il re Tarquinio, oltre l’uccisione del principe di Aricia, Tullo Erdonio, e l’istituzione della lega latina, di cui divenne il capo indiscusso, aveva compiuto un altro gesto importante, dando in moglie sua figlia ad Ottavio Mamilio, principe equo di Tuscolo, il più rappresentativo ed il più autorevole dei capi della lega latina, alla cui famiglia viene fatta risalire da Svetonio e dal Gregorovius la discendenza dell’imperatore Ottaviano e della famiglia dei D’Ottavi in genere. E però la durezza del re Tarquinio, l’arroganza dei familiari, spinsero i Romani ben presto a cacciarlo dal regno. La goccia, che fece traboccare il vaso fu lo stupro, che Sesto, figlio del re Tarquinio il Superbo, che con l’inganno aveva fatto prendere la città di Gabi, commise nei confronti di Lucrezia, moglie del principe Collatino, appartenente anch’egli alla famiglia regia dei Tarquini. Sesto, il figlio di Tarquinio il Superbo, si era invaghito di Lucrezia, moglie di Collatino, cugino di Sesto, che era impegnato nell’assedio di Ardea con il figlio del re romano. Approfittando del fatto che Collatino, come lui, seguiva l’azione militare contro Ardea, una sera Sesto si recò, all’insaputa di Collatino, presso l’abitazione di Lucrezia, nella quale fu accolto come ospite di riguardo, non sospettando alcuno il vergognoso piano, che aveva in animo di attuare. Nel cuor della notte, infatti, quando tutti dormivano, si portò nella stanza di Lucrezia e sotto la minaccia delle armi e della maldicenza, riuscì a farle violenza. La donna, dopo aver subito lo stupro, il giorno successivo fece convocare in casa il padre ed il marito e dopo aver narrato loro l’accaduto, piangendo, chiese vendetta e si uccise. La storia registra che Bruto, mostrando al popolo il corpo morto di Lucrezia, fecero insorgere Roma, e il re Tarquinio fu costretto all’esilio.
Così finì la monarchia a Roma, che si era resa, con l’ultimo re, talmente odiata che per secoli e secoli il solo timore che qualcuno volesse diventarlo era causa della sua morte e fu motivo di esilio per lo stesso Tarquinio Collatino, perché ne portava il nome! Ed a nulla valse il tentativo della lega latina,-(che si diceva costituita da trenta città, guidate da Ottavio Mamilio)-, di prendersi una rivincita contro i Romani in favore del re cacciato. Presso il lago Regillo, -(dove si dice fossero comparsi in aiuto dei Romani i dioscuri Castore e Polluce)- i Latini, detti così perché appartenenti alla lega latina, furono sconfitti ed il principe di Tuscolo, Mamilio, fu ucciso, proprio perché i Romani combatterono con un ardore ed una decisione sovrumana, quando si sparse la voce che fra i nemici vi era Tarquinio il Superbo. Nelle circostanza morì, come è stato ricordato, Ottavio Mamilio, re equo di Tuscolo, detto però dagli storici antichi principe, solo per evitare una possibile confusione con i re dell’urbe: nella storia di Roma antica, dopo il re “equicolo” Resio, che aveva istituito fra gli Equi il diritto fetiale, fatto proprio, ai tempi di re Numa Pompilio, dai Romani, il secondo re equo, che viene ricordato nella storia, è Ottavio Mamilio, che regnò su Tuscolo, e che si distinse per vigore, saggezza e nobiltà fra tutti gli altri principi del tempo.

Gli Equi e Menenio Agrippa

Dopo la grave sconfitta della Lega Latina, il territorio, che comprendeva città sabine, eque e volsche, fu invaso dalle rispettive popolazioni. Gli Equi invasero il territorio delle città Eque, i Sabini quello delle città sabine ed i Volsci quello delle città volsche, appartenenti alla lega. L’invasione delle tre popolazioni non era certo rivolta contro i Latini, ma tendeva ad impedire che i Romani, imbaldanziti dalla vittoria, consolidassero la loro supremazia e invadendolo s'impadronissero del territorio delle città, che erano state sconfitte presso il lago Regillo. Fra le città, che facevano parte della Lega Latina, quelle sabine, volsche ed eque erano in maggior numero. Di qui l'interesse delle tre popolazioni a schierarsi sul piede di guerra. I Romani, che avevano sconfitto la Lega Latina ed avevano il morale a mille, che inoltre stavano vivendo grossi problemi interni determinati dallo stato debitorio della plebe, che forniva i soldati all’esercito, trovarono l’unico modo di superare le difficoltà interne, chiamando la plebe alla guerra facendole balenare bottini vantaggiosi ed organizzando per questo tre fronti militari contro i tre eserciti nemici.
Il Console Vetusio ebbe l'incarico di controllare l'azione degli Equi, che, però, non essendo in guerra con i Romani, evitarono la guerra, ponendosi sulla difensiva sopra le creste dei monti (2,30). I soldati romani, però, che non volevano perdere i premi, con cui erano stati allettati chiamandoli alla nuova guerra, -(essendo stato loro promesso il pagamento dei bottini per le vittorie militari sino ad allora conseguite, che essi attendevano per la soluzione dei loro problemi economici)-, affrontano, nonostante tutto, i nemici, anche se in posizione sfavorevole. Gli Equi, da una parte intimoriti dalla baldanza dei soldati romani e dall'esito negativo delle battaglie, che erano state combattute dai Sabini ed dai Volsci, dall’altra non dimenticando che avevano stipulato un trattato di pace, abbandonano, senza colpo ferire, le posizioni munitissime, di cui disponevano, e si ritirano nei propri territori, in attesa di tempi migliori.
Roma, però, dopo questi eventi, si trova a vivere uno dei momenti interni più turbolenti della sua storia. La plebe, che forniva i soldati all'esercito ed era però oberata dai debiti, a causa dei quali molti erano finiti prigionieri dei creditori, aveva sperato di risolvere dopo le guerre vittoriose i problemi economici, ma le speranze vengono disattese, per colpa di usurai senza scrupoli e potentissimi. Peraltro nella circostanza anche Appio Claudio, un senatore inflessibile per temperamento e reso ancor più rigido dall'odio della plebe, si opponeva ad ogni richiesta. Alla plebe non restò che abbandonare la città per protesta e ritirarsi sul Monte Sacro. A risolvere nel 493 a.c. la pericolosa e lunga ribellione della plebe intervenne Menenio Agrippa, uomo saggio e ponderato, e caro per la sua semplicità di vita anche alla plebe. Questi si recò su Monte Sacro ed espose il famoso apologo della interdipendenza, nella diversità di funzione, delle membra nel corpo umano, per far capire che Roma aveva bisogno di tutti nella diversità della condizione.
Questo l’avvenimento, narrato da Tito Livio: “nel tempo in cui non regnava nel corpo dell’uomo, come ora, una perfetta armonia, fra tutte le parti, che lo componevano, ma ogni membro aveva un suo modo di pensare e di esprimersi, alcune parti si sdegnarono perché tutto ciò che esse si procuravano con la loro attività, con la loro fatica, con la loro funzione andasse a favore del ventre, mentre esso se ne stava tranquillo in mezzo a tutte e ad altro non pensava che a godersi i piaceri che gli venivano offerti. Decisero allora una congiura e convennero che le mani non avrebbero portato più cibo alla bocca, che la bocca avrebbe rifiutato quello che le veniva offerto, che i denti non avrebbero masticato quello che ricevevano. La conseguenza della ribellione fu che, mentre si proponevano di domare il ventre con la fame, il ventre e tutte le altre membra furono ridotte in fin di vita, per cui tutte le parti del corpo capirono che il ventre non stava in ozio, ma svolgeva una funzione, che non veniva nutrito più di quanto a sua volta non nutrisse, restituendo a tutte le parti del corpo, equamente distribuito per le vene, il sangue, cui si deve la vita e le forze, e che prende alimento dalla digestione del cibo.” La ribellione della plebe si placò, senza che Menenio dovesse aggiungere alcunché per farsi comprendere, ma a far decidere la popolazione ribelle a ritornare a Roma fu non secondario il timore di una imminente guerra, che si diceva mossa dagli Equi, ventilata opportunamente dai senatori, contro Roma.
La guerra minacciata, infatti, se ci fosse stata, sarebbe stata rivolta, prima di tutto, contro i secessionisti, che scioperavano a Monte Sacro, cioè nei pressi dei confini degli Equi(2,31-32). In verità la guerra da parte degli Equi non ci fu, perché la diceria era stata solo un espediente, cui i senatori erano ricorsi, per spingere la plebe a tornare a Roma. Durante le trattative, che seguirono la secessione, portate avanti per trovare un punto di accordo tra le richieste della plebe e l'opposizione dei patrizi, si registrano alcuni avvenimenti importanti: la nomina, per la prima volta, dei Tribuni della plebe, l'alleanza con le città della lega Latina, .(che d’ora in avanti verranno detti Latini)-, che sanciva lo status delle 30 città della lega rispetto a Roma (2,33), e la guerra contro i Volsci, che portò alla ribalta romana un grande uomo di guerra, noto con il nome di Caio Marcio, detto Coriolano.

Coriolano e i Volsci

Un condottiero romano, di nome Caio Marcio, -(detto Coriolano per le gesta compiute nell’assedio e nella capitolazione della città di Corioli)-, è il personaggio, la cui vicenda umana si intreccia, intorno al 490. a.c., con parte della storia degli Equi. Coriolano, infatti, dopo essersi, come combattente indomito, coperto di gloria in guerra, in patria, a Roma, per la sua natura si trovò schierato, nella eterna lotta tra i plebei, -(che chiedevano più democrazia e l’annullamento dei debiti contratti per le spese militari)-, ed i patrizi, -(che non volevano fare concessioni)-, in modo troppo aperto e violento contro la plebe. Per questo, nonostante le imprese compiute, che lo avevano coperto di gloria militare, l'odio del popolo nei suoi confronti fu così grande, che fece dimenticare tutto quello che egli aveva compiuto, e nel 491 a.c. fu costretto ad esiliare fra i Volsci, ospite di Attio Tullio, il capo ed il personaggio più rappresentativo all'epoca di quella popolazione. Da questo evento e dalla volontà dei Volsci e di Coriolano di rifarsi contro i Romani per i torti subiti, prende avvio la prima vera guerra dei Volsci contro Roma, che coinvolse nel suo corso anche gli Equi, per la prima contro Roma in una vera e propria campagna militare. Si tenevano a Roma i grandi Ludi(2,35), detti Ludi Romani o Magni. Erano giochi e festeggiamenti istituiti da Tarquinio Prisco, che si svolgevano nel Circo, successivamente detto Massimo.
Queste erano celebrazioni grandiose e in quell’anno (mese di settembre del 490 a.c) le feste, sebbene avviate, si erano dovute interrompere, perché non era stato rispettato il cerimoniale della festa. Attio Tullio, capo dei Volsci, che erano presenti, per volere dello stesso Tullio, in gran numero nell'urbe, fece credere ai senatori romani che la sua popolazione nella circostanza avesse intenzione di creare disordini durante i giochi, con l’intento di bloccare nuovamente la festa. Il senato romano, avuto sentore del pericolo, decise, prima di riprendere la celebrazione dei Ludi, di escludere i Volsci dalle celebrazioni: si voleva evitare che la solennità e la sacralità dei Grandi Ludi fosse turbata un’altra volta, dopo essere stata già sospesa una prima volta. I Volsci, che però nulla sapevano del perché della estromissione dalle celebrazioni, dal momento che ne erano a conoscenza i soli Attio Tullio e Coriolano, che avevano programmato il piano, per rendere più ostili i Volsci verso i Romani, furono, per il presunto affronto subito, anche sobillati come non mai dal loro stesso capo contro il senato romano, per cui, offesi e sdegnati, si allontanarono dalla città, decisi a vendicare l'offesa, e ritenendosi legittimati a cominciare una guerra contro i Romani.
Era proprio quello, che Coriolano ed Attio volevano. Una popolazione eccitata avrebbe fornito di buon grado i soldati per la guerra contro Roma. E così, senza perdere tempo, fu avviata una campagna militare contro Roma. La guerra cominciò nell’anno 489 a.c., allorché Coriolano ed Attio Tullio vollero saggiare la reattività di Roma e sottrarle future vettovaglie, facendo razzie nell’area della lega latina. Successivamente, con una seconda campagna militare, assalirono ed occuparono la colonia di Circei, poi si volsero contro Satrico, Longula, Polusca e Corioli, da poco occupate dai Romani, che furono prese da Coriolano quasi senza resistenza. Occupata di poi Lavinio, per vie traverse, oltrepassarono la via Latina per unire le forze della popolazione volsca a quelle degli Equi. Anche in questo caso si ricorse ad uno stratagemma. Gli Equi avevano stipulato, dopo la sottomissione di Gabi, un trattato di pace con i Romani. E certamente non potevano disattenderlo senza una precisa ragione. Coriolano, allora, fece credere che la guerra intrapresa, era mossa anche contro gli Equi, che non ricevendo nella circostanza alcun aiuto dai Romani furono così giustificati nella successiva alleanza con i Volsci.

Gli Equi si alleano con Coriolano

In verità, non ci fu nessuna guerra contro gli Equi, ma fu fatto credere che alcune città Eque erano state prese a forza dai Volsci, per giustificare il successivo intervento degli Equi al loro fianco dei Volsci. Nel 488 a.c., si verificò questa finzione e gli Equi aprirono le loro città ai presunti invasori, unendosi di poi a loro contro Roma. Con questo stratagemma si fece credere che l’alleanza con Coriolano, nella circostanza, era stata imposta dai Volsci, che li avevano attaccati e sottomessi. Tutto questo è provato dal fatto che, prima di muovere contro Roma, Coriolano, ed i Volsci avevano diffusa la notizia di aver conquistato le principali città degli Equi, che erano Corbione, Vetelia, Treba, Labico e Pedo, e così gli Equi furono nella condizione di alleati di Coriolano e dei Volsci nella guerra contro Roma. Gli Equi, infatti, che avevano stipulato il trattato di pace con i Romani ai tempi del re Tarquinio, che non era mai stato rotto, dovevano avere una giustificazione per la loro partecipazione alla guerra. Le azioni militari, che in passato li aveva visti di fronte come nemici, non erano campagne contro i Romani, ma interventi a tutela del territorio latino, dopo la battaglia del lago Regillo, tant’è che evitarono di venire a battaglia con l’esercito romano. Gli Equi ed i Volsci, sotto la guida di Coriolano ed Atto Tullio, arrivano, senza colpo ferire, vittoriosi a due passi da Roma, le cui sorti sembrano ormai definitivamente compromesse.
La distruzione di Roma si rivelava una conseguenza ineluttabile. Ma i Romani, che pur di sopravvivere le escogitavano tutte, quando non seppero a quale dio votarsi, implorarono Veturia, la madre di Coriolano, e Volunnia la moglie ed i figli, di farlo desistere dalla presa di Roma. Non sono estranei all’azione, nelle circostanza nemmeno i senatori romani, che, non avendo avuta colpa in occasione dell’esilio, tentano di scuotere l'amore patrio di Coriolano. La storia registra che, quando ormai nessuno più avrebbe potuto evitare la distruzione di Roma, Coriolano, dopo essere arrivato a due passi dalla vendetta, si lascia convincere dalla madre e dalla famiglia, comprendendo che Roma, la sua patria, è vicina alla distruzione definitiva senza possibilità di ripresa, per cui rinuncia alla vendetta e costringe l'esercito alleato ad abbandonare la guerra, salvando Roma. L'esito della guerra, spinge gli Equi a non fidarsi più di Attio Tullio, il comandante dei Volsci, che aveva guidato insieme a Coriolano la campagna contro Roma e per un breve periodo Equi e Volsci non operano più insieme. L’evento di Coriolano e dell’assedio di Roma da parte dei Volsci e degli Equi, è stato certamente il più grave pericolo corso mai da Roma antica dalla sua formazione alla fine dell’impero romano d’occidente.
Su questa vicenda i Romani avrebbero certamente chiuso un occhio, tanto è vero che, sebbene successivamente evidenzieranno i pericoli corsi contro gli Irpini, il pericolo corso con Annibale, non ricorderanno volentieri le vicende legate a Coriolano, dal momento che mai Roma fu tanto vicina alla distruzione come nella guerra dei Volsci e degli Equi, evento che avrebbe cambiato il corso della storia. La fine della guerra, che spinse i nemici di Roma ad allontanarsi dall’urbe e da abbandonare l’assedio, provocò una serie di reazioni nel fronte dei Volsci e degli Equi, che in discordia fra loro, nel 487 a.c. decidono di dividere le forze militari. Gli Equi, dopo la misera fine della campagna militare di Coriolano, si dividono dai Volsci, soprattutto perché rivendicano per loro il comando delle operazioni militari: solo allora, con gli Equi ed i Volsci disuniti, i Romani riescono a capovolgere le sorti della guerra (2,40), e sconfiggono più volte nel 484 a.c. gli eterni rivali (2,42). Gli Equi, però, subito dopo riprendono le armi da soli ed attaccano la città di Ortona, ma sono sconfitti nel 482 a.c. dal console Quinto Fabio, che, nella circostanza, combatte con la sola cavalleria, essendosi la fanteria rifiutata di combattere per l'eterna contesa fra patrizi e plebei (2,43). E però per l'astensione dalla battaglia dei soldati, la vittoria risulta degli Equi (2,44-46).
Nel difficile momento interno di Roma, dovuto alle rivendicazioni della plebe e all'opposizione dei senatori, molte popolazioni cercano di approfittarne, e gli Equi, che hanno subito tanti torti, fanno scorrerie nel territorio dei Latini, ma nel 481 a.c. il console Cesone li costringe al ritiro entro le proprie mura senza combattere (2,48-49). (la storia dei Fabi) Si riprende in seguito l'alleanza con i Volsci ed insieme nel 475 a.c. devastano l'agro latino, ma sono fatti allontanare dai Latini e dagli Ernici (2,53). Approfittando delle solite guerre romane interne, nelle quali la plebe minacciava la secessione, gli Equi nel 471 a.c. riprendono le armi insieme ai Volsci su fronti distinti, nella speranza che la plebe, ribellandosi ai patrizi si rifugi nel loro territorio (2,58) ma in quella occasione sia i Romani, guidati dal console Quinzio, che gli Equi, evitarono lo scontro diretto, anche se i soldati romani tornano a casa con un grosso bottino (2,60). Ma in seguito, nel 470 a.c., il console Valerio, che comanda l'esercito romano, cerca di provocare i nemici in battaglia senza riuscirvi e quando tentò di assalirne l'accampamento una incredibile tempesta impedì lo scontro (2,62-64). La battaglia si ebbe nel 469 a.c. con il console Virginio, allorché i soldati romani per negligenza del console cadono in una imboscata degli Equi, ma combattendo valorosamente salvano la situazione, mentre i Volsci a loro volta vengono sbaragliati.
I Volsci non desistono e riprendono le armi nel territorio anziate. Dopo scontri sanguinosi accorrono anche gli Equi a dar man forte ai Volsci, ma la guerra si conclude con la sconfitta dell'esercito volsco e con la presa di Anzio, cui seguì l'istituzione della colonia anziate. Gli Equi, che avevano dato aiuti militari ai Volsci, chiedono la pace al nuovo console Quinto Fabio, l'ultimo dei Fabi, ma nel 467 a.c. fanno una incursione nel territorio dei Latini (3,1). Viene inviato contro gli Equi il console Quinto Fabio, il quale prova ad evitare lo scontro con ambascerie, ma gli Equi si portano sull'Algido con l'esercito, contro il quale i Romani, per averne ragione, furono costretti a riunire tutte le milizie consolari, che li combattono vittoriosamente dopo un feroce combattimento (3,2). Gli Equi nella circostanza, insoddisfatti dell'esito della battaglia, inferociti nei confronti dei loro capi per aver accettato lo scontro frontale, mentre avrebbero dovuto cercare di operare con le azioni, in cui eccellevano, le devastazioni, le scorrerie a schiere sparse, invadono nuovamente il territorio romano. Si diffuse nell'occasione un incredibile terrore a Roma, dove le dicerie ingigantivano tutto, dal momento che, nonostante la recente pesante sconfitta subita, gli Equi pensavano ancora a scorrerie. Dopo un incredibile sbandamento, solo nel 465 a.c. i Romani si riorganizzano e all'ordine del console Tito Quinzio muovono contro gli Equi, che sono raggiunti mentre rientravano carichi di bottino. Con un'imboscata i Romani li sopraffanno provocando notevoli perdite e successive devastazioni nel territorio degli Equi, che si ritirano all'interno delle città. Ma la guerra non poteva finire lì e gli Equi chiesero aiuto per l'occasione ai Volsci Ecetrani ed a quelli Anziati, insieme ai quali sconfiggono il console Spurio Furio, che aveva avuto aiuti anche dagli Ernici. La sconfitta romana fu così pesante che nemmeno fu possibile inviare messaggeri romani in città per riferire l'accaduto.
A dare le notizie a Roma ci pensarono gli Ernici. La situazione si era fatta difficile ed il senato ricorse a poteri straordinari, resi urgenti dal pericolo che lo stato correva, e provvide a reclutare truppe subitarie, cioè improvvisate, fra i Latini, gli Ernici e gli Anziati. Gli Equi, che non erano molto lontani dalla porta Decumana, nel 464 a.c. vengono assaliti dal console Furio, ma le sorti della battaglia sarebbero state disastrose per Roma se non fosse intervenuto Tito Quinzio, con le truppe subitarie degli Ernici e dei Latini, che presero alle spalle gli Equi e li costrinsero alla fuga, eliminando una critica situazione per Roma. Questo il resoconto delle perdite nell'epico scontro: 5800 soldati romani caddero nel territorio ernico, mentre Postumio uccise nel territorio romano 2400 predatori equi e Quinzio ne uccise 4230. Lo stato di paura, anzi di terrore, che nell'occasione aveva preso i Romani, fu fatta dissipare con tre giorni di "Ferie", durante i quali i templi furono affollati da una turba di uomini e donne, che invocavano la pace dagli dei(3,4-5).

Roma, salvata dalla peste

Seguì questo evento una terribile pestilenza, durante la quale gli Equi invadono con i Volsci il territorio degli Ernici, che chiedono aiuti a Roma. Gli Ernici vengono invitati a difendersi da soli con i Latini, ma gli Equi ed i Volsci, inarrestabili, abbattono le difese nemiche, e arrivano in breve a tre miglia da Roma sulla via Gabina (3,6).
A difendere Roma, ormai del tutto abbandonata, senza guida e senza truppe, furono gli dei tutelari e la sua fortuna, che suscitò nei Volsci e negli Equi propositi da predoni e non da nemici. Essi infatti disperavano, non solo di impadronirsi di Roma, ma anche di avvicinarsi alle stesse mura della città, e a dissuaderli furono le case viste di lontano ed i cumuli di morti sovrastanti. Levatosi, infatti, un mormorio, presero a chiedersi quà e là per l'accampamento, perché mai sprecassero il loro tempo in una terra desolata e deserta in mezzo ad una moria di uomini e di bestiame, senza far nulla e senza prede, quando potevano recarsi in altri luoghi sani, verso l'agro tuscolano, ricco di ogni bene, e così levarono le insegne e per vie traverse, attraverso i campi labicani, si portarono sui colli di Tuscolo (463 a.c. pag. 27). (3, 7-8-9-10- 15-16-18-19-22).
Quì le truppe dei Latini e degli Ernici, alleate dei Romani, si portarono per combattere gli Equi ed i Volsci, ma subirono una pesante sconfitta: "la strage fatta a Roma dalla peste non fu minore di quella fatta, dagli Equi e dai Volsci, con le armi, tra gli alleati" (3,7).
A Roma, però, la situazione migliora con l'arrivo dell'estate e la città riprende ad organizzarsi nominando consoli Lucrezio Tricipitino e Tito Veturio, i quali si trovano in tre occasioni ad affrontare i Volsci e gli Equi. Dopo alterne vicende, I Volsci e gli Equi, dopo essersi nuovamente portati vicini alle porte di Roma, per l'eccessiva sicurezza, mentre si allontanavano dalla città con le prede, nel 462 a.c. vengono sorpresi dall'esercito romano di Lucrezio Tricipitino e subiscono una cocente sconfitta. A Roma, dove gli scontri di potere dei tribuni contro i consoli sono all'ordine del giorno, si verifica un tremendo terremoto, si paventano e preannunciano terribili eventi e gli Ernici annunciano ai Romani che gli Equi ed i Volsci stavano mettendo su un esercito nell'agro di Anzio, mentre ad Ecetra si tenevano convegni.
La guerra, però, riprese solo tre anni dopo circa, nel 459 a.c., e i Volsci attesero l'arrivo dell'esercito equo per dar battaglia. Gli Equi, invece di portarsi ad Anzio, occupano con un colpo di mano Tuscolo. I Romani accorrono sul posto con l'esercito del console Fabio. Quì si combatte per alcuni mesi, dopo di che la rocca di Tuscolo viene ripresa, non con le armi, ma solo per fame. Gli Equi si danno alla fuga, ma vengono raggiunti sull'Algido e sono sterminati. (3,23). Chiedono allora la pace la ottengono. (3,24). Dopo nemmeno un anno la pace fra Romani ed Equi era già saltata e Clelio Gracco, l'uomo più valoroso e più autorevole degli Equi, si pone alla guida dell'esercito equo, occupando prima l'agro labicano, poi quello tuscolano e successivamente l'Algido (3,25).

Gli Equi e Cincinnato

Anche i Sabini si sollevano e la situazione si fa pesante per Roma, anche perché gli Equi avevano accerchiato l'esercito del console Minucio, che era andato a combatterli. Nella drammatica evenienza, nel 458 a.c., viene eletto dittatore Lucio Quinzio Cincinnato, che, raccolto un esercito, muove a marce forzate contro gli Equi sull'Algido. Gli Equi finiscono nella morsa di due eserciti romani, quello di Minucio, che non era stato vinto, e quello di Quinzio Cincinnato, e sono sconfitti. Sono anche costretti da Cincinnato a passare sotto il giogo e ad abbandonare la città di Corbione (3,28). Ma gli Equi sono indomiti e l'anno successivo, nel 457 a.c., con un attacco a sorpresa, si riprendono Corbione, e, mentre i Romani inviano contro di loro il console Orazio, occupano anche la città di Ortona. La fine della guerra si conclude con la sconfitta degli Equi da parte di Orazio Pulvillo: Corbione viene distrutta. (3,30). L'anno successivo, nel 456 a.c., gli Equi riprendono la guerra, occupando nuovamente Tuscolo, ma sono sconfitti ancora da Marco Valerio e Spurio Virginio, perdendo sull'Algido settemila uomini (3,31).
A Roma intanto nel 451 a.c. entrano in carica, in luogo dei consoli, i decemviri, e, contemporaneamente ai Sabini, gli Equi riprendono le armi accampandosi sull'Algido, devastando con le loro scorrerie l'agro tuscolano (3,38). I soldati romani accorsi sono sbaragliati sull'Algido, dove perdono il campo, i soldati e l'equipaggiamento (3,42). Roma sta vivendo giorni terribili con i decemviri e la guerra fra patrizi e plebei si rinnova, finché non si ritorna al consolato. Nella circostanza Volsci e gli Equi riprendono i preparativi di guerra (3,57) e nel 449 a.c. si portano sull'Algido per combattere contro l'esercito romano guidato dal console Valerio, il quale aveva di proposito differito il combattimento. Egli infatti puntava sulle abitudini da predoni degli Equi e dei Volsci, i quali, infatti, non sapendo restare a lungo su un posto, si dispersero per cercare prede nel territorio degli Ernici e dei Latini, sguarnendo così l'accampamento, che fu facilmente conquistato dai nemici romani, guidati da console Valerio (3,60-65).Nonostante l'ultima vittoria, i Romani, che erano ormai adusi a preparare ogni anno la guerra contro gli Equi ed i Volsci, vi provvedono con una leva ad hoc, indetta dai consoli Marco Geganio e Caio Giulio. Ma la guerra scoppiò sotto i successivi consoli, Quinzio Capitolino, e Furio Agrippa. Gli Equi ed i Volsci, approfittando intanto delle discordie civili, che agitavano il popolo, riuniti gli eserciti, invadono e devastano il territorio latino e si portano saccheggiando fin sotto la porta Esquilina, ostentando come oltraggio alla città le devastazioni dei campi. Dopo di che con un ingente bottino si portano a Corbione. (3,66- 67- 68)
La provocazione però fu gravissima e in Roma si vissero giorni animati, finché fu approntato un esercito, che ben presto si portò a Corbione per battersi con il nemico. La battaglia fu memorabile, e fu combattuta con ardore da ambedue le parti, ma alla fine gli Equi ed i Volsci furono sconfitti da Tito Quinzio e Furio Agrippa (3,70). Occasione, dopo gli eventi, per un nuovo preparativo di guerra per gli Equi e per i Volsci contro Roma sono le fortificazioni, costruite dai Romani a Verrugine. Lo scontro militare, però, tra l'eterne parti in guerra si verifica per un motivo del tutto estraneo alle abituali cause di guerra. Era insorta nel 441 a.c. ad Ardea una contesa fra patrizi e plebei. Il motivo della contesa era legato ad una bellissima ragazza plebea, ancora minorenne, alla cui mano aspiravano un giovane nobile ed uno di pari grado. La madre della ragazza era per il nobile, mentre i tutori stavano per il giovane plebeo. Non trovandosi un accordo, ne nasce, alla fine, una contesa militare, in cui vengono coinvolti i Volsci, guidati dall'equo Cluilio, per la parte plebea, ed i Romani per il giovane patrizio di Ardea. La battaglia, affrontata dalle parti davanti alle mura di Ardea, si conclude con la vittoria dei Romani, che non perdono occasione per umiliare gli avversari facendoli passare sotto il giogo, e conducendo, il giorno del trionfo, Cluilio davanti al carro del trionfatore. (IV, 1-2-7-10). Dopo questo evento solo nel 431 a.c. insorsero nuovamente gli Equi ed i Volsci, che, nella circostanza, si portarono con l'esercito sull'Algido.
I senatori romani della situazione improvvisa per sostituire i tribuni militari con potere consolare con i consoli Giulio Mentone e Quinzio Cincinnato Peno, che inviarono sull'Algido contro i nemici. I due consoli però riportarono una sconfitta sull'Algido, per cui si fece ricorso, come ogni volta accadeva in caso di pericolo, alla nomina di un dittatore nella persona di Aulo Postumio Tuberto. Questi nel 431 a.c. fece una nuova leva a Roma, ma impose anche agli Ernici ed ai Latini la fornitura di truppe, che si aggiunsero a quelle romane. Si venne a battaglia e fu uno scontro memorabile, nella quale rifulse l'ardore ed il coraggio di Vettio Messio, combattente volsco, che però non riuscì ad impedire la sconfitta (4, 26). Nel 430 a.c. gli Equi ottengono una tregua di 8 anni (4,30), e nel 425 a.c. ottengono una tregua di 3 anni (4,35). Dopo essersi uniti ai Volsci per una loro vittoria ed averla festeggiata come propria (4,42) nel 421 gli Equi riprendono le armi, ma con poco onore, perché dopo essere comparsi nel territorio latino, prima esitano a combattere e poi fuggono davanti all'esercito del console Fabio Vibulano (4,43). La ripresa delle operazioni militari da parte degli Equi, che, fatta eccezione per il periodo di tregua, a cadenza annuale muovevano contro i Romani (4,45), si ha nel 419 a.c., quando insieme ai Labicani assediano il territorio di Tuscolo e si accampano sull'Algido, dove l'anno successivo, nel 418 a.c., riportano una significativa vittoria sull'esercito romano (4,46), ma nel 417 a.c., un anno dopo, sono sconfitti dal dittatore Servilio, nominato per far fronte alla delicata situazione, che si era creata con la precedente vittoria degli Equi. Dopo questa sconfitta anche Labico diventa colonia dei Romani (4,47). Nel 415 a.c. gli Equi si sollevano ancora e riconquistano Bola. I Bolani, infatti, tre anni prima, avevano sconfinato sul territorio labicano, ed avevano pensato di far passare la loro impresa singola come un'azione di tutti gli Equi. Erano però stati vinti dai Romani, che, in conseguenza, si erano annessa la città e il territorio. Gli Equi ed i Bolani, che erano diventati cittadini romani, non vanno oltre una onorevole sconfitta. A vincerli è il console Postumio, che riconquista anche la città di Bola, il cui territorio viene proposto in assegnazione alla plebe (4, 49-53). Nel 410 gli Equi, invaso il territorio del Latini e degli Ernici, ripartono all'attacco e riprendono la rocca di Carvento, che però viene subito riconquistata dai Romani.
Gli Equi l'anno successivo, dopo aver invaso ancora una volta il territorio dei Latini e degli Ernici, ritornano alla carica di Carvento e la rioccupano. I Romani tentano invano di riprendersi Carvento, difesa dagli Equi, mentre recuperano la città di Verrugine. La guerra non cessa e gli Equi e i Volsci, sopratutto gli Anziati, si animano per riprendersi Verrugine. La critica situazione, creatasi per Roma, richiede la nomina del dittatore Publio Cornelio, che, approntato un esercito, sconfigge presso Anzio quello nemico (4,55-56). Nel 397 a.c. gli Equi si risollevano e tentano di riprendersi Labico, che era diventata colonia romana, (V,16) ma la vittoria di Furio Camillo sull'etrusca Veio, che segna il declino di una delle città, che più strenuamente combatterono contro Roma, spinge gli Equi e i Volsci a non affrontare un'altra guerra ed a chiedere la pace. Questa viene concessa, perché in Roma si sentiva il peso di tante guerre (5,23). Nel 394 a.c. però, si ritorna in guerra, che si combatte sul territorio degli Equi, con alterna fortuna, per la città di Verrugine. Furono battaglie memorabili per l'incertezza dell'esito. Gli Equi riescono a creare il terrore nelle file dei Romani, che si rifugiano a Tuscolo. Il console Romano Postumio da Tuscolo riorganizza i suoi e li porta alla vittoria conclusiva. (5,28). Nel 393 gli Equi sono nuovamente sul piede di guerra ed attaccano, espugnandola, la colonia romana di Vetelia, ma sono vinti senza difficoltà dal console Lucrezio Flavo (5,29).
Nel 392 nuovamente gli Equi si riportano sull'Algido, ma sono sconfitti dai consoli Potito e Marco Capitolino (5,31- 53-54). Si vivono a Roma, ridotta in macerie dai Galli, i giorni successivi all'invasione, e si pensa di trasferire la sede della città a Veio: le proposte trovano l'opposizione di Furio Camillo. Roma riprende la vita ed era tutto un sorgere di edifici e un crescere di popolazione: lo stato per favorire le costruzioni private forniva il materiale, cioè tegole, pietra e legname, per le case. Gli Equi ed i Volsci, in modo separato, anche in questa circostanza tentano l'avventura della guerra. Per gli Equi la causa della guerra è nella città di Bola, che si ribella. Camillo piomba, dopo aver sottomesso i Volsci, sugli Equi, li sconfigge e conquista la città. I Romani danno la cittadinanza alle città etrusche sottomesse, Veio Capena e Falerio, che qualche anno dopo saranno istituite a tribus. Roma è costretta ad approntare due eserciti, uno per combattere gli Equi, e l'altro per combattere Cortuosa e Contenebra, città etrusche.
I Romani sapevano che gli Equi non avevano forze per combattere e tuttavia muovevano loro guerra per devastare i loro territori con il preciso scopo di impedire che risorgessero e organizzassero nuove forze tra loro per nuovi piani. ( 6,4-7). E' l'anno 388 a.c. e gli Equi, dopo poco più di cento anni di guerre, si possono dire ormai domati, e comunque manca la voglia e la fierezza di combattere. Dopo circa 80 anni di tregua la guerra riprenderà solo con la campagna del 304 a.c., che vedrà la fine degli Equi. Rimane con Livio da chiedersi come sia stata possibile tanta resistenza con tante guerre, e soprattutto con tante sconfitte (6,12). Nell'antichità l'inimicizia e la resistenza dei Volsci e degli Equi contro Roma resterà proverbiale, tanto che i Campani, assaliti a Capua dai Sanniti, nel chiedere aiuto, in quella circostanza ai Romani, si offrono di guardargli le spalle dagli Equi e dai Volsci, definiti eterni nemici di Roma (7,30).

La causa della distruzione della popolazione equa

La disattenzione degli studiosi intorno a questa popolazione è colossale, tant'è vero che nessuno si è posta mai una domanda, che attende ancora oggi una risposta: perché i Romani vollero la distruzione degli Equi nel 304 a.c.? E' pur vero che Tito Livio, lo storico dell'antica Roma più affidabile, riporta nella sua Ab Urbe Condita la versione o le dicerie sulle cause della campagna militare, che i Romani intrapresero contro gli Equi sul finire del quarto scolo a.c., e che portò alla loro quasi completa distruzione. A ben guardare, però, la ragione per cui si venne alla guerra, ricordata da Livio si appalesa inconsistente e insostenibile, perché, in realtà, rappresentava e rappresentò solo il pretesto, cui i Romani fecero ricorso, per dare una giustificazione all'azione militare e al genocidio commesso nell'occasione dai Romani.
Il problema non è di poco conto e va analizzato, perché, risolto, aiuta a capire la dislocazione degli Equi nel territorio, la successiva trasformazione e lo sviluppo del territorio simbruino soprattutto nel periodo imperiale. Il quadro storico è il seguente. Dopo la vittoriosa campagna militare di Furio Camillo sugli Equi nel 388 a.c., questa popolazione, per circa 80 anni, visse in stato di tregua con i Romani, che erano stati impegnati a guerreggiare con gli Ernici e soprattutto con i Sanniti. Con gli Ernici, fatta eccezione della città di Anagni, i Romani, dopo la loro sottomissione, strinsero un trattato di alleanza, riconoscendo ad essi la titolarità del territorio, la loro identità culturale e concedendo una certa autonomia amministrativa: queste le concessioni fatte dai Romani alle città erniche di Alatri, Ferentino e Veroli sottomesse, per averle in federazione: diritto di commercio, di connubio, pagamento di tributi militari e autonomia amministrativa e religiosa. Con i Sanniti, invece, i Romani strinsero un patto di alleanza, dopo di che le armi romane furono rivolte contro gli Equi, vecchi nemici, rimasti quieti per molti anni in apparente infida pace, in quanto, finché il popolo Ernico era rimasto indipendente, con loro ripetutamente avevano mandato aiuto ai Sanniti, e, sottomessi gli Ernici, la popolazione equa tutta, senza nascondere la pubblica decisione, era passata dalla parte dei nemici. Dopo che i Feziali - (sacerdoti ambasciatori del tempo, i riti dei quali i Romani avevano preso dagli Equi)- , stretta l'alleanza con i Sanniti, erano venuti per chiedere la riparazione da parte degli Equi, questi sostenevano che si agitava l'incubo della guerra come tentativo di far accettare loro la cittadinanza romana.
Quanto questa fosse accettabile lo avevano dimostrato gli Ernici,, i quali, posti di fronte alla scelta della cittadinanza e di confederarsi, avevano optato per le loro leggi . Per gli Equi, per i quali non vi era possibilità di scelta, la cittadinanza sarebbe stata imposta come una pena. Per queste idee sbandierate pubblicamente nelle adunanze, il popolo romano decise di dichiarare guerra agli Equi
(Tito Livio, Ab Urbe Condita, IX, 45).
Questo il racconto degli avvenimenti preparatori dei Romani contro gli Equi nella guerra, che portò al loro annientamento. Come si vede dall'esposizione di Tito Livio, le pretestuose accuse, per cui i Romani chiesero, attraverso i Feziali, prima di dichiarare guerra agli Equi, riparazione per il comportamento tenuto durante la campagna militare contro i Sanniti, riguardavano una presunta alleanza degli Equi con i Sanniti. Ma è Tito Livio a ricordare che anche gli Ernici avevano sostenuto nella guerra la parte dei Sanniti, come gli Equi, e però i Romani con gli Ernici avevano accettato di federarsi: Analogo patto di federazione i Romani non erano disposti a concedere agli Equi, che lo avrebbero accettato, perché non era ritenuto dai Romani una riparazione adeguata. Il comportamento dei Romani non è, come loro costume, logico, ma sospetto. Comprova questa considerazione il fatto che la stessa popolazione equa affermava l'inopportunità di una guerra, per quelle, che erano le accuse mosse loro, ma soprattutto il fatto che gli Equi erano pronti ad accettare la federazione con i Romani, i quali agli Ernici, nelle stesse condizioni, l'avevano concessa. E Livio del resto afferma che gli Equi erano consapevoli che i Romani non volevano una riparazione, ma volevano la guerra per imporre loro la cittadinanza, senza offrire, come era invece accaduto per gli Ernici, la possibilità di scelta tra cittadinanza e federazione.
Imporre la cittadinanza a quel tempo significava dichiarare una guerra, vincerla, e annettere il territorio, in cui insisteva la popolazione vinta, quale parte integrante di Roma, senza più alcuna autorità della popolazione indigena sul territorio. Le riflessioni, che si offrono, davanti al racconto di Livio, sono ovvie. Da una parte ci sono i Romani, che si dicono offesi ed accusano gli Equi per il comportamento tenuto nella guerra contro i Sanniti e chiedono riparazione, dall'altra ci sono gli Equi, che, pur ammettendo la colpa, chiedono da una parte ai Romani di evitare la guerra, dall'altra si dicono disposti e pronti ad accettare con loro quello stesso patto di federazione, che era stato stipulato con gli Ernici. Ai Romani, però, la soluzione proposta dagli Equi non sta bene, perchè evidentemente vogliono la guerra ad ogni costo, perché, infatti, solo così possono ridurre il territorio equo in loro potere, imponendo ai sottomessi, ed è ciò che i Romani vogliono, la cittadinanza romana. Per capire dove porta questo discorso è bene tener presente che presso i Romani, (e Livio lo testimonia frequentemente), la dichiarazione di una guerra, per non avere contraria la volontà degli dei, poteva essere fatta solo per giuste ragioni, e, del resto avevano fatto proprio dagli Equi, per superare contrasti o difficoltà con le popolazioni vicine, il cerimoniale dei Feziali, che li garantiva circa la regolarità e la giustezza di una eventuale azione bellica intrapresa nella circostanza, seguita al trattato di pace con i Sanniti, ai Romani si offre la possibilità di avere la popolazione degli Equi federata, che comportava l'impegno a dare soldati, a pagare tributi, ad accettare matrimoni tra le parti, a restare nei propri territori e a non fare guerre senza il consenso dei Romani, e però decidono di avventurarsi in una guerra, l'esito della quale, -(anche se gli Equi erano ormai desueti a combattere da circa un secolo)-, era incerto, perchè comunque la fierezza di quella popolazione rappresentava sempre una incognita. A spingere i Romani alla guerra non era allora l'ira del tradimento patito, allorché gli Equi avevano dato aiuto militare ai Sanniti, ma un motivo ben più importante, costituito dalla volontà di impadronirsi occupandolo e di integrare il territorio degli Equi in quello di Roma con l'imposizione della cittadinanza, cui non era certamente estranea la consapevolezza che, secondo i libri sibillini, doveva arrivare sul Campidoglio l'acqua dell'Aniene: non era estranea l'esigenza del rifornimento idrico di Roma, che diventava, nonostante le continue guerre, sempre più popolosa e priva di risorse idriche adeguate. Che questo sia vero è confermato da tre elementi:
- I Romani, nella circostanza, pur avendo negli Equi un nemico impreparato e disunito, che avrebbe accettato un patto di federazione, pur di non fare la guerra, dimostrano, dopo la guerra e la facile vittoria, una ferocia inaudita e senza precedenti, commettendo un vero e proprio genocidio di quella popolazione, tanto che dopo la sottomissione, scrive Tito Livio, la popolazione degli Equi quasi scomparve. Ed è questo un comportamento ed un gesto, che non trova giustificazione o riscontro alcuno nei motivi per cui la guerra era stata intrapresa, e nemmeno trova un appiglio negli atti di guerra degli Equi;
- Il territorio degli Equi, conquistato dai Romani, viene organizzato, dopo aver data la cittadinanza ai "Trebulani", in distretto amministrativo, il più grande mai istituito dai Romani, indicato con il nome di Tribus Aniensis;
- Qualche anno dopo, circa diciassette, -(che non sono molti per le vicende militari, che i Romani si trovarono a vivere)-, realizzarono il primo acquedotto nell'area : l'Anio, più tardi, detto Vetus per distinguerlo dal successivo acquedotto, preso direttamente dall' Aniene, che si chiamò Anio Novus . Si può, alla luce di tante considerazioni, giustamente ritenere che il vero motivo che spinse i Romani ad un comportamento così anomalo e feroce era legato alla volontà e alla esigenza di impadronirsi del fiume Aniene.
Gli Equi, non avrebbero meritato un simile comportamento da parte dei Romani

La definitiva sottomissione degli Equi

Dopo l’ultima guerra, intrapresa per la città di Bola nel 388 a.c., perché nella storia di Roma antica si parli nuovamente gli Equi, in guerra contro i Romani, bisogna far passare circa 80 anno. Infatti, le armi furono riprese tra le due popolazioni solo nel 304 a.c. e non furono gli Equi a determinare la campagna militare, che segnò la loro fine. Gli Equi, in verità, avevano la “colpa” di abitare lungo ed a monte del fiume Aniene, che aveva un regime torrentizio (era l’amnis per eccellenza), e per questo, secondo i libri sibillini, doveva arrivare sul Campidoglio.
Quando i Romani, -(che avevano avuto una crescita demografica notevole ed avevano per questo problemi di approvvigionamento idrico)-, presero coscienza che l’unico fiume potabile per la loro sopravvivenza era l’Aniene non ci pensarono su per provocare una guerra e attuare il primo grande genocidio della storia romana: gli Equi dovevano scomparire dal territorio, che essi abitavano, perché doveva diventare il bacino idrico di Roma. Roma, è bene ricordarlo, fin dalla sua fondazione, nonostante guerre condotte su tutti i fronti del suo territorio originario, e per un lungo arco di secoli, ebbe una crescita urbana e demografica costante. Tutto questo era dovuto alla sua politica. Le città e i territori conquistati avevano un destino segnato. L’abitato esistente della città conquistata era totalmente distrutto, perché tutto doveva essere compatibile con la vincente organizzazione romana. La popolazione sottomessa, che sopravviveva alla sconfitta da parte dei Romani, era assorbita nella popolazione romana, e la città distrutta, sempre che le condizioni lo permettessero, veniva sostituita con una colonia romana, che diventava un centro abitato di cittadini romani, regolamentato ed organizzato in modo specifico con compiti e funzioni particolari.
Questa politica portò ad un incremento demografico straordinario della città, nonostante il prezzo di sangue, che le guerre di espansione richiedevano. La crescita demografica portava dei problemi di organizzazione, legati all’incredibile ed improvviso inurbamento, ed impose ai Romani di risolvere i problemi del rifornimento idrico, della viabilità e della circolazione, e dello smaltimento delle acque luride. Come sempre, i Romani dimostrarono di avere una particolare genialità nella amministrazione di Roma e per questo costruirono enormi rete fognarie, grandi reti stradali e grandiosi acquedotti. Il problema degli acquedotti si presentò in modo pressante soprattutto dopo 450 anni circa dalla formazione della città di Roma. Fino ad allora infatti i Romani avevano fatto ricorso, per le esigenze idriche, o al fiume Tevere o ai pozzi o a piccole sorgenti poco lontane dalla città. Di queste ultime ai tempi di Frontino ancora arrivava in città l’acqua della sorgente delle Camene, di Apollo e di Giuturna, che si ritenevano avessero proprietà curative, e per questo erano religiosamente venerate. Forse riesce difficile capire oggi l’affermazione dell’uso dell’acqua da parte dei Romani del Tevere e delle sorgenti, che è ripresa da Frontino, ma è certo che le acque superficiali, che emergevano per formare delle sorgenti, è certo che il livello di scorrimento e la portata delle sorgenti, ai tempi degli Romani, erano più numerosi, elevati ed abbondanti di quanto non siano oggi. Sono scomparsi, infatti, numerosi fiumi, e molti, che ieri erano, fiumi consistenti, oggi sono ridotti a ruscelli o torrenti. I Romani erano da 31 anni intenti alla guerra sannitica quando portarono in Roma l’acqua Appia, che prese il nome, come anche la via Appia, dal censore Appio Claudio Cieco, che lo realizzò insieme al collega Plauzio, detto Venoce perché eccezionale rabdomante, la cui famiglia (gens) diventerà, ai tempi di Cicerone, la più rappresentativa della Tribus Aniensis. Ma anche questo acquedotto, che si sviluppava nel territorio conquistato dai Romani da molti secoli, col tempo, si rivelò insufficiente, e per risolvere il problema in modo radicale si pensò di ricorrere all’appropriazione del territorio degli Equi, che era attraversato dall’Aniene, fiume ricco di acqua potabile, che secondo le prescrizioni di Libri Sibillini doveva arrivare in Roma sul sacrario, cioè sul Campidoglio.
I Romani, per capire l’affermazione che si è atta, hanno realizzato i più grandi acquedotti, captando L’Aniene con l’Anio Vetus e l’anio Novus, o sorgenti ad esso vicine, come quelle dell’Acqua Marcia, dell’Acqua Vergine, e dell’Acqua Claudia. Questa opera richiese tempi lunghissimi, ma soprattutto rese necessario, da parte dei Romani, la conquista del territorio, dove l’Aniene nasceva e scorreva. La scelta dell’Aniene, indicato, secondo le interpretazioni dei libri sibillini, come risorsa fondamentale per Roma, era valida e necessaria, perché il livello di scorrimento del fiume si prestava all’uso, in quanto rispondeva alle esigenze delle loro conoscenze scientifiche in materia di captazione e adduzione di acqua, non conoscendo il principio di vasi comunicanti. I Romani infatti ritenevano che l’acqua di un fiume, per essere captata e condotta a Roma, doveva scorrere ad una altezza tale che, abbassando il suo livello di scorrimento, lungo l’acquedotto, del 2 e/o 5 per mille, alla fine doveva portarsi al livello del sito da raggiungere. I Romani, secondo le fonti latine, conoscevano perfettamente l’Aniene, che aveva la propria sorgente poco prima dell’antica Treba, l’odierna Trevi, e scorreva interamente nel territorio degli Equi. Strabone, geografo greco, che ha lasciato un interessante descrizione dell’Italia e del mondo allora conosciuto, indica l’Aniene originario di Alba Fucens, ma c’è da credere, che non sia stato il geografo a sbagliarsi, quanto qualche copista, cha abbia voluto, a mio parere volutamente, modificare il testo di Strabone. I Romani, allora, programmarono la conquista del territorio equo solo per impadronirsi del fiume Aniene, mascherando, però, questa loro volontà ed esigenza con la necessità di punire per alcune dicerie la popolazione equa. L’appropriazione violenta di un territorio era, infatti, un atto, contrario alla volontà degli dei ed i Romani mai avrebbero potuto affermare e scrivere le vere ragioni che portarono alla guerra, perché questo significava riconoscere che i Romani avevano portato avanti la campagna militare del 304 a.c., non già per vendicare un torto subito, come ufficialmente dicevano, ma per impadronirsi del territorio di un altro popolo, cosa che per gli antichi era un atto immorale, che mai avrebbe potuto giustificare la guerra e soprattutto contrario alla religione, che praticavano, in relazione alla quale, prima di intraprendere una guerra, dovevano essere fatti adeguati sacrifici propiziatori.
Con una campagna rapidissima, come l’esigenza richiedeva, contro una popolazione ormai impreparata alla guerra, quella degli Equi, ormai desueta alle armi, che commisero peraltro molte ingenuità nell’approntare una strategia di difesa, i Romani in cinquantuno giorni si impadronirono del territorio di 40 città, distruggendole in modo tale, che la popolazione equa quasi scomparve. IL racconto che Tito Livio fa della definitiva sottomissione degli Equi, valutato alla luce delle considerazioni svolte, può essere riportato integralmente, perché, anche se lo storico tenta di nascondere il vero motivo della guerra con gli Equi, il suo racconto è istruttivo ed illuminante. Successivamente le armi romane furono volte contro gli Equi, nemici antichi, rimasti però quieti per molti anni, anche se sotto copertura di una pace infida. Essi, infatti, quando il popolo Ernico era ancora libero, avevano mandato con esso ripetutamente aiuti ai Sanniti, e dopo la sottomissione degli Ernici, quasi tutta la popolazione era passata ai nemici con decisione presa dal pubblico consiglio. E dopo che vi era stato un trattato con i Sanniti a Roma, ed i Feziali erano andati a chiedere riparazione, presero a sostenere che quella fosse una scusa per farli rassegnare, sotto minaccia della guerra, ad accettare la cittadinanza romana. Quanto ciò fosse desiderabile, lo avevano dimostrato gli Ernici, che avevano optato, avendone avuta la facoltà, per le proprie leggi in luogo della cittadinanza romana; per essi invece che non avevano possibilità di scegliere cosa preferivano, la cittadinanza sarebbe stata una pena inevitabile. Per queste dicerie, sbandierate pubblicamente nelle assemblee il popolo romano decise di far guerra agli Equi. Ambedue i consoli, partiti per una nuova guerra, si posero a quattro miglia dagli accampamenti dei nemici. L’esercito egli Equi, che per propria scelta aveva passato molti anni in pace, come una banda senza capi indiscussi, si agitava senza ordine. Qualcuno pensa che si deve uscire per combattere, altri che si deve difendere l’accampamento: la maggior parte è mossa dalla preoccupazione delle futura devastazione dei campi e delle stragi delle città lasciate con deboli presidi. Per questo, dopo molte opinioni, fu preso in considerazione, dopo che era stato scartato il suggerimento della difesa collettiva, quello che indirizzava alla difesa delle proprie cose, consistente nel portar via tutto al primo turno di guardia e per diverse direzioni, e andando a difendersi nelle città entro le mura: tutti accettarono con generale consenso la proposta.
Quando già sul far dell’alba i nemici si erano dispersi nei campi, i Romani, fatti avanzare i reparti, si schierano a battaglia, e siccome nessuno muoveva loro contro, si dirigono a tutta andatura verso l’accampamento dei nemici. Ma dopo che presero coscienza che lì non c’erano né le sentinelle davanti alle porte, né alcun soldato nella trincea, né il chiasso proprio dell’accampamento, colpiti dall’insolito silenzio, si arrestano per timore di agguati. Oltrepassata di poi la trincea e trovato tutto deserto, stringono i tempi per seguire le orme di nemici. Ma le orme che portavano indistintamente in tutte le direzione, siccome disperse qua e là, all’inizio indussero in errore. Poi scoperto per mezzo degli esploratori i piani dei nemici, portano la guerra alle singole città, presero, assediandole tutte, trentuno città in cinquantuno giorni. La maggior parte furono distrutte ed incendiate e il popolo degli Equi fu quasi completamente sterminata. Si celebrò il trionfo sugli Equi e la loro disfatta fu di esempio tanto che i Marrucini, i Marsi i Peligni, i Frentani, mandarono ambasciatori a Roma per chiedere pace ed amicizia. A questi popoli, dietro loro richiesta, fu concesso un trattato di pace.” Vale la pena, per comprendere che il Cicolano, territorio, che non fu interessato dalla conquista romana nella campagna del 304 a.c., perché esiguo e marginale rispetto a quello sottomesso, di riportare le successive vicende, che ancora vedono coinvolti gli Equi nella storia di Roma. Nel decimo libro, capitolo I, Livio ricorda che “l’anno in cui furono consoli Lucio Genucio e Servio Cornelio, nel 303 a.c., si ebbe in fatto di guerre esterne una tregua quasi generale. Si stanziarono colonie a Sora e ad Alba. Ad Alba, nel territorio degli Equi, furono inviati seimila coloni. Sora faceva parte del territorio dei volsci, ma era stata occupata dai Sanniti: vi furono stanziati quattromila uomini. Lo stesso anno fu concessa la cittadinanza agli Arpinati ed ai Trebulani. Sotto il consolato di Marco Livio Dentre e Marco Emilio fu ripresa la guerra contro gli Equi. Questi mal sopportando la colonia (di Alba), che vedevano come un baluardo posto nel loro territorio, tentarono di prenderla d’assalto, ma furono respinti dai coloni stessi. A Roma destarono tanto terrore, -(poiché si stentava a credere che gli Equi, ridotti così a mal partito, si fossero levati in armi di propria iniziativa)-, che per quell’improvviso allarme fu nominato un dittatore, Caio Giunio Bubulco. Egli partito con il maestro della cavalleria Marco Titinio, al primo scontro sottomise gli Equi e ritornato in Roma in trionfo dopo sette giorni, consacrò come dittatore quel tempio della salute che aveva promesso in voto come console e di cui aveva dato in appalto la costruzione come censore”.
Successivamente libro X cap. 9 “lo stesso console Marco Valerio combatté una guerra, per niente memorabile, contro gli Equi in rivolta, dal momento che gli Equi, tranne la fierezza dell’animo, non conservavano più nulla dell’antica grandezza. Quell’anno. -(Marco Fulvio Peto e Tito Manlio Torquato consoli)- fu compiuto il lustro dai censori Publio Sempronio Sofro e Publio Sulpicio Saverrione e furono aggiunte due tribù l’Aniense e la Terentina”. “lo stesso anno (Gneo Fulvio console) fu stanziata una colonia a Carseoli nel territorio degli Equicoli” (X,13). Conquistato il territorio degli Equi, per impadronirsi della risorse idriche dell’Aniene, fu istituita Tribù dell’Aniene la più grande tribus territoriale della repubblica, che ai tempi di Cicerone, come si evince dalla sua orazione pro Planco, decideva con quella Terentina le elezioni in Roma. Le tribus, infatti, dopo la loro ufficiale organizzazione, voluta da Servio Tullio, in distretti amministrativi autonomi, ma federati, diventarono soprattutto in epoca repubblicana la struttura amministrativa fondamentale dell’urbe. Per comprendere l’organizzazione politica ed amministrativa di Roma antica in breve, occorre ricordare quello che scrisse in proposito Polibio: Il potere militare in Roma era nei consoli, il potere legislativo era nel senato, il potere democratico era nelle tribus, nelle curie e nelle centurie, le quali ultime rappresentavano l’elite delle tribus.



RICERCA STORICO BIBLIOGRAFICA

III

Brevi cenni metodologici

La presente ricerca, nei limiti consentiti, si propone di raccogliere le fonti e i documenti più rappresentativi, intorno ad una popolazione, gli Equi, che ebbe rapporti con l'antica Roma, tra le più misteriose e sconosciute. Gli autori latini e greci presi in esame sono Diodoro Siculo per la sua "Bilioteca Storica" o "Storia Universale", Livio per "Ab Urbe Condita", Dionigi d'Alicarnasso per Antiquitatum Romanarun, Plutarco per le "vite Parallele", Plinio per "Naturalis Historia", Strabone per la sua geografia, dal momento che trattano in modo incisivo degli Equi, mentre presso altri che, pure li ricordano, sono riportati incidenter tantum. La ricerca segue l'ordine dei temi per i quali gli Equi ebbero ad essere ricordati dagli autori più antichi:

1) JUS FETIALE, attribuzione agli Equi;
2) Il cerimoniale praticato con lo jus fetiale;
3) EQUI ed EQUICOLI, denominazioni ricorrenti;
4) EQUI, il territorio;
5) EQUI, la storia.

1 - JUS FETIALE

Indice dei documenti

1) Iscrizione su cippo marmoreo conservato presso l’Antiquarium del Palatino N.10866 di Roma.
2) Tito Livio, Ab urbe condita, I,32.
3) Dionigi di Alicarnasso, Antiquit. Roman., II,72.
4) Aurelio Vittore, de Viris illustribus, cap.5.

Commento breve sul primo argomento.
Il più antico documento, che ricorda gli Equi, deve ritenersi l’iscrizione del cippo marmoreo conservato al museo del Palatino, nella quale si attribuisce agli Equi, ai tempi del Re Resio, l’istituzione dello Jus fetiale. Senza tener conto dell’antico linguaggio usato, tutti gli autori antichi, quando scrivono dello jus fetiale, attribuiscono il cerimoniale agli “equicoli”, termine certamente tratto dalla iscrizione del cippo, dal momento che per narrare le vicende del popolo equo ricorrono all’abituale termine “Equi”.
L’ attribuzione agli Equi dello jus fetiale, quale cerimoniale in uso per chiedere le riparazioni di torti subiti fra genti confinanti o per dichiararsi la guerra, da parte degli autori antichi, è quasi unanime. Dionigi d’Alicarnasso, citando Gellio, solleva il dubbio che il cerimoniale feziale possa appartenere invece alla popolazione di Ardea, antichissima città volsca.
Generalmente in discussioni del genere gli studiosi si dividono pro e contro. Nel caso però mi permetto di osservare che gli Equi ed i Volsci, popolazioni che per vari secoli sostennero insieme la guerra contro Roma, mostrano di avere forse qualcosa in più della sola comune alleanza militare. In Palestrina, che è da ritenersi città degli Equi prima di partecipare alla Lega Latina, -(che in seguito distinse ed indicò i latini)- , è stata trovata la Fibula Prenestina di incerta origine, ma che registra una scrittura, che non è certamente di pura invenzione. La scrittura della Fibula ha notevoli affinità con altra scrittura, attribuibile a a periodo arcaico, incisa su ascia, rinvenuta nei pressi di una città (Satrico?) dei Volsci. Le due popolazioni, quella degli Equi e dei Volsci, dimostrano allora di avere:
- Una comune cultura giuridica con lo jus fetiale, che Dionigi, secondo Gellio, attribuisce ai Volsci (Ardea era città di primo piano del territorio volsco!), e che la tradizione più consolidata assegna agli Equi;
- una alleanza militare storica contro Roma, tanto che misero in pericolo le sorti di Roma più di una volta;
- una comune scrittura, come sembra evidenziarsi dalla Fibula Prenestina e dall’ascia di Satrico(?), che sono sotto riprodotte;
- la transumanza, conservatasi fino ai nostri giorni, con lo scambio dei pascoli montani e marini.
Non è da ipotizzarsi una comune origine razziale, che spiegherebbe tante comuni appartenenze?


1) - JUS FETIALE -

Iscrizione su cippo marmoreo conservato presso l’Antiquarium del Palatino N.10866 di Roma

FERT ERRESIUS
REX AEQUEICOLUS
IS PREIMUS
JUS FETIALE PARAVIT
INDE P.R.
DISCIPLINAM EXCEPIT
(CIL, VI,1302)

"Si dice che Erresio
re Equicolo
per primo istituì il diritto feziale.
In seguito il Popolo Romano
fece propria la norma."

CIPPO MARMOREO-(Antiquarium del Palatino n.10866, rinvenuto il 22.8.1862 negli orti Farnesi)


2) - TITO LIVIO - AB URBE CONDITA -

Ut tamen, uotiamo Numa in pace religiones instituisset, a se bellicae caerimoniae proderentur, nec gererentur solum sed etiam indicerentur bella aliquo ritu, jus ab antiqua gente aequiculis quod nunc fetiale habent desripsit, quo res repetuntur.(.I,32)

“Affinché tuttavia, come Numa aveva istituito dei riti religiosi da praticarsi in tempo di pace, si fissassero delle regole procedurali di guerra, non solo per condurre le guerre ma anche per dichiararle con una specifica procedura, impose il cerimoniale, che ancora seguono i feziali, per chiedere riparazioni, preso dagli Equicoli, popolazione antica”.

3) - DIONIGI DI ALICARNASSO - ROMANARUM ANTIQUITATUM -

Septima vero pars sacrarum legum collegio Fetialium, qui vocantur, attributa erat. Hi autem Graeco sermone eirenodikai appellari possunt. Sunt autem viri ex nobilissimis familiis delecti et per totam vitam sacerdotium exercent; quod collegium rex Numa primis Romae constituit. Utrum autem ab Aequicolis, qui vocantur , sumpserit, ut nonnulla arbitrantur, an ab Ardeatibus,ut scribit Gellius, affirmare non possum.
(II,72)

“La settima parte delle leggi sacre fu indirizzata al collegio di quelli che vengono chiamati Feziali. Questi secondo il linguaggio greco si direbbero giudici di pace: si scelgono dalle famiglie più illustri e restano addetti al sacro servizio sacerdotale tutta la vita. Numa per la prima volta istituì tale venerabile ordine. Io non so precisare se lo derivasse dagli Equicoli, come alcuni ritengono o dagli Ardeati come scrive Gellio”.

4) - AURELIO VITTORE - DE VIRIS ILLUSTRIBUS -

(Ancus Martius) jus fetiale, quo legati ad res repetendas uterentur ab Aequicolis transtulit, quod primis fertur Rhesus excogitasse.(cap.5)
“Affinché gli ambasciatori se ne servissero per chiedere le riparazioni, Anco Marzio fece proprio dagli Equicoli il diritto feziale, che si dice istituito per primo da Resio (Erresio)”.


2) - IL CERIMONIALE FETIALE -

Indice dei documenti

5) Dionigi D’Alicarnasso, Romanarum Antiquitatum, II,72.
6) Tito Livio, ab Urbe Condita, I,24-32.
7) Plutarco, Le Vite Parallele, Numa Pompilio,12.

Brevi cenni
Il cerimoniale dello jus fetiale, di cui si hanno notevoli informazioni da Plutarco, Tito Livio e Dionigi d'Alicarnaso, inerisce ai rapporti tra Roma e le popolazioni vicine, le liti insorte tra loro, le riparazioni o la dichiarazione di guerra. Si sa per certo che Numa Pompilio istituì anche il cerimoniale religioso dei Feziali, di cui non si hanno notizie, se non traendo dalla storia le attribuzioni di alcuni cerimoniali appartenuti a città eque e conservate anche nella tradizione romana: il cinto gabino di cui le fonti parlano era forse un uso equo, perché Gabi era città equa, successivamente inserita nella lega latina. Il tema andrebbe approfondito. Sul cerimoniale dei Feziali in ordine ai torti subiti, alle riparazioni richieste e alle dichiarazioni di guerra le fonti (Plutarco, Livio e Dionigi) sono concordi e chiare. Le schede relative sono tre (5-6-7).

5) - DIONIGI D’ALICARNASSO -
THS RWMAIKHS ARCAIOLOGIAS - ANTIQUITATUM ROMANARUM - LIBRO LXXII

Katesthsato d'auto Nomaò, ote Fidhnataiò emelle polemein lhsteiaò kai katadromaò thò coraò autou poihsamenoiò, ei boulointo sumbhnai dica polemou proò auH d'hbdomh moira thò ieraò nomoqesiaò tv susthmati proseteqh tvn kaloumenwn Fhtialiwn; outoi d'an eihsan kata thn Ellhnikhn kaloumenoi dialekton eirhnodikai. Eisi d'ek tvn aristwn oikwn andreò epilektoi, dia pantoò ierwmenoi tou biou, Noma tou basilewò prwtou kai touto Rwmaioiò to ieron arceion katasthsamenou. Ei mentoi para tvn kaloumenwn Aikiklvn to paradeigm'elaben, wsper oiontai tineò, h para thò Ardeatvn polewò, wò grafei Gelllioò, ouk ecw legein. Apocrh de moi tosouto monom eipein, oti pro thò Noma archò oupw to tvn eirhnodikvn susthma para Rwmaioiò hn. ton, oper eiò anagchn katastanteò epoihsan. Oiomai de, epeidhper ouk estin epicwrion Ellhsi to peri touò eirhnodikaò qrceion, anagcaion einai moi poswn kai phlikwn esti pragmatwn kurion dielqein , ina toiò agnoousi thn Rwmaiwn eusebeian , hn oi tot'andreò epethdeuon, mh paradoxon einai fanh to pantaò autoiò to kalliston labein touò polemouò teloò. Apantwn gar autvn taò arcaò kai taò upoqeseiò eusebestataò fanhsontai poihsamenoi, kai dia touto malista touò qeouò eschkoteò en toiò kindunoiò eumeneiò. Apanta men oun os'anakeitai toutoiò toiò eirhnodikaiò epelqein dia plhqoò ou radion, kefalaiwdei d'upografh dhlwsai toiad'esti; fulattein ina mhdena Rwmaioi polemon exenegkwsi kata mhdemiaò menspondou polewò adikon; arxantwn de paraspondein eiò autouò eterwn presbeuesqai te kai dikaia prwton aitein logw, ean de mh piiqwntai toiò axioumenoiò, tot'epikuroun ton polemon. Omoiwò de kan adikeisqai tineò upo Rwmaiwn enspondoi legonteò ta dikai'aitvsi, toutouò diagignwskein touò andraò, ei ti peponqasin ekspondon; kai ean doxwsi ta proshkont'egkalein , touò enocouò taiò aitiaiò sullabontaò ekdotouò toiò adikhqiesi paradidonai; ta te peri touò presbeutaò adikhmata dikazein, kai ta peri taò sunqhkaò osia fulattein, eirhnhn te poiesqai, kai gegenhmenhn, ean mh kata touò ierouò doxh pepracqai nomouò, akuroun, kai taò tvn strathgvn paranomiaò osai peri q'orkouò kai spondaò epitelountai, diaginwskontaò afosiousqai; peri vn kata touò oideiouò cairouò poihsomai ton logon. Ta de peri taò epikhrukeiaò up'autvn ginomena, ote thn doxasan adkein polin aitoien dikaò; axion gar mhde taut'agnoein kata pollhn frontida tvn osiwn kai dikaiwn ginomena; toiauta parelabon. Eiò men ek tvn eirhnodikvn, on oi loipoiproceirisainto, kekosmhmenoò esqhti kai forhmasin ieroiò, ina diadhloò h para touò allouò, eiò thn tvn adikountwn paregineto polin; epistaò de toiò orioiò ton te Dia kai touò allouò epekaleito qeouò marturomenoò, oti dikaò aitvn hkei para thò Rwmaiwn polewò; epeit'omosaò oti proò adikousan ercetai polin, kai araò taò megistaò ei yeudoit'iparasmenoò eautv te kai th Rwmh, tot'entoò hei tvn orvn; epeiq'otv prwtw peritucoi, touton epimarturamenos, eite tvn agroikwn eite tvn politikvn eih, kai taò autaò prosqeiò araò proò thn polin wceto, kata prin eiò thn polin parelqein ton pulwron h ton prwton apanthsant'en taiò pulaiò ton autoon tropon epimarturamenoò eiò thn agoran prohei; ekei de katastaò toiò en telei peri vn hkoi dielegeto, pantach touò q'orkouò kaitaò araò prostideiò. Ei men oun upecoien taò dikaò paradidonteò toò en taiò aitiaiò, aphei touò andraò apagwn filoò t'hdh gegonwò kaipara filwn; ei de cronon eiò boulhn aithsainto, deka didouò hmeraò paregineto palin kai mecri trithò aithsewò anedeceto. Dielqousvn de tvn triakonq'hmervn, ei mh pareicen autv ta dikai'h poliò, ipikalesamenoò touò t'ouraniouò kai katacqooniouò qeouò aphei, tosouito monon eipwn oti bouleusetai peri autvn h Rwmaiwn poliò ef'hsuciaò. Kai meta tout ap'efainen eis thn boulhn ama toiò alloiò eirhnodikaiò paragenomenoò, otipepraktaiu pan autoiò oson hn osion ek tvn iervnn nomwn, kai ei boulointo yhfizesqai polemon , ouden estai to kwluon apo qevn. Ei de ti mh genoito toutwn, ouq’h boulh kuria hn epiyhfisasqai polemon, ouq'h dhmoò. peri men oun tvn eirhnodikvn tosauta parelabomen. (Dionigi D'Alicarnasso, Antiquitatum Romanarum, II.72)

“La settima parte delle leggi sacre fu indirizzata a dare ordine a quelli che chiamano Feziali. Questi in termini greci si direbbero giudici di pace: sono scelti tra le famiglie più illustri e restano in questo ufficio per tutta la vita. Numa diede per la prima volta questo collegio ai Romani, e non so se lo abbia tratto dagli Equicoli, come alcuni sostengono, o se, come Gellio scrive, da Ardea: Mi basta precisare che prima di Numa non vi erano i Feziali fra i Romani. Numa li istituì quando era sul punto di far guerra ai Fidenati, che avevano fatto scorrerie e ruberie nel territorio romano, affinchè vedessero se era possibile ridurli alla ragione senza guerra, come poi fecero per necessità.E poiché non c'é nella Grecia il collegio dei Feziali, ritengo necessario indicare quali e quanti siano i loro compiti, anche perché coloro che ignorano la religiosità dei Romani non trovino strano che tutte le loro guerre siano andate a buon fine: è certo che le intraprendevano per cause e motivi giustissimi, per cui avevano dalla loro parte nei pericoli gli dei. In verità non è facile capire per tutti le funzioni dei Feziali. A indicarle in breve sono queste. devono impedire che i Romani muovano guerre ingiuste a nessuna delle città confederate; se una città tenta di rompere i trattati nei loro confronti, sono mandati ambasciatori e chiedono la ragione prima con le parole, poi con le armi e con la guerra, se non si adeguano. Anche quando i confederati si dicono offesi dai Romani devono chiedere prima riparazione: i Feziali devono accertare se quelli hanno subito torti in relazione ai patti, e se pare loro che si dolgono a giusto diritto, fanno prendere e consegnare i colpevoli ai danneggiati. Giudicano sugli oltraggi ricevuti dagli ambasciatori, e vigilano sulla fedele osservanza dei trattati: trattano la pace, o annullano trattati di pace, contratti contro le sacre leggi. Decidono e fanno espiare tutte le violazioni dei giuramenti e dei trattati di alleanza compiute dai consoli: ma di ciò parlerò al momento opportuno. Ho anche saputo che vengono inviati come araldi per chiedere riparazione presso le città, che sembrino aver violato la pace e queste cerimonie sono degne che si conoscano per la molta attenzione che i Romani rivolgono alla giustizia e alla religione. Uno dei Feziali, eletto a votazione dagli altri, vestito con gli abiti e le bende sacre, perché si distingua fra tutti, si reca nella città colpevole. Appena ne raggiunge i confini, grida davanti a Giove e agli altri numi che egli viene perché Roma abbia riparazione, poi con giuramenti si dirige verso al città colpevole, e invocando in caso di menzogna maledizioni terribili contro se stesso e contro Roma si addentra nel territorio. Quindi si rivolge al primo, in cui si imbatte, uomo di campagna o cittadino che sia, e ripete le medesime esecrazioni, continuando a dirigersi verso la città, ma prima di entrarvi, si rivolge allo stesso modo alla sentinella e a chiunque altro si incontra nelle porte della città, dopo di che si dirige verso il foro, dove giunto parlamenta con i magistrati, aggiungendo di volta in volta giuramenti ed imprecazioni. Se fanno riparazione consegnando i colpevoli egli se li porta dietro e se ne va amico tra gli amici. Se viene chiesto del tempo per consultarsi, egli si ripresenta dopo dieci giorni, e ripete la richiesta fino a tre volte, decorsi trenta giorni, se la città non compie il suo dovere, egli, invocati i numi celesti e gli inferi, si allontana dicendo con calma che Roma deciderà del loro destino. Poi recatosi con gli altri Feziali in senato, riferisce che fu compiuto tutto ciò che si doveva secondo le leggi sacre, e che se vogliono risolvere il caso con la guerra non vi è più opposizione da parte degli dei. Senza questo cerimoniale né il popolo né il senato può dichiarare a votazione la guerra. Questo è quanto abbiamo saputo dei Feziali”. (Dionigi d'Alicarnasso, Antichità Romane, II, 72)

6) - TITO LIVIO - AB URBE CONDITA - LIBRO I

Priusquam dimicarent foedus ictum inter Romanos et Albanos est his legibus ut cuiusque populi cives eo certamine vicissent, is alteri populo cum bona pace imperitarent. Foedera alia aliis legibus, ceterum eodem modo omnia fiunt. Tum ita factum accepimus, nec ullius vetustior foederis memoria est. Fetialis regem Tullium ita rogavit: "Iubesne me, rex, cum patre patrato populi Albani foedus ferire? Iubente rege, "Sagmina,inquit, te, rex, posco". Rex ait: "Puram tollito". Fetialis ex arce graminis herbam puram attulit. Postea regem ita rogavit: "Rex, facisne me tu regium nuntium populi Romani Quiritium , vasa comitesque meos?" Rex respondit: "Quod sine fraude mea populique Romani Quiritium fiat, facio." Fetialis erat M. Valerius; is patrem patratum Sp. Fusium fecit, verbena caput capillosque tangens. Pater patratus ad jus jurandum patrandum, id est, sanciendum fit foedus; multisque id verbis, quae longo effata carmine non operae est referre, peragit. Legibus deinde recitatis, "Audi,inquit, Juppiter; audi, pater patrate populi Albani; audi tu, populus Albanus. Ut illa palam prima postrema ex illis tabulis cerave recitata saunt sine dolo malo, utique ea hic hodie rectissime intellecta sunt, illis legibus populus Romanus prior non deficiet. Si prior defxit publicoi consilio dolo malo, tum illo die, Juppiter, populum Romanum sic ferito ut ego hunc porcum hic hodie feriam; tantoque magis ferito quanto magfis poptes polleque." Id ubi dixit porcum saxo silice percussit. Sua item carmina Albani suumque jus jurandum per suum dicatatorem suosque sacerdotes peregerunt. (Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 24)

Ut tamen, quoniam Numa in pace religiones instituisset, a se bellicae caerimoniae proderentur, nec gererentur solum sed etiam indicerentur bella aliquo ritu, jus ab antiqua gente Aequiculis quod nunc Fetiales habent descripsit, quo res repetuntur. Legatus ubi ad fines eorum venit unde res repetuntur, capite velato filo - (lanae velamen est )- "Audi Juppiter, inquit; Audite fines, -(cuiuscumque gentis sunt, nominat)- ; audiat fas. Ego sum publicus nuntius populi Romani; iuste pieque legatus venio, verbisque meis fides sit." Peragit inde postulata. Inde Jovem testem facit: "Si ego iniuste impieque illos homines illasque res dedier mihi exposco, tum patriae compotem me nunquanm siris esse." Haec, cum fines suprascandit, haec, quicunque ei primus vir obvius fuerit, haec portam ingrediens, haec forum ingressus, paucis verbis carminis concipiendique juris jurandi mutatis, peragit. Si non deduntur quos exposcit diebus tribus et triginta -(tot enim sollemnes sunt)- peractis bellum ita indicit: "audi, juppiter, et tu Jane Quirine, dique omnes caelestes, vosque terrestres vosque inferni, audite; ego vos testor populum illum -(quicunque est, nominat)- iniustum esse neque jus persolvere; sed de istis rebus in patria maiores natu consulemus, quo pacto jus nostrum adipiscamur." Tum is nuntius Romam ad consulendum redit. Confestim rex his ferme verbis patres consulebat: "Quarum rerum litium causarum condixit pater patratus populi Romani Quiritium patri patrato Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis, quas res nec dederunt nec fecerunt nec solverunt, quas res dari fieri solvi oportuit, dic, - inquit ei quem primum sententiam rogabat- quid censes?" Tum ille." Puro pioque duello quaerendas censeo, itaque consentio consciscoque." Inde ordine dato alii rogabantur; Quandoque pars maior eorum qui aderant in eandem sententiam ibat, bellum erat consensum. Fieri solitum ut Fetialis hastam ferratam aut sanguineam praeustam ad fines eorum ferret et non minus tribus puberibus praesentibus diceret: "Quod populi Priscorum Latinorum hominesqe Prisci Latini adversus populum Romanum Quiritium fecerunt deliquerunt, quod populus Romanus Quiritium bellum cum Priscis Latinis iussit esse senatusque populi Romani Quiritium censuit consensit conscivit ut bellum cum Priscis latinuis fieret, ob eam rem ego populusque Romanus populis Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis bellum indico facioque." Id, ubi dixisset, hastam in fines eorum emittebat: Hoc tum modo ab Latinis repetitae res ac bellum indictum, moremque eum posteri acceperunt. (T.Livio, ab Urbe Condita, I,32)

“Prima di combattere fu stipulato, con queste norme, fra Romani e Albani il patto in forza del quale i cittadini dell'uno o dell'altro popolo vittoriosi in quel duello avrebbero imposto in santa pace il proprio dominio sull'altro. I patti variano a seconda delle condizioni, ma tutti si svolgono allo stesso modo. Sappiamo che allora si verificò in questo modo, né si ha memoria di un patto più antico. Il Feziale così chiese al re Tullo (Ostilio): Vuoi tu, o re, ch'io concluda il patto con il padre patrato del popolo Albano? Avuto l'assenso del re, soggiunse: o re, ti chiedo l'erba sacra. Disse il re: prendila pura!. Il Feziale recò dalla rocca la pura verbena. Domandò quindi al re: o re, dichiari tu regio nunzio del popolo romano dei Quiriti me, coi miei arredi ed i miei assistenti? Rispose il re: Si, purché ciò avvenga senza danno per me e per il popolo romano dei Quiriti. Il Feziale era Marco Valerio; egli nominò padre patrato Spurio Fusio, toccandogli con la verbena il capo ed i capelli. Il padre patrato è fatto per rendere patrato il giuramento, vale a dire per sanzionare il patto, e lo compie con molte espressioni, che, pronunciate con un lungo canto, non val la pena di riferire. Data quindi lettura delle condizioni, soggiunse : Ascolta, o Giove; ascolta padre patrato del popolo albano, ascolta tu pure, popolo albano: come le formule sono state recitate senza inganno, davanti agli occhi di tutti, dalla prima all'ultima, e come qui, oggi, esse sono state chiaramente intese, così a dette condizioni il popolo romano non verrà mai meno per primo. Se per primo vi verrà meno per pubblica decisione con l'inganno, allora, o Giove, colpisci quel giorno il popolo romano così come io, oggi, colpirò questo porco. E tanto più colpiscilo, quanto più tu sei forte e potente. Appena ebbe detto ciò, colpì il porco con una selce. Allo stesso modo gli Albani pronunziarono le loro formule per mezzo del loro dittatore e dei loro sacerdoti”. (T.Livio, Ab Urbe Condita, 24)

(Anco Marcio), poiché Numa Pompilio aveva istituito in tempo di pace riti religiosi, volendo tuttavia promuovere da parte sua un cerimoniale militare, e che le guerre non soltanto si facessero, ma anche si dichiarassero secondo un determinato rito, fissò la procedura, tratta dagli Equicoli, e ancor oggi seguita dai Feziali, con la quale si chiedono riparazioni. Quando il messo giunge nel territorio del popolo al quale si chiedono riparazioni, col capo bendato, da una benda di lana, dice: Ascolta, o Giove; ascoltate divinità dei confini, nominando il popolo cui appartengono; ascolta la sacra giustizia. Io sono l'inviato del Romano; vengo ambasciatore secondo il diritto umano e divino, e si presti fede alle mie parole. Formula quindi le richieste. Poi chiama a testimonio Giove: Se io chiedo che mi vengano consegnate quelle persone e quelle cose contrariamente al diritto umano e divino, non permettere ch'io riveda più la mia patria. Questo egli ripete al momento di varcare il confine, questo alla prima persona che incontra, questo allorché entra in città, questo quando giunge nel foro, apportando poche modifiche alla formula del giuramento. Se non vengono soddisfatte le sue richieste, trascorsi 33 giorni, perché tanti ne fissa il cerimoniale, dichiara la guerra in questi termini: Ascolta, o Giove, e tu, Giano Quirino, e voi tutti dei del cielo, della terra e degli inferi, ascoltate: io vi chiamo a testimoni che questo popolo, e quì nomina il popolo, è ingiusto né rispetta il diritto; ma su ciò consulteremo in patria gli anziani, per saper in qual modo si possa far valere il nostro diritto. Quindi il messo ritorna a Roma per consultazioni. Il re presto consultava i senatori con queste parole: Di queste cose, di queste controversie, di queste questioni, di cui il padre patrato del popolo romano trattò col padre patrato dei Prisci Latini, di queste cose che essi né restituirono, né risarcirono, né riparano, Di queste cose che bisognava restituire, risarcire, riparare, dimmi (rivolgendosi a colui cui per primo chiedeva il parere): che ne pensi tu? E quello: Penso che si debba ottenerle con una guerra giusta e legittima e così delibero e decido. Quindi si interrogavano ad uno ad uno tutti gli altri e quando la maggior parte era dello stesso parere, la guerra era decisa. Era costume che il Feziale portasse un'asta ferrata o con la punta bruciacchiata e tinta di sangue al confine dei nemici, e alla presenza di non meno tre adulti, dicesse: Poiché il popolo dei Prisci Latini ed i singoli Prisci Latini hanno agito e mancato contro il popolo romano dei Quiriti; poiché il popolo romano dei Quiriti ha voluto che vi sia la guerra con i Prisci Latini, perciò io, col popolo romano, dichiaro e muovo guerra al popolo dei Prisci Latini ed ai singoli Prisci Latini.
Detto questo, scagliava l'asta nel loro territorio. In tal modo allora furono chieste riparazioni, e fu dichiarata la guerra ai Latini, e i posteri fecero proprio questo uso. (T.Livio, Ab Urbe Condita, 32)

7) - PLUTARCO - BIOI PARALLELOI - VITA DI NUMA

Pollaò de kai allaò Noma didaxantoò ierwsumaò, eti duoin mnhsqhsomai, thò te Saliwn, kai thò twn Fitaliwn, oi malista thn eusebeian tou androò emfainousin; oi men gar eirhnofilakeò tineò onteò, wò d'emoi dokei, kai tounoma labonteò apo thò praxewò, logw ta neikh katepanon, ouk ewnteò strateuein proteron, h pasan alpisa dikhò apokophnai; kai gar erhnhn Ellhneò kalousin, otan logw, mh bia, proò alllhloò crwmenoi, liswsi taò diaforaò. Oi de Rwmaiwn fitialeiò polllakiò men ebadizon wò touò adikonuntaò, autoi peiqonteò eugnwmonein; agnwmonountwn de, maruramenoi qeouò, kai kateuxamenoi polla kai deina kaqantwn autoi kai thò patrido, ei mh dikaiwò epexiasin, outo kathggellon autoiò ton polemoon; kwluontwn de toutwn, h mhsunainountwn, oute stratiwth qemiton, oute basilei Rwmaiwn opla kinein. Alla para toutwn edei thn arxhn tou polemou dexamenon, wò dikaian, ton arxonta, tote skopein peri tou sumferontoò. Legetai de kai to Keltikon ekeino paqoò th polei genesqai toutwn twn ierwn paranomhqenton. Etucon me gar oi Barbaroi Klousinouò poliorkounteò, epemfqe de presbeuthò Fabioò Amboustoò eiò to stratopedon, dialuseiò praxown uper twn poliorkoumenwn; labwn de apokriseiò ouk epieikeiò, kai peraò scein autw thn presbeian oiomenoò, eneanieusato uper twn Klousiwn opla labwn, prokalesasqai ton aristeuonta twn barbarwn. Ta men oun thò machò eutuceito, kai katalabwn eskuleuse ton andra; gnwrisanteò oi Keltoi, pempousin eiò Rwmhn khruka, tou Fabiou kathgorounteò wò ekspondon kai aspeison kai akataggelton exenhnocotoò proò autouò polemon.Entauqa thn men sughlhton oi Fitialeiò epeidon ekdidonaò ton andra toiò Keltoiò, katafuwn d'ekeinoò eiò touò pollouò, kai tw dhmw spoudazonti crhsamenoò, diekrousatoò thn dikhn. Met'oligon d'epelqonteò oi Keltoi thn Rwmhn plhn tou Kapitoliou dietorqesa; alla tauta men en toiò peri Kamillou mallon akribetai. (Plutarco, le vite parallele, la vita di Numa, 12)

“Numa istituì molti altri ordini sacerdotali. Due ancora ne ricorderò: quello dei Salii e quello dei Feziali, i quali dimostrano grandemente la religiosità dell'uomo. I Feziali, a mio avviso, erano assimilabili a veri e propri custodi di pace. Il nome derivò dal ministero, che svolgevano: di calmare le sedizioni con il ragionamento e impedire che si muovesse guerra prima che fosse stata spenta ogni speranza di ottenere giustizia con mezzi pacifici. Infatti i Greci usano la parola "eirene" (pace), quando le parti risolvono una contesa attraverso la discussione e non con la violenza. I Feziali spesso si recarono di persona presso i popoli che commettevano qualche torto nei confronti dei Romani, per convincerli a riparare l'offesa. Se si rifiutavano, chiamavano a testimoni gli dei, invocavano numerose e atroci maledizioni su di sé e la propria patria se stavano muovendo accuse ingiuste, e dichiaravano loro guerra seduta stante. Se invece i feziali si opponevano alla guerra o non davano il proprio consenso, nessuno a Roma, dal soldato al re, poteva prendere le armi. L'autorità doveva prima ricevere da essi l'autorizzazione a muovere guerra, perché era giusta, e poi tener presente il modo migliore di condurla. La spaventosa catastrofe della città ad opera dei Celti si dice sia avvenuta perché questi riti furono violati. I barbari, infatti, stavano assediando Chiusi e da Roma fu mandato ambasciatore Fabio Ambusto per chiedere a nome degli assediati la cessazione delle operazioni. Avendo ricevuto un netto rifiuto, egli ritenne conclusa la sua missione e con leggerezza giovanile prese le armi in favore dei Chiusini, sfidando a duello il più prode dei barbari. Il combattimento ebbe esito felice: Fabio abbatté e spogliò l'avversario. Ma i Celti, appena riconobbero in lui l'ambasciatore, mandarono a Roma un araldo a denunciarlo perché aveva violato il diritto, rotta la parola data e aperte le ostilità contro di loro senza preavviso. A Roma i Feziali cercarono di persuadere il senato a consegnare Fabio nelle mani dei Celti, ma egli ricorse al popolo, che gli era favorevole, e col suo appoggio sfuggì alla punizione. Ma poco dopo i Celti, entrati in Roma, la radevano al suolo da cima a fondo, tranne il Campidoglio. Questi fatti sono esposti con maggior precisione nella vita di Camillo”. (Plutarco, La vita di Numa, 12)


3) - EQUI O EQUICOLI? -
Denominazioni ricorrenti

Indice dei documenti

8) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XI.
9) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XII.
10 -11) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII.
12 – 13 – 14 - 15) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica,XIV.
16) Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XX.
17 – 18 - 19) Strabone, Geografia, V.
20) Plutarco, Vite Parallele, G. M.Coriolano.
21 – 22 - 23) Plutarco, Vite Parallele, Furio Camillo.
24) Dionigi D’Alicarnasso, Romanrum Antiquitatum, II.
25) Dionigi D’Alicarnasso, Romanarum Antiquitates, VI.
26) Virgilio, Eneide, VII.
27) Cicerone, De Officiis, I.
28) Silio Italico, Punicorum VIII.
29) Ovidio, Fastorum,III. 30) Ovidio, Fastorum, VI.

Brevi cenni

Che con il nome di Equi o Equicoli si indichi una stessa popolazione non dovrebbero sorgere dubbi dall’esame delle fonti greche e latine. In Diodoro, il più antico degli autori esaminati, come potrà osservarsi dalle schede, il termine Equo è tradotto con: AIKOS, AIKLOS, AIKANOS, AIKOLANOS, AIKOSOS, AITOLOS ETOLI), ed Equicolo con AIKIKLOS.. Nel caso del termine AIKIKLOS (Equicolo), questo non è mai usato da eriale65 o da Plutarco, mentre si ritrova AIKIKLOS anche in Dionigi d’Alicarnasso per indicare sempre gli Equicoli.
Diodoro ricorda il termine equicolo, solo per osservare che al suo tempo gli Equi erano ormai chiamati Equicoli, una osservazione che taglia la testa al toro di qualsiasi discussione circa una dualità della popolazione. In eriale gli Equi sono solo e sempre AIKOI in Dionigi D’Alicarnasso e in Plutarco sempre AIKANOI.
Nei storici latini, anche quelli che occasionalmente ne parlano, gli Equi sono solo e sempre Equi, anche se Livio, quando ricorda il diritto feziale istituito dagli Equi e fatto proprio dai Romani, usa il termine equicolo, come Dionigi D’Alicarnasso, per cui può legittimamente pensarsi che l’uso di tale termine è strettamente connesso con l’espressione REX AEQUEICOLUS contenuta nel cippo marmoreo del Palatino, a cui i due storici si sono probabilmente rifatti. Nei poeti latini il termine Equo è soppiantato da Equicolo, e non solo per quanto scrive Diodoro sull’uso corrente al suo tempo del termine equicolo, ma per le esigenze della metrica latina alla quale si confaceva molto di più aequicolus (comprensivo di dattilo), che non aequus. Aequicolus peraltro deve ritenersi l’aggettivo del termine Aequus, come si evince dal testo (rex aequeicolus)del cippo conservato al museo del palatino. Gli usi poetici del termine aequicolus da parte di Ovidio e Virgilio, sembrano confermare tale ipotesi. La successiva trasformazione del termine da aggettivo a sostantivo non è né nuova, né l’ultima.


8) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XI anno 477 a.c.

Ama de toutoiò prattomenoiò, Rwmaioi proò Aikolanouò cai touò to Tousklon catoikoqentaò anhsthsanto polemon kai proò men Aikolanoiò mach sunayanteò enikesan, kai pollouò twn polemiwn eilon; meta de tauta to Tusclon exepoliorkhsan, kai thn twn Aikolanvn polin eceirwsanto (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XI, 40,5)

“Mentre accadevano questi fatti, i Romani mossero guerra contro gli Equi e gli abitanti di Tuscolo, e vinsero contro gli Equi, che avevano attaccato battaglia e uccisero molti nemici. Dopo questi avvenimenti presero Tuscolo per assedio ed occuparono la città degli Equi”.


9) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XII anno 424 a.c.

Artaxerxhò d'o tvn Persvn basileuò eteleuthsan, arxas hth tessarakonta; thn d'archn diadexamenoò Xerxhò ebasileusen aniauton. Kata d'e thn Italian Aiklvn apostantv apo Rwmaivn, kata ton polemon autokratora men Aulion Postoumion, ipparcon de Laeukion Ioulon epoihsan. Outoi de meta pollhò dunameoò axiologou stratesanteò eis tvn ajesthkotvn thn cwran , to men prvton taò kthseiò eporqhsan, meta de tauta Aiklwn antitacqentwn, egeneto mach, kaq'hn enikhsan oi Rwmaioi kai pollouò men tvn polemivn aneilon, ouk oligouò de ezwgrhsan , lajurwn de pollvn ekurieusan . Meta de thn machn, oi men ajesthkoteò, dia thn httan katapeplhgmenoi, tois Rwmaioiò upetaghsan. (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XII, 64,1-2)

“Artaserse, re dei Persiani, morì dopo quaranta anni di regno; Serse, che gli successe nel regno, regnò un anno. In Italia gli equi si ribellarono ai Romani e durante la guerra Aulo Pastumio fu nominato dittatore e Lucio Giulio comandante della cavalleria. I Romani con ingenti forze fecero una spedizione contro il territorio dei ribelli; in un primo momento saccheggiarono i loro beni, poi, quando gli Equi li affrontarono, si accese una battaglia che vide vincitori i Romani, i quali uccisero molti nemici, ne fecero prigionieri un buon numero e si impadronirono di ingente bottino. Dopo la battaglia i ribelli, in preda allo sgomento per la sconfitta subita, si sottomisero ai Romani”.


10) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XIII anno 414 a.c.

Kata de thn Italian Rwmaioi proò Aikouò polemon econteò, Labicouò exepoliorkhsan. (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XIII, 6,8)

“In Italia Romani essendo venuti in guerra con gli Equi, avevano preso con l'assedio Labico”.


11) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XIII anno 410 a.c.

Rwmaioi de proò Aikouò diapolemountes enebalon autvn eis thn coran meta pollhò dunamewò peristratopedeusanteò de polin Bwlaò onomazomenhn, expoliorkesan: (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XIII, 42,6)

“I Romani intanto per porre fine alla guerra contro gli Equi invasero il loro territorio con ingenti forze e, assediata la città di Bola, la espugnarono”.


12) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XIV anno 391 a.c.

Kata de thn Italian, Rwmaioi proò Faliskous eirhnhn poihsamenoi, pros de Aitwlouò polemon to tetarton, kai Soutrion men wrmhsan, ek de Ouerrhginoò polewò upo tvn polemivn exeblhqhsan (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XIV, 98)

“In Italia i Romani, dopo aver fatta la pace con i Falisci e portata la guerra per la quarta volta agli Equi (lett. Etoli), da una parte inviarono una colonia a Sutri, e dall'altra furono scacciati dai nemici dalla città di Verrugine”.


13) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XIV anno 390 a.c.

Toutwn de pracqentwn, Rwmaioi thn tvn Ouexiwn cwran kateclhroucesan, kat andra dontes pleqra tettara, wò de tineò, eikosioktw, kai pros men Aikousouò diapolemountes Liflon kata kratoò eilon. Ouelitiwn d'apostantwn polemon proò autouò enesthsanto. Apesth de kai Satrikon apo Rwmaiwn, kai eis Kerkiouò apoikian apesteilan. (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XIV, 102)

“Dopo questi eventi, i Romani divisero in lotti il territorio dei Veienti e diedero quattro pletri di terra per ciascuno. In guerra con gli Equi, conquistarono di forza la città di Liflo. Essendosi ribellati gli abitanti di Velletri, iniziarono una guerra contro di loro; anche Satrico fu divisa dai Romani, e inviarono una colonia presso i Cerci”.


14) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XIV anno 387 a.c.

Rwmaioi Lifoikouan polin ek tou Aikvn eqnouò elontes, kata taò (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XIV, 106)

“I Romani sottrassero al popolo degli Equi la città di Lifecua e celebrarono grandi giochi in onore di Zeus, secondo il voto dei consoli”.


15) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XV

Meta de thn machn akousaò o autokratwr porqesqai Bwlaò polin upo Aiklwn, tvn nun Aikiklwn kaloumenwn, agagvn thn dunamin, touò pleistouò tvn poliorkountwn aneilen. (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XV, 117)

“Dopo la battaglia il dittatore sentendo che Bola era assediata dagli Equi, ora chiamati equicoli, condusse l'esercito lì e uccise la maggior parte degli assedianti”.


16) - DIODORO SICULO - BIBLIOTECA HISTORICA - LIBRO XX anno 304 a.c.

Rwmaioi men kai Samnitai diatresbeusamenoi proò allhlouò eirhnhn suneqento, polhsanteò eth eikosi duo, kai mhnaò ex twn d'upatwn Poplioò Sempronioò meta dunamewò embalwn eis th twn Aiklwn coran eceirwsato tessarakonta poleiò en hmeraiò taiò pasaiò penthkonta anagkasaò de pan to eqnoò upotattesqai Rwmaioiò epanhlqe, kai qriabon kathgaen emainoumenon; o de dhmos o Rwmaiwn proò te Marsouò kai Pallenouò, eti de Marukinouò summacian epoihsato. (Diodoro Siculo, biblioteca storica, XX, 101)

“I Romani ed i Sanniti, scambiatesi ambascerie tra di loro, raggiunsero la pace, dopo una guerra durata ventidue anni e sei mesi. Uno dei consoli, Publio Sempronio, invase in armi il territorio degli Equi e sottomise quaranta città impiegando cinquanta giorni; dopo aver costretto l'intera popolazione ad assoggettarsi a Roma, fece ritorno e celebrò il trionfo con pubblico elogio. Il popolo romano strinse alleanza con i Marsi, Peligni e Marrucini”.


17) - STRABONE - GEWGRAFIKA - LIBRO V

Exhò d'h Latinh keitai, en h kai tvn Rwmaiwn poliò, pollaò suneilhfuia kai thò mh Latinhò proteron. Aikoi gar kai Ouolskoi kai Ernikoi aborigineò te oi peri authn thn rwmhn kai Routouloi oi thn arcaian Ardean econteò kai alla susthmata meizw kai elattw ta perioikounta touò tote Rwmaiouò uphrxan hnika prwton ektsto h poliò. (Strabone, geografia, V, 3, 2)

“Dopo (la Sabina) è situato il Lazio, in cui c'è anche la città di Roma, che per la prima volta comprende anche molte città, che mai erano state latine. Gli Equi infatti, i Volsci e gli Ernici erano gli aborigeni intorno a Roma; e preesistevano anche i Rutuli, che occupavano l'antica Ardea, ma anche altre comunità più o meno grandi, che vivevano vicino ai Romani”.


18) - STRABONE - GEWGRAFIKA - LIBRO V

Oi d'oun Latinoi kat'arcaò men hsan oligoi, kai oi pleiouò ou proseicon Rwmaioiò: usteron de kataplagenteò thn arethn tou te Rwmulou kai tvn met'eikon basilewn, uphkooi pantes uphrxan. Kataluqentwn de tvn te Aikwn kai Ouolskwn, kai Ernikwn, eti de proteron Routoulwn tre kai Aboriginwn, h toutwn cora Latinh proshgoreueti pasa. (Strabone, geografia, V, 3, 4)

“All'inizio dunque i Latini erano pochi, e i più non prestavano attenzione ai Romani. In seguito, vinti dal valore di Romolo e dei re successivi, tutti diventarono loro sottomessi. Vinti gli Equi. i Volsci, gli Ernici, e prima ancora i Rutuli e gli aborigeni, tutta il territorio di costoro fu chiamato latino”.


19) - STRABONE - GEWGRAFIKA - LIBRO V

Pleistai d'eisin kai toutwn kai tvn en th Latinh kai tvn epekeina en th Ernikwn te kai Aikwn kai Ouolskwn idrumenai, Rwmaiwn d'eisi ktismata. (Strabone, geografia, V, 3, 10)

“La maggior parte di queste città sia quelle che sono nel Lazio e quelle che uno volta erano degli Ernici, degli Equi e dei Volsci, sono opera dei Romani”.


20) - PLUTARCO - OI BIOI PARALLELOI - GAIOS MARKIOS

Ton de Markion euquò epoqei ta Ouolskwn pragmata. Prwton men gar stasiasanteò proò Aicanouò summacouò kai filouò ontaò uper hgemoniaò, acri traumatwn kai fonwn prohlqon; epeita mach crathqenteò upo Rwmaiwn... (Plutarco, vite parallele, Gaio Marco Coriolano, 39,12)

“Ma ben presto i Volsci rimpiansero Marcio (Coriolano). Per prima con gli Equi, che erano alleati ed amici, per motivi di egemonia, vennero in discordia, dopo essere giunti fino allo spargimento di sangue e perdite gravi; in seguito furono vinti da Romani in battaglia”.


21) - PLUTARCO - OI BIOI PARALLELOI - KAMILLOS

Oupw de tote peri ton Fourion oikon oushò megalhò epifaneiaò, autoò af'eautou prwtoò eiò doxan prhlqen, en th megalh mach proò Aikanouò kai Ouolouskon upo duktatori Postoumiw Toubertw strateuomenoò. (Plutarco, vite parallele, Camillo, 2)

“A quei tempi la famiglia dei Furii non era ancora molto illustre, ma per primo Camillo da sé giunse alla notorietà nella grande battaglia contro glòi Equi ed i Volsci, combattendo sotto il dittatore Postumio Tuberto”.


22) - PLUTARCO - OI BIOI PARALLELOI - KAMILLOS

Oupw de thò peri tauta pepaumenoiò ascoliaò autoiò epipiptei polemoò, Aikanwn men ama kai Oulouskwn kai Latinwn eiò thn Coran embalontwn, Turrhnvn de poliorkountwn Soutrion, summacida Rwmaiwn polin. (Plutarco, vite parallele, Camillo, 33)

“Non erano ancora ultimate queste opere, allorché una guerra si abbatté su di loro dal momento che Equi Volsci e Latini invadono il loro territorio, mentre i Tirreni assediano Sutri, città alleata del Romani”.


23) - PLUTARCO - OI BIOI PARALLELOI - KAMILLOS

Genomewn de toutwn, apolipwn epi stratopedou ton uion Leukion fulaka tvn hlwkotwn anqrwpwn kai crhmatwn, autoò eiò thn polemiwn enebale, kai thn Aikanvn polin elwn kai prosagagomenoò touò Ouolouskouò euquò hge thn stratian poò to Soutrion, oupw ta sunbebhkota toiò Soutroinoiò pepusmenoò, all'wò eti kindouneusi kai poliorkoumenoiò upo tvn Turrhnvn bohqesai speudw (Plutarco, vite parallele, Camillo, 35)

“Dopo questi avvenimenti, avendo lasciato a capo dell'accampamento il figlio Lucio, a custodia dei prigionieri e del bottino, egli stesso mosse contro i nemici, e dopo aver distrutta la città degli Equi e portati ad un accordo i Volsci, subito condusse l'esercito verso Sutri, ignaro di quando fosse occorso ai Sutrini, ma si affrettava a portare loro aiuto come se fossero ancora in pericolo essendo assediati dai Tirreni”.


24) -DIONIGI D'ALICARNASSO-THS RWMAIKHS ARCAIOLOGIAS-ROMANARUM ANTIQUITATUM

H…d'ebdomh moira thò ieraò nomoqesiaò tv susthmati proseteqh tvn kaloumenvn Fhtialiwn; outoi d'an eisan kata thn Ellhnikhn kaloumenoi dialekton eirhnodikai. Eisi d'ek tvn aristvn oikwn andreò epilektoi, dia pantoò ierwmenoi tou biou, Noma tou basilewò prwtou kai touto Rwmaioiò to ieron arceion katasthsamenou. Ei mentoi para tvn kaloumenvn Aikiklvn to pradeigm'elaben, wosper oiontai tineò, h para thò Ardeatvn polewò, wò grafei Gellioò, ouk ecw legein.

Septima vero pars sacrarum legum collegio Fetialium qui vocantur attributa erat. Hi autem greco sermone eirhnodikai appellari possunt. Sunt autem viri ex nobilissimisi familiis delecti et per totam vitam sacerdotium exercentes; quod collegium rex Numa primus Romae constituit. Utrum autem ab Aequicolis qui vocantur exemplum sumpserit, ut nonnulli arbitrantur, an Ardeatibus, ut scribit Gellius, affirmare non possum.

“La settima parte delle leggi sacre è dedicata poi al collegio di quelli che si chiamano Feziali. Questi potrebbero indicarsi in lingua greca giudici di pace. Sono persone scelte fra le migliori famiglie e sono consacrati per tutta la vita: il re Numa per primo costituì questo sacro collegio. Se veramente li istituì ad imitazione di quelli che sono chiamati Equicoli, come alcuni ritengono, o, come scrive Gellio, dalla città degli Ardeati, non so dirlo”.


25) -DIONIGI D'ALICARNASSO-THS RWMAIKHS ARCAIOLOGIAS-ROMANARUM ANTIQUITATES

LIBRO VI
Epi toutwn Sabinoi palin epi Rwmaiouò stratian exagein meizonta pareskeuazonto; kai Medullinoi Rwmaiwn apostanteò proò to Sabinwn eqnoò orkouò epoihsanto peri summaciaò. Punqanomenoi de thn dianoian autvn oi patrikioi pareskeuazonto diatacewn exienai panstratia; to de dhmotikon ouc phkouen autoiò, all'emnhsikakoun thò yeusqeishò autoiò pollakiò uposcesewò peri tvn epikouriaò deomenwn aporwn. antiepagontwn tvn up'ekeinouò yhfizomenwn. Katoligouò de sullegomenoi orkoiò allhlouò katelambanon uper tou mhketi suneisqai toiò patrikoiò polemou mhdenoò, kai ekastw tvn aporwn katiscuomenw coinh kai proò touò entugcanontaò bohqhsein. Kai egineto pollakh men kai allh to sunwmuton en ayimaciaiò logwwn te kkai ergwn emfaneò, malista d'edhlwse toiò upatoiò, epeidh ou proshesan oi kaloumenoi proò thn stratologian. Sunarpasai gar tina tvn ec tou dhmou keleusantwn, oi penhteò aqrooi sustrafenteò ton te feromenon afhrounto, kai touò uphretaò tvn upatwn ou meqiemenouò aotou paionteò aphlaunon, kai oute ippewn oute patrikiwn, osoi paronteò ta ginomena kwluein hxioun, apeiconto mh ou paiein; kai di'oligou pasa h poliò hn akosmiaò plhrhò kai qorubou.Ama de th statei th kata thn polin auxomenh, kai ta tvn polemiwn proò kataskeuhn paraskeuazomena, meizo thn epidosin elambanen, Ouolouskwn palin apostasin bouleusamenwn kai tvn kaloumenwn Aikanvn, ... presbeia te apo pantwn tvn Rwmaioiò uphkown parhn axiountwn sfisi summacein en tribw tou polemou keimenoiò. Latinoi men gar efaskon Aikanouò embalontaò eiò thn cwran autvn lehlatein touò agrouò autvn, kai poleiò tinaò hdh dihrpakenai;oi de en Kroustomereia frouroi plhsion einai Sabinouò apofainonteò kai pollh crwmenoò proqumia to frourion polemein; alloi de ti allo kalon apaggellonteò gegonoh genhsomenon, kai bohqeian diatacewn aithsomenoi. Paregenonto de epi to sunedrion kai para ouolouskwn presbeiò, axiounteò apolabein hn afhreqhsan up'autvn cwran prin arxasqai polemou. (Dionigi d'Alicarnasso, Romanarum Antiquitatum, VI, 34)

“In seguito i Sabini nuovamente si prepararono a condurre contro il popolo romano un esercito maggiore: anche i Medullini, abbandonati i Romani, fecero giuramento di alleanza con la popolazione dei Sabini. I Patrizi però, conosciuto il loro disegno, si prepararono ad andargli incontro con tutto l'esercito: la plebe veramente non li ascoltava per nulla, ma ricordava la promessa di aiutare i poveri indigenti, tante volte non mantenuta, perché annullavano essi stessi le decisioni precedentemente votate. E così riunitisi in piccoli gruppi, con giuramento tra loro decisero di non aiutare mai più i Patrizi in alcuna guerra, e tutti insieme di portare aiuto a chicchessia dei poveri per qualsiasi violenza. Nelle contese verbali e nelle risse si manifestò insieme a molte altre cose una cospirazione, soprattutto i consoli se ne resero conto, perché coloro che erano chiamati alla leva non si presentavano. Allorché poi si ordinò di arrestare alcuni della plebe, i poveri riuniti e affollatisi intorno strappavano colui che era in arresto, e i rappresentanti dei consoli, che non volevano liberarlo, venivano scacciati, e si avventavano contro gli stessi cavalieri e patrizi, che erano presenti per impedire che ciò accadesse. In breve tempo la città ribollì di disordini e di tumulto. E mentre la sedizione cresceva nella città, fuori si ingigantì la guerra, che i nemici già prima avevano approntato, dal momento che i Volsci e quelli che venivano chiamati Equi pensavano nuovamente a sollevarsi, mentre giungevano messi per chiedere di essere aiutati da tutti gli alleati dei Romani, che si trovavano nel tratto della guerra. I Latini, infatti, dicevano che gli Equi dopo aver invaso i loro campi li devastavano, e che alcune città erano già state saccheggiate. Coloro che erano a presidio di Crustumerio facevano presente che i Sabini erano vicini, e che assalivano anche i presidi usando molto impegno; altri annunziavano un'altra disgrazia già verificatasi o in corso, chiedendo di essere aiutati al più presto. Vennero in senato anche i messaggeri dei Volsci, perché fosse restituito il territorio sottratto, prima di avviare una guerra”.


26) - VIRGILIO - ENEIDE - LIBRO VII

Mos erat Hesperio in Latio, quem protinus urbes
Albanae coluere sacrum, nunc maxima rerum
Roma colit, cum prima movent in proelia Martem,
sive Getis inferre manu lacrimabile bellum
Hircanisque Arabisve parant seu tendere ad Indos
Auroramque sequi Parthosque reposcere signa.
Sunt geminae Belli portae (sic nomine dicunt)
religione sacrae et saevi formidine Martis;....
Has, ubi certa sedet patribus sententia pugnae,
ipse Quirinali trabea cintuque Gabino
insignis reserat stridentia limina consul,
ipse vocat pugnas...
Pandite nunc Helicona, deae, cantusque movete,
qui bello exciti reges, quae quemque secutae
complerint campos acies, quibus Itala jam tum
floruerit terra alma viris, quibus arserit armis...
Nec Praenestinae fundator defuit urbis,
Volcano genitum pecora inter agrestia regem
invìentumoue foocis amnis, quem credidit aetas,
Caeculus.Hunc legio late comitatur agrestis:
quique alltum Preaneste viri quique arva Gabinae
Iunonis gelidumque Anienem et roscida rivis
Hernica saxa colunt, quos dives Anagnia pascit,
quos, Amasene pater.....
Et te montosae misere in proelia Nersae,
Ufens, insignem fama et felicibus armis;
horrida praecipue cui gens adsuetaque multo
venatu nemorum, duris aequicola glaebis.
Armati terram exercent semperque recentis
convectare juvat praedas et vivere rapto.

Nell'antico Lazio c'era l'usanza, che da principio le città albane rispettarono come sacra, e che ora Roma rispetta come il rito più divino, allorché si prepara la guerra, sia quando si prepara con una armata a condurre una guerra funesta contro i Geti, gli Ircani o gli Arabi, sia quando si prepara a marciare alla volta degli Indi e inseguire l'Aurora, e di riprendere le insegne ai Parti. Sono due le porte gemelle della Guerra ( così le chiamano per nome), sacre per devozione e timore del feroce Marte. Le chiudono cento sbarre di bronzo e imposte eterne di ferro, né il custode Giano si allontana dalla soglia. Il console in persona, quando per i Padri è certo il decreto di guerra, splendido per il regale mantello bianco a strisce di porpora e per il cinto gabino, le apre stridenti sulla soglia e indice egli stesso le battaglie...

“Aprite ora l'Elicona, o Muse, e muovete il vostro canto dicendo quali re chiamati alla guerra; quali schiere, al seguito di ciascun re, riempiano gli accampamenti; per quali eroi la terra italica fiorì divina e per quali armi bruciò... Né mancò il fondatore della città di Preneste, Ceculo, un re generato da Volcano tra il bestiame agreste, e trovato sui fuochi, come ogni età crede. Lo accompagna a larga schiera una legione di agricoltori: uomini che abitano, l'alta Preneste, quelli che abitano i campi di Gabi dedicata a Giunone, il gelido Aniene, e coloro che abitano le rocce erniche grondanti di acque, coloro che la ricca Anagni alimenta e quelli che tu alimenti, o Padre Amaseno... La montuosa Nerse mandava alla guerra anche te, o Ufente, insigne per fama, e fortunato in armi, al quale è soggetto il popolo equicolo, soprattutto rude e abituato alla caccia prolungata dei boschi e alle dure zolle. Arano armati la terra, e sempre si giovano di accaparrare prede recenti e vivere di saccheggi”


27) - CICERONE - DE OFFICIIS - LIBRO I

Qua re suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur, parta autem victoria conservandi ii, qui non crudeles in bello, non immanes fuerunt, ut maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam acceperunt, at Karthaginem et Numantiam funditus sustulerunt. (Cicerone, de Officiis, I,11, 35)

“Per questo motivo in verità occorre intraprendere delle guerre, per garantirsi di vivere in pace senza ingiuria, ma dopo la vittoria bisogna salvare coloro che non furono crudeli o inumani in guerra, allo stesso modo in cui i nostri antenati diedero la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, Volsci, Sabini, Ernici, ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia.”


28) - SILIO ITALICO - PUNICORUM - LIBRO VIII

Faunigenae socio bella invasere Sicano                                  356
sacra manus Rutuli, qui servant Daunia regna
Laurentique domo gaudent et fonte Numici;
quos Castrum Phrygibusque gravis quomdam Ardea misit,
quos celso devexa iugo Iunonia sedes,
Launuvuium atque altrix casti Collatia Bruti;
quique immite nemus triviae, quique ostia Tusci
amnis amant tepidoque fovent almone Cybelen.
Hinc Tibur, Catille, tuum sacrisque dicatum
Fortunae Praeneste iugis Antemnaque, prisco
Crustumio prior, atque habiles ad aratra Labici;
necnon sceptriferi qui potant Thybridis undam,
quique Anienis habent ripas gelidoque rigantur
Simbruvio rastrisque domant Aequicola rura.
Hic Scaurus monitor, tenero tunc Scaurus in aevo
Sed jam signa dabat nascens in saecula virtus.                      371

“E coloro che occupano le rive dell'Aniene e sono bagnati dal gelido Simbrivio e domano con gli aratri la campagne equicole”.


29) - OVIDIO - FASTORUM - LIBRO III

Mars Latio venerandus erat, quia praesidet armis:                  85
Arma frae genti remque decusque dabant.
Quod si forte vacas, peregrinos inspice fastos.
Mensis in his etiam nomine Martis erit.
Tertius Albanis, quintus fuit ille Faliscis,
sextus apud populos, Hernica terra, tuos;
Inter aricinos Albanaque tempora constat
factaque Telegoni moenia celsa manu;
quintum Laurentes, bis quintum aequicolus acer,
a tribus hunc primum turba Curensis habet;
et tibi cun proavis, miles Paeligne, Sabinis
convenit, huic ggenti quartus utrique deus.                            96

“Marte, poichè presiede alle armi, doveva venerarsi nel Lazio:
Le armi davano a questa gente fiera potenza ed onore.
Era il terzo mese per gli Albani, il quinto per i Falisci,
il sesto presso le tue popolazioni, o Ernica Terra;
cade lo stesso mese fra gli Aricini e gli Albani
e l'alta città costruita per mano di Telegono;
I Laurenti lo hanno come quinto mese e decimo l'Equicolo selvaggio,
la popolazione di Curi lo ha invece per quarto;
E tu soldato Peligno, lo festeggi con i proavi
Sabini: per ambedue è quarto il mese di Marte.”


30) - OVIDIO - FASTORUM - LIBRO VI

Continua Delphin nocte videndus erit.                                  720
Scilicet hic olim Volscos Aequosque fugatos
viderat in campis, Algida terra, tuis;
unde suburbano clarus, Tuberte, triumphoo
vectus es in niveis postmodo victor equis.                             724

“La notte successiva sarà visibile la costellazione del Delfino.
Certamente il delfino un tempo vide i Volsci e gli Equi
in fuga nei tuoi campi o terra dell'Algido;
da dove, o Tuberto, illustre per il trionfo suburbano
più tardi fosti vincitore trasportato su bianchi cavalli.”






Raccolta n. 2 - La storia di San Benedetto


PREMESSA

San Gregorio Magno, pontefice romano dal 03/09/590 al 12/03/604, uno dei papi più colti ed umani della chiesa cattolica, è stato il primo e il più importante agiografo di san Benedetto da Norcia. Tutto quel che sappiamo della vita dell’uomo di Norcia è legato a quanto è stato scritto da san Gregorio. Il pontefice era un ammiratore della vita cenobitica, proposta da san Benedetto, ma soprattutto si interessò a lui ed alla sua vita straordinaria per proporla quale esempio di vita cristiana ai longobardi, con lo scopo di convertirli al cristianesimo, come era nelle intenzioni della regina Teodolinda. Ad essi, infatti, indirizzò il suo volume “I Dialoghi”, dove, nel libro II, racconta la vita di san Benedetto. Va subito chiarito che la vicenda umana del santo, per gli obiettivi che il pontefice si era proposto, risulta talvolta vaga, pur potendo l’autore offrire dettagli precisi, che avrebbero chiarito tante circostanze della sua vita, che risultano ancora oggi ignote. E ciò era legato al fatto che la vicenda umana di san Benedetto nella valle sublacense ebbe a scontrarsi con l’autorità vescovile della diocesi Trebana. San Gregorio, infatti, ha del tutto nascosto che san Benedetto operò nel territorio della diocesi di Treba, oggi Trevi.

Roma ai tempi di San Benedetto

Per comprendere la storia ed alcune scelte fondamentali di vita di san Benedetto, quali l’abbandono degli studi in Roma, la costruzione di 12 monasteri, l’istituzione della regola benedettina e la successiva fuga a Cassino, si rende necessario premettere una breve sinossi storica del periodo, che il santo si trovò a vivere, prima di scegliere la vita eremitica, che praticò nel sito più interno di una località, indicata, ai tempi di san Gregorio, con il toponimo “Sublacus”. Un breve periodo di vita, -(il più oscuro per noi)-, Benedetto lo passò tra Norcia, dove nacque, e Roma, dove si recò per studiare. L’Urbe non era, all’epoca, la residenza imperiale, ma per la sua bellezza urbana, per le sue ricchezze e per essere la residenza del senato, era sempre il centro dell’impero Romano d’occidente, anche se in totale dissolvimento militare.
Per avere una idea della bellezza di Roma all’epoca di san Benedetto, è utile trascrivere un brano di Ammiano Marcellino, storico vissuto nel quarto secolo dopo Cristo, che è indicativo circa lo splendore e la magnificenza di Roma. Lo storico antiocheno, tratta questo argomento in occasione della visita a Roma, che l’imperatore Costanzo, accompagnato dal principe arabo Ormisda, rese nella primavera del 357 dopo Cristo. La visita venne compiuta un secolo prima della presenza di san Benedetto a Roma, ma certamente la città non era molto diversa da quella che il santo personalmente conobbe ed abitò, anche se nel 410 entrò ed occupò la città il germano Alarico con il suo esercito di Visigoti, che però rimase in città solo tre giorni, dopo aver bruciato qualche edificio e rastrellato un adeguato bottino. Questo il racconto di Ammiano: “Entrò dunque l’imperatore in Roma, santuario dell’impero e di ogni fascino. E come giunse ai Rostri, dimostrazione straordinaria dell’antica potenza, fu colto dallo stupore, dal momento che dovunque volgeva lo sguardo era abbagliato dalla consistenza di realtà sbalorditive. Parlò ai nobili nella Curia, al popolo dall’alto dei rostri. Fu ricevuto in Palatino nel generale compiacimento, vivendo una gioia desiderata da sempre. Sovrintendeva spesso ai ludi equestri e si deliziava ai motteggi della plebe, che non era insolente pur mantenendo lo spirito dell’antica licenza, ed egli stesso rispettosamente conservava la doverosa distanza.
Non impose, infatti, come soleva fare nelle altre città, la fine dei giochi secondo il suo volere, ma seguiva in ogni circostanza la consuetudine. Successivamente visitò i vari quartieri della città, posti tra le cime dei sette colli, nelle pendici o in pianura, ed anche i sobborghi: pensava di non vedere nulla di più bello dopo l’ultima cosa ammirata: il tempio di Giove Tarpeio eccelleva come la cose divine eccellono sulle umane. Le terme gli apparivano immense come intere province. Ammirava la mole dell’Anfiteatro resa poderosa per la connessione della pietra tiburtina, di cui l’occhio a fatica poteva raggiungere l’altezza. Il Panteon, che sembrava un rione circolare, ricoperto da una meravigliosa volta; colonne altissime, portanti le statue dei consoli e dei primi imperatori, di cui poteva raggiungersi la sommità; il tempio dell’Urbe ed il foro della Pace; il teatro di Pompeo; l’Odeon; lo stadio; ed altre meraviglie, fra i quali gli ornamenti della città eterna. E però quando giunse al foro di Traiano, costruzione unica sotto ogni cielo, degna, a nostro giudizio, anche dell’ammirazione degli dei, restò attonito rivolgendo l’attenzione al gigantesco complesso impossibile a descriversi e non ripetibili da mani mortali.
Rimossa dunque ogni speranza di tentare qualcosa di simile, diceva di volere e potere imitare il cavallo di Traiano, collocato al centro dell’atrio, con l’imperatore a cavallo. Ed il principe Ormisda, che gli stava dappresso, si rivolse a lui con piacevole arguzia, dicendo: Prima, se puoi, ordina, imperatore, di costruire una scuderia come questa, affinché il cavallo che vuoi fabbricare possa starvi bene come quello che abbiamo visto”. Ammiano, che descrive una città così straordinaria, ricorda, appena superficialmente le terme, tacendo degli acquedotti, che costituivano una meraviglia nella meraviglia. Ma il più grande esperto in materia di acquedotti dell’antica Roma, è arrivato a scrivere: avresti tu il coraggio di paragonare le Piramidi d’Egitto, così inutili, e i monumenti dei Greci celebri per fama ma altrettanto inservibili con tanti necessari complessi idrici? Roma, all’epoca, -(che aveva una cultura dell’acqua, tratta dagli Equi)-, era attraversata, con arcate decoratissime ed abbellite da un’arte costruttiva impareggiabile, da numerosi acquedotti. Il più grande di essi, L’Anio Novus, iniziato dall’imperatore Caligola ed ultimato da Claudio, aveva la originaria captazione nella località posta sotto il primo di tre laghi, fatti realizzare nell’alveo del fiume Aniene, da cui prese il toponimo sublacus, mentre il punto di distribuzione in città era posto negli orti Pallanziani, dove oggi è l’acquario di Roma, attuale Piazza Manfredo Fanti, che sarà indicato nel medio evo con il toponimo Caput Trivii. Frontino, funzionario imperiale vissuto a cavallo del 1/2 secolo dopo Cristo, che rivestì la carica di Curator aquarum sotto l’imperatore Nerva e Traiano, ha scritto un libro sugli acquedotti romani, giunto fino a noi, del quale riportiamo alcuni brani per avere una idea più vicina alla realtà della Roma che accolse san Benedetto, quando vi si portò per gli studi da intraprendere. “I Romani si accontentarono, (fino al 312 a.c.), per 441 anni dell’uso delle acque, che prendevano dal Tevere o da pozzi o da sorgenti. Il ricordo delle sorgenti ancora suscita venerazione e sono oggetto di culto. Si crede che esse rendessero la salute agli infermi corporali, come quella delle Camene, di Apollo e di Giuturna. Ora si riversano nella città l’acqua Appia, l’Anio Vetus, la Marcia, la Tepula, la Iulia, la Virgo, l’Alsietina che viene detta anche Augusta, la Claudia, l’Anio Novus. Trenta anni dopo l’avvio della guerra sannitica, fu portata a Roma, essendo consoli Valerio Massimo e Decio Mure, l’acqua Appia, da parte del censore Appio Claudio Crasso, che poi fu soprannominato Cieco, il quale portò a compimento anche la via Appia da Porta Capena a Capua. Ebbe come collega nella censura C. Plauzio, che per aver trovato le vene di questa acqua, fu detto Venoce. Costui, però abdicò dalla carica allo scadere dei 18 mesi, ingannato dal collega di fare altrettanto, e l’onore del nome dell’acqua toccò soltanto ad Appio, il quale, si dice che, con molte manovre dilatorie, protrasse la censura fino a che non portò a termine la via e l’acquedotto.
L’Appia viene captata nell’orto Lucullano, sulla via Prenestina tra il settimo e l’ottavo miglio, a sinistra in un sentiero di 780 passi. La lunghezza dell’acquedotto dalla captazione fino alle saline, che è un sito presso la Porta Trigemina, è di 11.190 passi. La condotta cammina sotto terra per 11.130 passi, si sviluppa in modo sopraelevato e ad archi per circa 60 passi vicino Porta Capena. Quaranta anni dopo l’adduzione dell’Appia, nel 481 a.u.c. – (272 a.c.) -, Marco Curio Dentato, che fu censore con Lucio Papirio Cursore, mandò in appalto, con il bottino di guerra, preso a Pirro, il progetto di addurre l’acqua dell’Aniene, che ora viene detto Vecchio, essendo consoli per la seconda volta Spurio Carvilio e Lucio Papirio. Due anni dopo si affrontò in senato la discussione sul completamento di questo acquedotto. Furono allora designati, per decisione senatoria, per l’adduzione dell’acqua, i duoviri Curio Dentato, che aveva appaltato l’opera, e Fulvio Flacco. Curio Morì nel giro di cinque giorni dalla elezione a duoviro: l’onore della adduzione spettò a Fulvio. L’Anio Vetus è captato 20 miglia prima di Tivoli al di là della porta Trebana, dove parte dell’acqua è stata concessa in uso del Tiburtini. Ha una lunghezza, per ragioni di dislivello, di 43 miglia. La condotta viaggia sotto terra per 42779 passi, mentre ha una struttura sopraelevata di 221 passi. 127 anni dopo e cioè nel 608 a.u.c., - (145 a.c.)-, sotto il consolato di Sulpicio Galba e L. Aurelio Cotta, essendo gli acquedotti dell’Appia e dell’Anio Vetus danneggiati dal tempo e intercettati con frode da privati, fu dato incarico dal senato a Marcio, che allora svolgeva le funzioni di Pretore urbano, di riparare gli acquedotti e di restituirli all’uso pubblico.
Dal momento che poi la crescita della città sembrava esigere una maggiore quantità di acqua, fu dato mandato allo stesso di addurre in città quant’altra acqua fosse possibile. Egli recuperò gli acquedotti e addusse un terzo acquedotto più abbondante di quelli, che prese il nome di Acqua Marcia dal costruttore. Si legge in Fenestella che per questi lavori furono assegnati a Marcio 180 milioni di sesterzi, che però non bastava la durate della pretura ad ultimarli fu prorogata la carica di un altro anno. All’epoca i decemviri, nel consultare per altri motivi i libri sibillini, trovarono che fosse proibito condurre l’Acqua Marcia in Campidoglio”.

L’amministrazione di Roma ai tempi di san Benedetto

La storia della città di Roma, che interessa la vita di san Benedetto, è quella compresa fra il 476 d.c. ed il 500 d.c., epoca in cui, secondo la tradizione, ma anche secondo logica, san Benedetto nacque a Norcia e si trasferì successivamente a Roma per ragioni di studio. La turbolenza, che animava la città di Roma, di questo periodo storico sono all’origine delle scelte di vita successivamente prese dal santo. Il 476 d.c. è indicato, per convenzione, ma anche perché il senato romano accettò, per l’amministrazione ed il governo dell’Italia, in luogo della figura dell’imperatore, il patricius o il re d’Italia, l’anno della fine dell’impero romano di occidente. Ad avviare la nuova era fu Odoacre.

La nascita di san Benedetto

San Benedetto è nato, come scrive Gregorio Magno, a Norcia. Il passo della vita del santo, nel secondo libro dei dialoghi, che ricorda l’evento, per quanto si offra a discussioni, è inequivocabile, soprattutto se si confronta il testo latino con la versione greca di papa Zaccaria. Nella versione greca, infatti, -(mentre si tace sulle origini benestanti di san Benedetto, riportate invece nel testo latino)-, è detto che egli “ si levò come un astro orientale dalla città di Norcia alla città di Roma”. E però la presenza di una abrasione nel testo latino e soprattutto l’uso del termine “provincia”, riferito a Norcia, -(qui liberiori genere ex provincia Nursia exortus)-, ha spinto qualcuno a dubitare, perfino e nonostante la tradizione, del luogo di origine del santo.
La questione del luogo di nascita del santo è stata trattata anche in un convegno tenutosi durante il quindicesimo centenario della fondazione della congregazione benedettina, celebratosi nell’anno 2000, nel monastero di santa Scolastica in Subiaco, ed uno studioso benedettino, mons. Domenico Ilari, proprio riferendosi al termine provincia, presente nel testo latino e attribuito, nella seconda metà del quinto secolo dopo Cristo, a Norcia, circostanza che si appalesa impossibile, ed al fatto che egli aveva trovato in un codice il toponimo Nursia, quale correzione di un anteriore Tursia, avanzò l’ipotesi che san Benedetto non fosse originario di Norcia, ma di Tours, in Francia. Nella circostanza, monsignor Ilari chiese all’abate di Subiaco di essere lasciato libero di verificare ed accertare la ipotesi avanzata e ne ebbe la facoltà. Pur con tutte le riserve di questo mondo in un campo, quale è la vita di san Benedetto, che con la presente pubblicazione si vuole liberare da tanti errori, si ritiene che nessuno allo stato possa avanzare la ipotesi, secondo la quale Norcia non sia la patria di san Benedetto. Lo ribadiamo, la versione greca della vita di san Benedetto, che è in genere una traduzione assolutamente letterale e fedele del testo latino, non ricorda Norcia come provincia, ma la riporta con lo stesso termine di città, -(Coran)-, usato per Roma. In ogni caso se il termine provincia è proprio del testo originario, allora o è stata veramente una provincia o al termine non si deve attribuire il significato stretto di provincia, ma di circondario. Piuttosto il fatto che nella versione greca risulta scritto che san Benedetto “si levò come un astro orientale” da Norcia a Roma, circostanza non riportata nel testo latino, lascia ipotizzare che la locuzione “liberiori genere”, di nobile nascita, sopra trascritta e riportata, sia stata un’aggiunta posteriore, effettuata sull’originale testo latino. La cosa non deve meravigliare perché san Benedetto è stato per molti secoli un santo molto venerato e, quando è stato possibile, vi è stato chi ha, anche per interessi di autorevolezza e di turismo religioso, alterato gli avvenimenti e perfino i luoghi, in cui san Benedetto è passato.
Questo volume, si propone di restituire per questo, nei limiti del possibile, la vicenda umana di san Benedetto alla verità storica. Una prova di quanto si dice la si ha con Pietro Diacono, che ha lasciato scritti su san Benedetto, attribuendo ai genitori, che certamente ebbe, i nomi di Euproprio e Abbondanza, che sono prodotto di pura fantasia, anche se ormai i genitori di san Benedetto sono ricordati da tutti con quei nomi. Dei familiari, che sono stati vicini a Benedetto, quantomeno nel periodo della adolescenza, si ricordano la nutrice, anch’essa innominata, e la sorella Scolastica. La prima, che era molto legata a Benedetto, viene ricordata allorché decide di seguire il santo, quando abbandona Roma, per dare una risposta alla sua inquietudine spirituale ed in occasione del miracolo di Effide, oggi erroneamente detto Affile (RM). Giunto il santo sul posto, e trovato un rifugio, la nutrice in una circostanza si premura di avere dai vicini in prestito un vaglio (capisterium – vas - magidin) per pulire il grano. Avutolo e postolo sulla tavola, sfortunatamente l’oggetto cade e si rompe in due parti. Rientrando Benedetto, dopo essersi intrattenuto con alcuni pii uomini nell’oratorio di S. Pietro, la trova in lacrime. Per mettere fine alle sue lacrime il santo prende le due parti del vaglio nelle mani e, pregato Dio, poco dopo lo riconsegna integro alla nutrice, che potrà restituirlo alle padrone. Scolastica, la sorella, che invece non compare nella vita di Benedetto, fino a ché il santo non si trasferisce a Cassino, -(quando cioè il modello di vita religiosa, praticata da san Benedetto, è ormai diffusa, anzi consacrata ed il santo è personaggio famosissimo)-, dimostra quale incredibile capacità possiede il santo di coinvolgere nelle sue esperienze di vita e di attrarre nel suo circuito mistico anche le persone più care.

San Benedetto a Roiate

San Gregorio, nel racconto della vita di san Benedetto non indica l’anno della sua nascita e nemmeno il nome dei suoi genitori e della sua nutrice, ma neanche ha dato una descrizione della figura umana del santo. E però c’è da ritenere che san Benedetto avesse un fisico abbastanza vigoroso, se è stato capace di sopravvivere, per tre anni, nel cuore delle montagne, nella grotta, in cui si ridusse a vivere, per seguire la vita eremitica, ma anche di attrarre tante persone intorno a se. La circostanza è avvalorata dall’impronta della sua persona, che di lui si può ammirare in una pietra di una chiesa di Roiate, centro della provincia di Roma, che lo ritrae disteso a terra, per una lunghezza di circa un metro e novanta centimetri. San Gregorio, che è l’agiografo di san Benedetto, non riferisce, è vero, di un passaggio del santo in Roiate, ma non per questo l’avvenimento può essere escluso, mentre rimane un mistero da capire l’ostracismo che i Benedettini, nelle cronache cenobitiche sublacensi, con esclusione del Mirzio, hanno dato fino ad oggi al fenomeno, rappresentato dalla pietra di Roiate e dalla figura del santo che vi è impressa.
L’impronta sulla pietra, che rappresenterebbe la sagoma del santo, secondo la tradizione di Roiate, è da attribuire a san Benedetto, e però, nonostante l’eccezionalità del fenomeno, che avrebbe colpito chiunque ne fosse venuto a conoscenza, è bene chiarirlo, non è stata ricordata da san Gregorio per evidenti ragioni di opportunità. Il santo papa, oggi lo si può scrivere, non volle dare, -(all’epoca della pubblicazione del libro, destinato alla conversione del Longobardi)-, indicazioni tali che consentissero una facile individuazione dell’area, in cui san Benedetto soggiornò per i primi trenta anni e da cui egli si era allontanato per evidenti motivi di contrasto con l’autorità religiosa locale, invidiosa delle donazioni, che il santo riceveva. Non solo, il caso della impronta non è mai entrato a far parte della storia ufficiale benedettina sublacense, ma ne è stato escluso, sicuramente perché, accettando l’incredibile monumento, quale segno della presenza di san Benedetto in Roiate e successivamente in Effide, sarebbe chiaramente emerso l’itinerario, seguito da san Benedetto, per recarsi all’indeterminato sito del Sublacus gregoriano. Aver raggiunto prima la località di Roiate e poi quella di Effide significava che San Benedetto si era servito, per portarsi da Roma in Sublacus, della viabilità allacciata alla Prenestina, che all’epoca non aveva collegamenti con l’attuale Subiaco. Tale circostanza avrebbe reso inattendibile, con il sito del Sublacus Gregoriano, l’attuale Subiaco, raggiungibile solo attraverso la Tiburtina prima e la Sublacense poi, per cui era fondamentale sostenere l’uso da parte di san Benedetto della via Tiburtina e della via Sublacense, che automaticamente escludeva la località di Roiate, non collegata in alcun modo con l’area sublacense, dall’immaginario itinerario benedettino. La tradizione benedettina ancora oggi erroneamente sostiene l’arrivo in Sublacus di san Benedetto attraverso la sublacense, tanto che anche recentemente è stata dedicata, nella località di Agosta, una statua a san Benedetto.
Nessuno però deve escludere l’ipotesi secondo cui l’eccezionalità del fenomeno di Roiate ha interessato scarsamente il cenobio sublacense, proprio per la sua singolarità, che avrebbe potuto limitare le attenzioni dei fedeli sul sito di santa Scolastica, che, oltre il presunto roseto, non poteva offrire ai pellegrini ed ai visitatori siti straordinari di eguale vistosa singolarità. La circostanza della sosta del santo in Roiate comunque conferma come insostenibile l’ipotesi di San Benedetto, che si allontana da Roma e si reca a Sublacus attraverso la via Tiburtina Sublacense. Meraviglia il fatto che vi sia ancora tanto silenzio, anche dopo che il Mirzio ha rivolto l’attenzione, nei suoi scritti, ad un monumento e ad un avvenimento così incredibile! Il Mirzio, monaco benedettino vissuto nel cenobio sublacense a cavallo del XVII secolo -(che ha lasciato un compendio di storia benedettina sublacense, dal titolo Chronicon Sublacense, per distinguerlo dal vecchio Chronicon, raccolta di documenti risalenti al X-XI secolo)-, è il solo benedettino, che in calce al VI capitolo del libro, ricorda la presenza di san Benedetto in Roiate. Ben poteva, ai suoi tempi, farlo, dal momento che la circostanza non poteva più determinare nell’area alcun sconvolgimento di carattere religioso e storico.
Questo il passo del Mirzio, che si riporta integralmente: “Ora seguiamo le vicende del nostro istituto, per proporle ai lettori non come frammenti di storia causati dalla disgregazione dei membri, ma come una storia inscindibile per l’unione misteriosa che legava i componenti. Sembra opportuno a questo punto riferire il celebre miracolo compiuto dal nostro santissimo patriarca all’interno del centro abitato di Roiate, prima di scrivere della gloriosa morte di lui e tanto più lo farò volentieri, perché nessuno scrittore, nemmeno san Gregorio Magno, ha fatto menzione di un miracolo così straordinario. Per questo, però, non c’è motivo di meravigliarsi, perché il medesimo santo pontefice ha precisato di non aver scritto tutte le azioni di san Benedetto, come è possibile vedere nelle premesse dei suoi “Dialoghi Libro II” e per quanto afferma nuovamente al capitolo XXXIV dicendo: “Pietro, potrei raccontare ancora tante cose del nostro venerabile padre, ma alcuni fatti li tralascio di proposito”. Dalle espressioni riportate, si evince che san Gregorio non ha certamente conosciuto tutti miracoli di san Benedetto e nemmeno ha scritto tutto quello di cui è venuto a conoscenza. C’è in verità un segno indelebile di questo miracolo: il centro abitato inoltre dista da Subiaco cinque miglia. Ritornando il santo da Roma a Subiaco, -(cosa che penso sia accaduta nel periodo della costruzione del monastero lateranense, intorno all’anno del Signore 520)-, e volendo entrare, dopo essere stato portato da una mula, lì per rifocillarsi, i cittadini, per il timore della disumana peste, che si era diffusa dappertutto, interdissero l’ingresso al santo uomo. Per cui Benedetto stanco per il cammino e per la calura, all’ombra di un albero provvide a riposarsi sopra il dosso di una roccia. Mentre lui dormiva la pietra sfibrata si sciolse come cera e tanto cedette da imprimere profondamente in se stessa i lineamenti di tutto il corpo e le pieghe dei suoi vestiti, come se fossero stati incisi dalla mano di uno scultore. Da ciò è lecito devotamente credere che quella pietra, a contatto con il santo uomo, acquistasse tale divina virtù, per cui, come il sudore emanò dal corpo del dormiente, così la pietra durissima, prese a emanare, anche nella maggiore calura estiva, un meraviglioso e salutare liquido che viene volgarmente detto “manna”.
Questa è emanata dalla roccia come sottilissima rugiada a gocce ed è raccolta, e sembra aver restituito spesso, soprattutto agli occhi offuscati dei ciechi, -(dopo aver invocato con mente pia e devozione l’aiuto del santissimo padre Benedetto)-, la più completa e originaria salute. Negli scritti del v.p.d. Guglielmo Narniense viene affermato che anche un Governatore della città di Subiaco, gravemente afflitto dalla malattia di idropisia, assunto quel salutare liquido, avesse conseguito incredibilmente la guarigione. Né può tacersi che è stato scoperto per esperienza ed osservato, come mi ha confessato il venerabile arcipresbitero del centro di Roiate, che ogni qual volta qualcuno fosse entrato con irriverenza nella cripta della figura del santissimo padre Benedetto, altrettante volte la manna smise di fuoriuscire per un certo lasso di tempo: ed il fatto è confermato da un evento del 23 maggio dell’anno del Signore 1621. Infatti, quel giorno, si verificò che tre frati cappuccini del convento del castello di Paliano, per devozione, entrarono nella cappella di san Benedetto per venerare il luogo della impronta corporea e per vedere la stessa pietra emanare la manna. Uno dei tre, come san Tommaso, incredulo, non soddisfatto di aver visto una volta o due la figura del santo impressa, e nemmeno, entrando, di aver toccato con mano la pietra medesima, non glorificava, come era doveroso, le meraviglie di Dio nel santo, ma al contrario riteneva il fatto come naturale e per nulla divino. Ma ecco, all’improvviso, sotto gli occhi dei presenti, per straordinaria volontà divina, la sacra pietra, che aveva cominciato a produrre il santo liquido, toccata dalla mano dell’incredulo frate, smise di emanarlo. Il predetto arcipresbitero, custode della cappella, osservò, in anni passati, che si era verificato il contrario, e me lo riferì dicendo che la nobildonna Porzia, sorella eccellentissima del cardinal Girolamo Panfili, afflitta in tutto il corpo da gravissimi e permanenti dolori, era venuta per devozione nella cappella, e si era prostrata china davanti alla cripta del santo padre Benedetto, chiedendo fra le lacrime la grazia a Dio e il soccorso del santo.
Dopo aver pronunciata una breve preghiera si alzò e comandò alle serve di compagnia di spogliarla delle vesti, dopo di che entrò con riverenza nella cripta e subito dopo aver terminata una preghiera, bandita la sofferenza di ogni dolore, guarì da ogni male. Riprese di poi da sola le vesti, e nuovamente retrocedendo in ginocchio, rese di cuore le grazie possibili a Dio e a san Benedetto. Ed avendo chiesto con insistenza all’arcipresbitero una piccola quantità di manna, ed avendo avuto risposta che al momento non ne aveva assolutamente, rivolse gli occhi, pieni di lacrime all’interno della cripta. Ed ecco, divina bontà del signore, all’improvviso, sotto lo sguardo dei presenti, cominciò silenziosamente e con abbondanza ad emanare il sacro liquido. Ricevuta questa grazia da Dio, la nobildonna con molta devozione e gioia si portò via una ampolla piena del salutare liquido: e così tornata a Roma risanata, con animo grato inviò un dono votivo di cuoio dorato, decorato con lo stemma della sua famiglia gentilizia, da appendere per questo nella cappella. C’è, inoltre, un secondo testimone, degno di fede, che a gloria di Dio ha confessato di se stesso che essendo gravemente tormentato nel periodo invernale dalle coliche, bevendo un poco del salutare liquido, per grazia di Dio e per i meriti di San Benedetto, in brevissimo tempo riacquistò l’originaria salute, non risentendo più degli abituali dolori. Anche un contadino del ricordato castello, a gloria di Dio e di san Benedetto, ha testimoniato che essendo oppresso da dolori alle orecchie, tanto da avere una febbre acuta, né potendo prendere cibo per i forti dolori di testa, supplice si rivolse al soccorso di san Benedetto, e guarnendo della manna le orecchie malate in breve riprese la desiderata salute. Anche prima del ricordato anno 1621, sul finire del mese di giugno, un venerabile padre dei frati cappuccini, guardiano del convento del castello di Paliano, soffriva gravemente da molto tempo di una fastidiosa podagra. Questi, avuto sentore della virtù della predetta manna, si portò a visitare la cappella di santo Benedetto, e lì celebrata devotamente la santa messa, chiese all’arcipresbitero un poco del salutare liquido, e guarnendo con esso le parti del corpo malato, scacciò ogni tormento del dolore, cosicché rientrato nel convento risanato mai più soffrì di quella malattia, né si è risaputo che in seguito sia mai stato afflitto da quella malattia. E’ noto a tutti i circonvicini che anche il famoso sacro speco di san Benedetto produca un simile salutare liquido. Per questo a gloria perenne di Dio ed a venerazione di san Benedetto ho voluto annotare i due fatti seguenti.
Nel passato anno del Signore nel mese di dicembre del 1624 una monaca romana di nome Pacifica, appartenente alla nobile famiglia dei Bovini, del monastero di santa Caterina da Siena dell’ordine dei Domenicani, da più mesi era così priva della vista in uno degli occhi, tanto da non vedere nemmeno a mezzogiorno le sorelle, che gli erano accanto. Questa, essendo venuta a conoscenza che la virtù del salutare liquido, che trasudava dal sacro speco, aveva ridato la salute a moltissimi malati, confidando nella benevolenza di Dio e nei meriti di san Benedetto, pregò una consorella di spandere sull’occhio privo di vista un batuffolo di seta, bagnato del salutare liquido. Subito fu fatto in modo che il liquido incollato così tenacemente aderì alle palpebre, come se fosse un impiastro di pece. Dopo il lasso di circa tre ore, avendo staccato dall’occhio da sola l’impiastro, improvvisamente l’occhio ceco riacquistò la vista, come se non l’avesse mai persa e con l’altro di nuovo più chiaramente abbia visto. Ho appreso ciò da lettere assolutamente degne di fede, che provavano la testimonianza sul racconto. A conferma di ciò, la stessa sorella Pacifica si preoccupò di appendere nei pressi dell’altare del sacro speco un argenteo simulacro degli occhi. All’incirca nello stesso periodo una fanciulla, ancora bambina, nata nel centro abitato di Ienne, che per una pustola o per una malattia di altra natura aveva uno degli occhi malato in modo tale da non lasciar pensare che avesse una speranza di recuperare la vista, ricorse supplice e piangente al soccorso di san Benedetto. Visitata perciò la chiesa del sacro speco, dopo aver ascoltato il sacrificio della messa, chiese con tutte le forze a me, sacrista del posto, di bagnare l’occhio malato con il salutare liquore. Dopo ciò, con grande fede tornata a casa, venendo per divina virtù, poco dopo, risanato l’occhio, ottenne da Dio la desiderata guarigione: il miracolo è testimoniato dai compaesani. Tralascio qui di aggiungere molti miracoli simili a quelli narrati, che Dio, per i meriti di san Benedetto, si è degnato di operare in province anche lontane e che uno per uno potrebbero a malapena essere raccolti in un volume. E questo sia sufficiente riguardo alla manna. Nessuno, però, con un giudizio imprudente condanni la natura del fatto ignoto, perché è difficile conoscerlo, né tragga congetture o svolga ricerche in modo malevolo, ma con serenità comprenda e più perfettamente riconosca ciò che l’ineffabile potere del supremo artefice può determinare e quale risultato con le sue leggi può decidere.
Molti sono gli avvenimenti, che sogliono rimanere oscuri, anche se osservati con gli umani sensi, e questi generano, più che fama agli osservatori, ammirazione verso di lui. E sono da giudicare filosofi non saggi coloro che non vogliono ammettere o credere ad alcunché se non è compreso dai sensi. Né c’è da meravigliarsi se i prodigi della predetta guarigione sono scaturiti dalla pietra, come il miele dalla pietra, secondo il detto profetico, come l’olio da una roccia molto compatta. Anzi, la statura di san Benedetto, impressa nella roccia, è di tanta altezza da superare la lunghezza di dieci palmi. Né si può tralasciare ciò che torna a maggiore celebrazione e vanto del luogo ed esalta la gloria di san Benedetto. Dinanzi all’oratorio rurale di Roiate, impresso in una roccia compatta si vede l’impronta del piede della mula, da cui era trasportato. Acciocché l’uomo di Dio o la giumenta da cui era portato, non subissero un qualche danno, il sasso in cui si poggiò divenne morbido come cera e la sua durezza si lasciò imprimere dalla carne tenera del santo, lasciando a tutti i futuri visitatori il ricordo del segno impresso. Proprio per questi straordinari miracoli, si dice che lì sia stato costruito in tempi molto antichi ad opera dei fedeli una cenobio di vergini consacrate, e ciò non soltanto viene provato in forza di una tradizione degli anziani degna di fede, ma anche dalla autorità di molti autentici antichi scritti, come più sotto diremo. A prova di ciò, secondo una tradizione propria anche degli anziani di Roiate, è risaputo il seguente celebre avvenimento, di cui è doveroso lasciare informazione e memoria ai posteri. Orbene una abatessa di quel monastero un giorno comandò ad una consorella di recarsi rapidamente al mulino per macinare il frumento con un asinello stracarico e quella ubbidendo all’ordine della madre, sebbene il giorno ormai fosse al tramonto, prontamente prese il viaggio. Essendosi fatta un’ora più tarda, pregò il mugnaio di avere la compiacenza di darle la precedenza nel macinare il frumento, dal momento che si era fatto tardi ed essendo tenuta al rispetto della regola monastica, non era decente che essa si trattenesse oltre fuori delle porte del convento. Il mugnaio osservò: non vedi la pioggia battente? Ma essa ancor con maggiore perseveranza insisteva a riportare la farina al convento, per nulla preoccupata dalla pioggia. E così il mugnaio vinto dalle preghiere di lei e dalla pia insistenza, caricata la farina sull’asinello, lasciò che se ne andasse in pace. La suora, sprezzando la violenza della pioggia, sotto la guida di un angelo e di una grande luce, fra le oscure tenebre della notte fece ritorno al monastero, senza che la farina o le sue vesti fossero in alcun modo bagnate. Dopo essere entrata nel chiostro, essendole stato comandato di riposare un poco dopo le fatiche del viaggio, rispose alla abatessa: lasciami, ti prego madre, prima far visita alla chiesa e recitare a Dio le abituali preghiere.
Dopo aver fatto ciò, trattenendosi alquanto nella preghiera, rese l’anima a Dio. Ricercata, fu trovata nella cappella, con la testa eretta, le ginocchia piegate, le mani tese in alto, il corpo esamine, e come fu inumata nella medesima chiesa allo stesso modo fu trovata. A prova indubitabile del fatto, accadde dopo un lungo lasso di tempo che il monastero fu distrutto dalle fondamenta, dovendosi procedere a ricostruire le scale di una nuova cappella, scavato il pavimento, il cadavere di quella devota monaca come genuflesso e con le mani alzate era stato sepolto, così fu trovato intatto e incontaminato tra l’ammirazione di tutti e la esaltazione di Dio. Inoltre che il predetto monastero nell’anno del signore 1334 fosse abitato da vergini consacrate è provato dall’atto testamentario di Francesco Partibullo, abitante del castello di Toccianello, il quale lasciò alle monache benedettine del castro di Roiate una elemosina in denaro il giorno 22 giugno del medesimo anno. Il fatto è ulteriormente provato dall’atto di donazione della nobildonna Gemma di Roiate, vedova di Nicolao Gradoni, la quale, sotto il pontificato di Benedetto XII, nell’anno del signore 1341 il giorno 28 di agosto aveva lasciato un legato testamentario in favore delle singole monache di dodici denari ogni anno. E’ noto che quel monastero sia sopravvissuto nella osservanza della regola fino all’anno tredicesimo del pontificato di Sisto IV, che era l’anno del signore 1484, in cui l’illustrissimo don Giovanni dei Conti, cardinale del titolo di san Vitale, inviò delle lettere di protezione familiare, scritte il giorno 8 febbraio, alla nobildonna Antonia, figlia del defunto Agapito di Rojate, ultima abatessa, le quali sono prova della circostanza e sono ancora perfettamente conservate nel nostro archivio. Il nobiluomo Stefano del castro di Rojate, appartenente alla famiglia dei fondatori, assegnò e conferì al convento di s. Scolastica nell’anno del signore 1461 il giorno 20 di giugno, ogni diritto, che ad esso medesimo spettava nel monastero, come è provato dall’atto pubblico della effettuata donazione prima disposto.
All’epoca il cenobio, che era ridotto a nulla per l’eccessiva povertà e per le difficoltà di tempi calamitosi, aveva cessato di essere il domicilio delle monache e nel convento ognuno aveva abbandonato l’osservanza della regola, perché aveva così esili e tenui redditi e proventi, che non erano sufficienti nemmeno al sostentamento delle monache, dal momento che secondo la stima ed il valore comune non superavano la somma di dodici fiorentini d’oro. L’ultima abatessa del luogo, Antonia, essendo la sola a sopravvivere, aveva restituito il monastero al sommo pontefice Sisto IV, come è attestato da una vecchia scheda pergamenacea del nostro archivio. Chi sia stato il fondatore di questo monastero o quando sia stato costruito, non risulta da alcuna memoria scritta: però dai documenti richiamati risulta che sia prosperato nell’anno 1334 e che sia sopravvissuto fino al pontificato di Innocenzo VVI nell’anno 1484, quando ancora viveva Antonia, figlia di Agapito di Rojate, ultima abatessa del monastero”.

Il luogo, -(Sublacus,)- in cui san Benedetto si portò, visse tre anni da eremita e vi fondò dodici monasteri

San Gregorio ha lasciato scritto che san Benedetto, per raggiungere la perfezione evangelica, abbandonò Roma e si rifugiò nella parte più interna della località detta Sublacus, toponimo dal significato inequivocabile, che significa letteralmente “sotto i laghi”. Il santo papa, nel secondo libro dei dialoghi, precisa anche che la località si trovava a circa 40 miglia dalla città di Roma, indicazione che deve essere letta come la distanza da Roma del confine occidentale della località, detta Sublacus. Questa località pertanto aveva inizio, per chi viene da Roma, due miglia dopo la captazione dell’acqua Claudia, e dell’acqua Marcia, nei pressi di Arsoli – Marano. L’estensione della località è peraltro facilmente individuabile. Il confine occidentale della località Sublacus è indicata da san Gregorio in circa 40 miglia da Roma, mentre il confine orientale di Sublacus, ai tempi di san Benedetto, coincideva con il sito dell’ultimo dei laghi, che erano stati costruiti dagli imperatori Caligola-Claudio a monte dell’attuale cittadina di Subiaco, che ha preso il nome dall’antico toponimo.
I laghi, di cui si parla, erano in verità delle dighe costruite, come scrive Frontino, in corrispondenza di cascate lungo il fiume Aniene e queste, che sono ancora straordinariamente visibili oggi, erano e sono poste, la prima nei pressi dell’attuale monastero di santa Scolastica, la seconda nella località oggi detta di Comunacque, in località di Trevi nel Lazio, e la terza ancora più a monte in località Ponte delle Tartare. E’ dato non discusso che san Benedetto realizzò il primo monastero poco distante dal secondo dei laghi ricordati. Per ben comprendere la toponomastica della località, c’è però da precisare che originariamente il territorio compreso fra i laghi e quello subito sottostante avevano due toponimi: Sublaqueum, per l’area posta fra le dighe e Sublacus per l’area sottostante ai laghi fino al 40° miglio della via Sublacense. I due termini, che a prima vista sembrano avere lo steso significato, in realtà significano l’uno, Sublacus, come già detto “sotto i laghi”, mentre Sublaqueum significa “sotto lo strozzamento o sbarramento”, termine con cui si indicava l’esatto sito in cui la corrente del fiume veniva ristretta in un fornice di roccia, per farla precipitare nella diga. Chi ha modo di vedere la cascata di Comunacque comprende facilmente quanto si è esposto.


Cascata di Trevi nel Lazio, tipica delle costruzioni romane (Foto F. Graziani)

Sulle due denominazioni non possono esservi dubbi, anche se fino ad oggi nessuno si è peritato di comprendere la distinzione e sono state abitualmente confuse anche da studiosi famosissimi. Sublacus è il toponimo arrivato fino a noi ed ha dato il nome all’attuale centro abitato di Subiaco, Sublaqueum invece è un termine nel tardo impero che è andato in disuso, ma è ricordato, quanto alla sua attribuzione territoriale, da Plinio e da Tacito, i quali, in modo inequivocabile, rispettivamente hanno scritto: “L’Aniene porta nel Tevere tre laghi, splendidi per bellezza naturale, che hanno dato il nome a Sublaqueo”, -( Plinio, N.H, 3); “Nerone desinava negli stagni simbruini, il cui nome è Sublaqueo”, -(Tacito, Annales, 13).
Dopo tutti i chiarimenti topografici, va precisato che san Benedetto, secondo quanto racconta san Gregorio, si recò nella parte più interna della località detta Subiaco, che all’epoca era riferito anche al territorio Sublaqueum, caduto in disuso. E non può essere taciuto che nell’area era stato realizzato il più grande acquedotto romano, iniziato dall’imperatore Caligola ed ultimato da Claudio, detto l’ Anio Novus. Questo, che era il più grande degli acquedotti, quanto a portata, e che al 40° miglio raggiungeva una altezza superiore al Colosseo, originariamente aveva la captazione al 62° miglio della via Trebana, nel primo dei laghi, quello sito nei pressi di santa Scolastica ed il suo percorso, prima a sinistra del fiume Aniene, procedeva a destra del fiume al 42° miglio della sublacense, nella località detta ancora oggi, nei pressi di Agosta, il “Barco”. Queste indicazioni topografiche, contenute dalle fonti, fino ad oggi sono state erroneamente interpretate, al punto che vi è chi afferma superficialmente, ancora oggi, che il 42° miglio della via sublacense corrisponda al sito della captazione dell’Anio Novus, mentre era solo il punto in cui l’acquedotto, attraversando la strada sublacense, si portava, da sinistra, a destra del fiume. Sulla originaria captazione dell’Anio Novus al 62° miglio nessuno può avere dubbi, perché la tavola Peutingeriana e la descrizione che ne da Frontino al capitolo XC del suo De Aquae ductibus Urbis Romae sono inconfondibili. L’Anio Novus, però, poco dopo la sua inaugurazione, risultò fortemente inquinato, perché era posto sul primo lago, e cioè a valle del fiume Simbrivio, che è un affluente di destra dell’Aniene, le cui sponde friabilissime, come può osservarsi in caso di pioggia ancora oggi, riempivano di detriti le acque del fiume, che finiva per risultare nell’urbe terribilmente inquinato.
Per questa ragione l’acquedotto non fu più in uso per molti anni e Nerone poté costruire una villa sontuosa, che all’epoca veniva indicata, quanto alla località, in Sublaqueo. A riutilizzare l’acquedotto dell’Anio Novus ci pensò Traiano, il quale abbandonò il primo lago ed il fiume per captare l’acqua presso il secondo lago, posto in Comunacque. Frontino descrive l’operazione di Traiano di recupero dell’acquedotto nel de Aquaeductibus Urbis Romae nel seguente modo. Dopo aver premesso che l’Anio Novus derivava originariamente le acque da un lago limpidissimo, e che però le acque a Roma arrivavano inquinate, Traiano, “dispose che, abbandonato il fiume, fosse ripreso dal lago, che è sopra la villa neroniana (sublacense), dove il fiume è limpidissimo. Infatti, l’Aniene, che nasce prima di Treba Augusta, sia perché scorre attraverso monti calcarei, sia perché intorno alla città vi sono poche coltivazioni, sia perché per l’altezza dei laghi, in cui precipita, si libera dei detriti, ma anche perché è riparato dall’ombra dei boschi che lo sovrastano, arriva lì (nel lago) freschissimo e limpidissimo”. Il brano è chiarissimo circa la captazione del fiume, disposta da Traiano, sul secondo lago, posto a monte della villa neroniana, ma c’è da aggiungere che le affermazioni di Frontino sono confermate dall’archeologia e dalla geografia. Nell’area di Comunacque ancora oggi possono ammirarsi resti del lago romano e delle opere di captazione realizzate da Traiano sul fiume, non solo nell’area vi è la cima di un monte, che serviva probabilmente da riferimento per la captazione del fiume, cui fu data il nome del principe e che è ancora oggi chiamata Conerva cioè Capo Nerva, come l’imperatore appunto si faceva chiamare.



LA STORIA DI SAN BENEDETTO

SECONDO SAN GREGORIO MAGNO


Il Periodo Sublacense

C’è stato un uomo dalla vita venerabile per grazia di Dio, di nome Benedetto, che aveva una cuore accorto,- (senile)-, già dalla sua infanzia. Pur raggiungendo una età avanzata, nella sua giornaliera condotta, però, non si prestò ad alcun piacere, e quando ancora era in questa terra, disprezzò quello che avrebbe potuto avere, in modo passeggero e in libertà, ritenendo, come assolutamente arido, il mondo, che appariva brillante. Egli nacque da famiglia libera della città di Norcia e fu fatto abitare in Roma per lo studio delle discipline letterarie. Vedendo però molti dei compagni scivolare nel baratro dei vizi, ritrasse il piede, che aveva appena posto sulla soglia del mondo: per non precipitare,-( dal momento che egli attingeva una parte della scienza mondana)-, per lo stesso motivo, interamente nell’abisso. Disprezzati pertanto gli studi delle lettere, abbandonata la casa e il patrimonio del padre, desideroso di piacere solo a Dio, ricercò soltanto l’abito della perfezione. Si allontanò perciò consapevolmente impreparato e sapientemente incolto. Io non sono a conoscenza di tutto ciò che egli ha compiuto, ma le poche cose, che racconto, le ho apprese, da quattro suoi discepoli, che le hanno riferite: da Costantino, una personaggio di gran riguardo in modo notevole, che gli successe nel governo del monastero (di Cassino); anche da Valentiniano, che fu abate per molti anni nel monastero Lateranense; da Simplicio, che resse per terzo dopo di lui la sua comunità (di Cassino); anche da Onorato, che ancora adesso personalmente occupa il monastero, nel quale da principio il santo dimorò. Egli dunque, abbandonati gli studi delle lettere, avendo deciso di raggiungere luoghi deserti, fu seguito dalla sola nutrice, che lo amava con molto affetto. Giunti in una località, detta Efide, e intrattenendosi nella chiesa di san Pietro, dal momento che nella zona vivevano in spirito di carità molti uomini onesti, la sua nutrice si fece prestare dalle vicine donne un capisterio, che, lasciato incautamente sulla tavola, per caso si ruppe, così che finì diviso in due parti. Tornando poco dopo la sua nutrice, appena lo trovò, cominciò a piangere disperatamente, perché vedeva rotto il vaso che aveva preso in prestito. Benedetto, però, adolescente pio e religioso, quando vide piangere la sua nutrice, preso dal suo dolore, afferrate le due parti del setaccio rotto, fra le lagrime si mise a pregare. Quando si levò dalla preghiera vide il vaglio davanti a se così integro, che non avresti potuto riconoscere in esso nessun segno della frattura.
Poco dopo, consolata benevolmente la sua nutrice, le rese sano il capisterio, che gli aveva portato rotto. Il fatto in quella località fu risaputo da tutti e tenuto in tanta ammirazione che gli abitanti del luogo appesero nell’ingresso della chiesa quello stesso setaccio, acciocché i presenti ed i posteri tutti sapessero da quale perfezione il giovane Benedetto avesse intrapreso il cammino della conversione. E questo rimase lì per molti anni davanti agli occhi di tutti e fino ai tempi dei Longobardi restò appeso sui battenti della porta della chiesa. Ma Benedetto, che era desideroso di affrontare disagi più che di ricevere elogi: di farsi carico delle tribolazioni per amore di Dio, più che di essere gratificato dai piaceri di questa vita, sottraendosi di nascosto alla sua nutrice, si diresse verso la parte più interna di un luogo deserto, che è distante dalla città di Roma circa quaranta miglia, denominato Subiaco, dove fuoriescono fredde ed abbondanti acque. L’abbondanza delle acque in quel luogo, prima si raccoglie in un esteso lago, infine sono fatte tornare indietro nel fiume. Mentre fuggitivo si dirigeva colà , un monaco di nome Romano, lo incontrò viandante, e gli chiese dove fosse diretto. Avendo appresa la sua aspirazione, mantenne il segreto e gli offrì il suo aiuto: gli consegnò l’abito della conversione, e, per quanto poté, lo preparò alla nuova vita. L’uomo di Dio, però, dopo che giunse nel medesimo luogo, si rifugiò in una strettissima grotta, e per tre anni, con eccezione del Monaco Romano, vi rimase senza che alcuno lo sapesse. Il Monaco Romano, infatti, che, non lontano, viveva in un monastero sotto la regola del padre Deodato, ma si sottraeva per ore agli occhi dello stesso suo abate e quanto poteva sottrarre al suo ostentamento, in giorni determinati portava il pane a Benedetto. Dalla cella del monaco Romano, in verità, non c’era un percorso che raggiungesse la grotta, perché la cella si ergeva in alto sopra le rupi e Romano aveva l’abitudine di deporre, dalla stessa rupe, il pane legato con una lunghissima corda ed in questa corda aveva attaccato un piccolo campanello, affinché al suono del campanello l’uomo di Dio venisse a conoscenza quando Romano portava il pane per lui, che egli uscendo dalla grotta ritirava. L’antico nemico, però, ebbe invidia della carità dell’uno e del ristoro dell’altro, per cui vedendo un giorno che il pane veniva calato, scagliò una pietra e ruppe il campanello. Romano, tuttavia, non cessò di servirlo ricorrendo ad idonei sistemi.
Quando, in verità, l’onnipotente Dio volle far riposare il monaco Romano dai suoi travagli esistenziali e far conoscere la vita Di Benedetto quale esempio per gli uomini, affinché la lucerna posta sul candelabro rifulgesse, per illuminare quelli che sono nella casa di Dio, il signore si degnò di mostrarsi in visione ad un presbitero, che abitava più lontano, e che preparava vivande per la festività pasquale, dicendogli: Tu prepari per te delle delizie, ma il mio servo, in tale sito, è tormentato dalla fame. Il presbitero subito si levò e nella stessa solennità della festività pasquale, con le vivande che aveva preparato per se, si diresse alla ricerca del sito e cercò l’uomo di Dio attraverso precipizi di monti, attraverso profondità di valli, attraverso erosioni di terre, e lo trovò che si nascondeva in una. Essendosi posti a sedere, dopo aver pregato insieme, benedicendo Dio Onnipotente, dopo piacevoli colloqui di vita, il presbitero, che era venuto da lui, disse: Levati e prediamo cibo, perché oggi è il giorno della Pasqua. A lui l’uomo di Dio rispose dicendo: so che oggi è Pasqua, perché ho meritato di vedere te. Essendo egli tanto lontano dagli uomini, ignorava che la solennità pasquale cadesse quel giorno. Il venerando presbitero ancora aggiunse dicendo: veramente, oggi cade il giorno della domenica pasquale della resurrezione; non è bene che faccia digiuno, perché io sono stato mandato per questo, perché insieme, in parti uguali, prendiamo i doni di Dio Onnipotente. Benedicendo Dio consumarono il cibo.
Ultimata la refezione ed il colloquio, il presbitero tornò nella sua chiesa. In quei stessi giorni anche dei pastori lo rinvennero nascosto nella spelonca: vedendolo nella macchia coperto di pelli, pensarono che fosse una bestia: ma allorché conobbero il servo di Dio molti di essi furono mutati da soggetti dalla mente bestiale alla grazia della pietà. Per questo il suo nome, nei luoghi vicini, si rese noto a tutti. E accadde che da quel tempo cominciò ad essere frequentato da molti, i quali, se portavano a lui i cibi per il corpo, a loro volta dalla sua bocca ricevevano gli alimenti della vita nel loro cuore.

Cap. II

La vittoria sulla tentazione della carne


Un giorno mentre era solo, si presentò il tentatore. Un piccolo uccello nero, che volgarmente viene chiamato merlo, infatti cominciò a svolazzare intorno al suo viso e a posarsi sfacciatamente sulla sua fronte, in modo tale da poter essere preso con la mano, se il santo uomo avesse voluto trattenerlo: fattosi però il segno della croce l’uccello si allontanò. Mentre lo stesso uccello si allontanava, una tale tentazione della carne ne seguì, quale mai il santo uomo aveva provato. Una volta, infatti, aveva visto una donna, che lo spirito maligno gli riportò davanti agli occhi della mente : Di tanto fuoco accese l’animo del servo di Dio con l’immagine di quella, al punto che la fiamma dell’amore lo prendesse appunto nel suo cuore e pensasse, quasi vinto ormai dalla passione, di abbandonare l’eremo. Subito, però, protetto dalla grazia superna, ritornò in se stesso. E vedendo che nei pressi prosperavano densi cespugli di ortiche e di rovi, spogliatosi dell’indumento, si gettò nudo sugli aculei dei rovi e nel bruciore delle ortiche, e lì rotolatosi a lungo uscì da quelli lacerato in tutto il corpo, e attraverso le ferite della pelle scacciò dal corpo le ferite della mente, perché volse il piacere in dolore. Mentre ardeva fuori essendosi data quella pena, spense dentro, ciò che illecitamente bruciava. Vinse così il peccato, perché seppe mutare l’incendio. Da quel giorno, come egli stesso confidava ai discepoli, la tentazione del piacere fu talmente domata, da non avvertire più dentro di se alcuna tentazione. Successivamente molti presero ad abbandonare il mondo ed a frequentare la sua scuola. Egli, in verità, libero dal difetto della tentazione , a buon diritto divenne maestro di virtù. Anche da Mosè viene insegnato che i Leviti dai venticinque anni in su debbano svolgere il ministero, dal cinquantesimo anno possono diventare custodi dei vasi sacri.
Pietro: Il significato della testimonianza resa mi è chiaro a tratti, ti prego per questo di illustrarlo in modo più completo.
Gregorio: E’ noto, Pietro, che la tentazione della carne arde in gioventù, ma dal cinquantesimo anno l’ardore del corpo si raffredda: i vasi sacri sono le menti dei fedeli. Gli eletti, finché vivono il periodo della tentazione, è necessario che stiano sottomessi e prestino servizio, che siano stancati dalla subordinazione e dai lavori; quando però il calore della tentazione nell’età della mente serena si sarà affievolito, possono essere custodi dei vasi, perché diventano dottori di anime.
Pietro: confesso di essere soddisfatto da ciò che dici. Adesso però che hai chiarito il significato della oscura testimonianza, ti prego di continuare le cose, della vita del giusto, che sono state incominciate.

Cap. III

Svanita dunque la tentazione, l’uomo di Dio come una terra, cui sono stati sradicati i rovi , che viene coltivata dalla semina delle virtù, diede frutti più abbondanti. E così, per la fama della sua straordinaria condotta di vita, il suo nome era diventato noto a tanti. Non lontano vi era un monastero, della cui comunità era morto l’abate, e tutti da lì andarono dal venerabile Benedetto e gli chiesero insistentemente che diventasse la loro guida. Egli rinviò la decisione a lungo dicendo di no, prevedendo che le sue abitudini non si confacevano con quelle di quei fratelli.: vinto infine dalle preghiere, diede il proprio assenso. Prese pertanto a vigilare affinché fosse tenuta in quel monastero una vita regolare, ed a nessuno era consentito, come in precedenza, deviare a destra e a sinistra per mezzo di atti non leciti dalla via di un comportamento corretto. I monaci, che egli aveva accolti, infuriati senza ragione, prima presero ad accusarsi tra loro, per aver chiesto a lui di guidarli: il loro traviamento cozzava con l’esempio della sua rettitudine. E quando compresero che sotto la sua guida non erano consentiti illeciti, presero a lamentarsi di dover abbandonare i propri costumi, e che non era possibile che, con una coscienza vecchia, fossero costretti a esercitarsi su pratiche nuove, proprio come la vita dei buoni è sempre dura per i costumi malvagi, furono costretti a studiare qualcosa per farlo morire. Presa questa decisione, mescolarono del veleno al vino. E quando il vaso di vetro, in cui quella mortale bevanda era contenuta, fu presentata all’abate, che era a tavola, per essere benedetto, secondo l’uso del monastero, Benedetto, con la mano alzata, tracciò il segno della croce ed il vaso che era tenuto lontano, si frantumò a quello stesso segno: il vaso si fece a pezzi, come se, verso quel vaso di morte, in luogo della benedizione della croce, avesse lanciato una pietra. L’uomo di Dio capì subito che il vaso, che portava la bevanda della morte, non poté sopportare il segno della vita: e subito si levò e con volto sereno con mente tranquilla, parlò ai confratelli, che aveva fatto convocare, dicendo: Dio onnipotente abbia pietà di voi, fratelli, perché avete voluto macchinare ciò contro di me? Non ve lo avevo detto prima che i miei ed i vostri costumi non fossero conciliabili? Andate e cercate per voi un abate adatto ai vostri costumi, perché, dopo l’accaduto, non potete più avere me! Allora tornò nel luogo dell’amata solitudine, e solo, sotto gli occhi dell’eterno spettatore, abitò con se stesso.
Pietro: non comprendo bene, cosa significhi: abitò con se stesso!
Gregorio: Se il santo uomo avesse voluto tenere sotto di se a lungo con costrizione persone che cospiravano tutte contro di lui ed erano molto dissimili dal suo stile di vita, forse si sarebbe allontanato dalla pratica della sua austerità e dalla dimensione della sua serenità, ed avrebbe per questo distolto l’attenzione della sua mente dalla luce della contemplazione. Anche perché sfinito quotidianamente dalla loro correzione, meno avrebbe avuto cura della sua austerità, e forse avrebbe perso se stesso e non avrebbe ritrovato gli altri confratelli. Infatti tutte le volte che siamo distratti dall’agitazione di eccessivi pensieri, siamo noi stessi, ma non siamo con noi stessi, perché, non essendo presenti a noi stessi la nostra attenzione è rivolta altrove. Forse che diciamo presente a se stesso colui che si recò in una regione lontana, sciupò l’eredità ricevuta, si attaccò in quella regione ad uno solo dei cittadini, condusse al pascolo dei porci, che vedeva anche mangiare ghiande e desiderava di mangiarne. Quando però in seguito costui fu preso dal ricordo dei beni, che aveva perduti, è scritto di lui, che tornato in se disse: quanti servi nella casa del padre mio abbondano di pani! Se dunque era stato presente a se stesso, donde poteva tornare in se? Avevo perciò Inteso dire che questo santo uomo non si allontanò mai da se stesso, perché sempre vigile sottola sua sorveglianza, sapendosi sempre sotto gli occhi del creatore, ponendosi sempre sotto esame, non staccò mai gli occhi della sua mente fuori di se.
Pietro: perché, allora, è stato scritto dell’apostolo Pietro, quando l’angelo lo aveva fatto uscire dal carcere, ritornando in se disse: ora so veramente che il signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalle mani di Erode e da ogni aspettativa del popolo giudeo.
Gregorio: in due modi, o Pietro, noi siamo tratti fuori di noi stessi. O perché cadiamo sotto noi stessi per la perdita del giudizio, o ci eleviamo sopra di noi per la grazia della contemplazione. Quello che conduceva al pascolo i porci per la perdita del giudizio e per la sua sozzura cadde sotto se stesso, quello, che invece l’angelo liberò, ebbe la mente rapita nella contemplazione, e cioè fuori di se, e per questo fu sopra di se stesso. Tutti e due perciò ritornarono in se stessi, l’uno quando riprese il senno per lo sbaglio dell’accaduto, l’altro dal culmine della contemplazione tornò a ciò che era stato secondo la conoscenza di tutti. Il venerabile Benedetto in quella solitudine abitò con se stesso in quanto mantenne se stesso entro i confini della coscienza: infatti ogni volta che lo slancio della contemplazione lo rapì in alto lasciò se stesso sotto di se.
Pietro: E’ chiaro ciò che dici, ma, ti prego, dimmi se fu un dovere lasciare quei confratelli, che già aveva preso con se.
Gregorio: Come io credo, o Pietro, i cattivi, quando sono riuniti, devono essere sopportati, se ci sono dei buoni da aiutare. Infatti dove manca completamente il frutto, che si trae dai buoni, allora il lavoro sui cattivi diventa inutile: soprattutto se da vicino vi sono in abbondanza motivi, che concorrono a portare un frutto migliore a Dio. Dunque il santo uomo per guidare chi sarebbe rimasto, se poteva verificare che tutti, senza eccezione, si accanivano contro di lui? E spesso nell’animo dei buoni, cosa che non è da passare sotto silenzio, matura la decisione, allorché considerano il loro sforzo senza frutto, di migrare in altro luogo per una fatica, che dia frutti. Non diversamente agì anche quel grande predicatore, che desiderò morire per vivere in Cristo, per il quale vivere è Cristo e morire un vantaggio, il quale in persona non solo ricercò, a gara, le persecuzioni, ma accese gli altri alla loro sopportazione, e dopo aver sostenuto una persecuzione a Damasco, per poter evadere si procurò un passaggio nelle mura della città, una fune, una cesta e chiese di essere di nascosto messo giù. E che per questo diciamo forse che Paolo abbia avuto paura della morte, che agli stesso afferma di voler raggiungere per amore di Gesù? Avendo egli constatato che in quel luogo vi era un minimo frutto ed una grande fatica, destinò se stesso a una fatica fruttuosa altrove. Il tenace guerriero di Dio, infatti, non volle rimanere prigioniero e cercò un campo di battaglia. Così allo stesso modo, se hai piacere di ascoltarmi, presto saprai che anche il venerabile Benedetto personalmente lasciò tanti insofferenti vivi, quanti in altri luoghi ne risuscitò dalla morte dell’anima.
Pietro: Che sia così, come tu insegni, lo prova il ragionamento ineccepibile e l’appropriata testimonianza riferita. Ma ti prego di tornare al passo del racconto della vita di un così illustre Padre.
Gregorio: Mentre il santo uomo a lungo nella stessa solitudine cresceva per virtù e miracoli, molti furono riuniti in quel luogo da lui al servizio di Dio, cosicché fece costruire lì con l’aiuto del signore Gesù Cristo dodici monasteri, ai quali, designati gli abati, destinò dodici monaci. Trattenne con sé quei pochi, ai quali ritenne di dare, alla sua presenza, una istruzione più completa. Cominciarono a presentarsi da lui anche nobili e devoti della città di Roma e ad affidargli i figli per allevarli al servizio di Dio Onnipotente. In quel tempo anche Evizio diede in consegna Mauro ed il patrizio Tertullo affidò Placido, che erano loro figli di buona speranza. Dal momento che Mauro, che era più giovane tra i due, era più valido nella pratica della virtù, prese ad essere il collaboratore del maestro. Placido, in verità, viveva gli anni con abitudini ancora puerili.

Il monaco dalla mente svagata riportato alla guarigione

In uno dei monasteri che aveva fatto costruire nei dintorni, vi era un monaco, che non sopportava di fermarsi a pregare: ma appena i frati si applicavano alla pratica della orazione, egli si allontanava e con la mente assente si poneva a fare cose terrene e momentanee. Essendo stato questi più volte richiamato dal suo abate, fu condotto presso l’uomo di Dio, che pure personalmente lo rimproverò energicamente della sua stoltezza, ma egli tornato al monastero rispettò il rimprovero dell’uomo di dio per due giorni a malapena.; il terzo giorno infatti, tornato alla sua abitudine, prese ad andare qua e là durante l’orazione. Essendo stata riferita la cosa al servo di Dio dallo stesso abate, che egli aveva insediato, disse: vengo io e personalmente lo correggo. Ed essendo venuto l’uomo di Dio nel monastero stesso ed all’ora stabilita, espletata la recita dei salmi, allorché i frati si erano dati alla orazione, vide che un bambino nero traeva fuori per l’orlo della veste lo stesso monaco, che non riusciva a restare all’orazione. Allora chiese sotto voce allo stesso abate del monastero, di nome Pompeiano, ed al servo di Dio Mauro: vedete voi chi porta fuori questo monaco? Ed essi risposero dicendo: No! Ad essi disse: preghiamo, affinché anche voi vediate a chi vada dietro questo monaco. Dopo aver pregato per due giorni, il monaco Mauro vide, Pompeiano, invece, abate dello stesso monastero non riuscì a vedere. Il giorno successivo, portata a termine l’orazione,l’uomo di Dio, oltrepassato l’oratorio, trovò il monaco che se ne stava fuori, e lo percosse con una verga per la cecità del suo cuore.. Dopo quel giorno il monaco non si lasciò più persuadere oltre dal bambino nero, ma non si mosse più dalla pratica della orazione: e così l’antico nemico non ebbe più autorità sul suo pensiero, come se anch’egli fosse stato colpito con la verga.

L’acqua che fece emergere dalla pietra sulla cima di un monte

Tre dei monasteri che aveva costruiti nella stessa area erano posti su cime scoscese dei monti ed era sempre stato molto faticoso per i frati scendere al lago, perché lì avrebbero dovuto attingere acqua: soprattutto perché da un lato scosceso del monte, per coloro che venivano giù con paura il pericolo era grosso. Riunitisi allora i frati dei tre medesimi monasteri, andarono dal servo di Dio Benedetto, dicendo: per noi è faticoso scendere ogni giorno fino al lago per l’acqua e perciò è necessario spostare i monasteri dal loro posto. Egli, dopo averli teneramente consolati, li congedò e la stessa notte, con il piccolo fanciullo di nome Placido, di cui precedentemente ho fatto menzione, salì fino al sito roccioso e lì pregò a lungo. Terminata la preghiera, mise in quel posto, per indicazione, tre pietre, e ritornò nel suo monastero, mentre tutti lì nulla sapevano. Ed essendo ritornati gli stessi frati qualche giorno dopo per necessità di acqua da lui, disse: Andate e cercate la cima nella quale sono sovrapposte tra loro tre pietre e scavate un poco. Dio onnipotente, infatti, anche in quel cocuzzolo di monte può far scaturire dell’acqua, perché pensa di togliervi la fatica di un tale cammino. Andandosene trovarono la cima del monte, che Benedetto, aveva indicato, già umida. Ed avendo li scavato una pozza, subito si riempì di acqua, che sgorgò con tale abbondanza, che ancora oggi fuoriesce in abbondanza e dalla cima del monte scorre fino ai luoghi più bassi.

Il ferro ripreso dal manico dal profondo dell’acqua

In una altra occasione un Goto, povero di spirito, venne per la pratica monastica: l’uomo di Dio Benedetto lo accolse molto benevolmente. Un giorno dispose che gli fosse dato un arnese di ferro, che per somiglianza alla falce, viene detto falcetto, affinché strappasse i rovi da un posto, dal momento che in quel luogo doveva approntarsi un orto. Il posto,però, che il Goto aveva preso per pulirlo, era posto sulla stessa riva del lago. Mentre il goto tagliava, con lo sforzo di tutto il suo vigore, la parte più densa dei rovi, il ferro, scappato dal manico, cadde nel lago, dove tanta era la profondità delle acque, che non vi era alcuna speranza di riprendere l’arnese. E così, perso il ferro, il goto spaventato si recò da Mauro: denunciò il danno provocato e chiese la pena per il suo sbaglio. Il monaco Mauro, però, si preoccupò di riferire subito il fatto al servo di Dio. L’uomo di Dio Benedetto, sentendo ciò, si portò sul posto: prese dalla mano del Goto il manico e lo immerse nel lago: anche il ferro risalì subito dal profondo, e si incastrò nel manico. Egli rese l’arnese subito al Goto, dicendo: suvvia lavora e non rattristarti.

Mauro, suo discepolo, cammina a piedi sulle acque

Un giorno, mentre il venerabile Benedetto, se ne stava nella sua cella, Placido, il predetto fanciullo, monaco del santo uomo, uscì ad attingere acqua dal lago: facendo cadere incautamente il recipiente, che aveva tenuto, anch’egli lo seguì cadendo: l’acqua subito dopo lo prese e lo trasportò dentro quasi come il guizzo di una sola freccia. L’uomo di Dio, però, che stava dentro la cella, subiti ebbe conoscenza del fatto e chiamò prontamente Mauro, dicendo: Fratello Mauro corri, perché quel fanciullo, che era andato ad attingere acqua è caduto nel lago e l’onda ormai lo trascina lontano. Si verificò un fatto straordinario e unico dopo l’apostolo Pietro! Chiesta infatti la benedizione e ricevutala, Mauro, sollecitato al comando del suo abate, accorse e, pensando di andare per terra, camminò sulle acque fino al posto, in cui il fanciullo era portato dall’onda e lo prese per i capelli, e con passo rapido ritornò. Mauro, appena toccò terra, tornato in se, si voltò indietro e prese coscienza di aver camminato sulle acque e non avendo potuto comprendere come fosse accaduto, sbalordito, si spaventò dell’accaduto. Ritornato dall’abate, riferì il fatto. Il venerabile Benedetto non volle attribuire l’accaduto ai suoi meriti, ma alla obbedienza di lui. Ma a sua volta Mauro affermava che fosse accaduto solo per il suo ordine: che egli non era consapevole nella operazione, che egli aveva compiuto da non cosciente. Ma in questa contesa di scambievole umiltà si inserì come arbitro il fanciullo, che era stato portato via dall’acqua; infatti, diceva: quando ero trasportato dall’acqua vedevo sul mio capo il mantello dell’abate e pensavo che fosse lui stesso a portarmi fuori dall’acqua.
Pietro:Grandi sono le cose che racconti, che saranno utili all’ammaestramento di molti: io però quanto più mi disseto con i miracoli del santo uomo, tanto più ho sete.

Il pane avvelenato gettato lontano per mezzo di un corvo

Quando già quei luoghi, in lungo ed in largo, ardevano nell’amore del signore Dio Gesù Cristo, e molti lasciavano la vita secolare e domavano l’arroganza del cuore sotto il giogo leggero del Redentore, come è abitudine dei cattivi invidiare il buono per quelle virtù, che essi non desiderano conseguire, un presbitero della vicina chiesa, di nome Fiorenzo, nonno del nostro suddiacono Fiorenzo, istigato dalla malizia dell’antico nemico, prese a tendere insidie alle occupazioni del santo uomo ed a far scemare la frequentazione di lui: distoglieva quanti più poteva dalla incontro con lui. Ma vedendo che ormai non poteva contrastare i suoi progressi e che si diffondeva maggiormente l’idea della sua frequentazione, e che molti senza sosta erano chiamati ad uno stato di vita migliore per la stessa diffusione della sua reputazione, acceso sempre più dalle fiamme dell’invidia, prese a peggiorare: desiderava avere la fama della frequentazione del santo, ma non voleva avere una vita esemplare. Costui accecato dalle tenebre della stessa invidia, a tal punto fu tratto da mandare al servo dell’onnipotente Dio un pane avvelenato, come per augurio.
L’uomo di Dio lo ricevette, rendendogli grazie, ma non gli restò ignoto quale male si nascondesse nel pane. In verità all’ora della sua refezione un corvo era solito, dalla vicina selva, accorrere e prendere il pane dalle sue mani. Essendo secondo il solito il corvo venuto, l’uomo di Dio gettò davanti al corvo il pane, che il presbitero gli aveva mandato, e lo comandò dicendo: In nome del signor nostro Gesù Cristo prendi questo pane e gettalo dove non possa essere trovato da alcun uomo. Allora il corvo, aperto il becco, distese le ali, prese a svolazza intorno al pane e a gracchiare come per dire apertamente che voleva ubbidire, ma che tuttavia non poteva adempiere agli ordini. L’uomo di Dio più e più volte gli ordinava dicendo: Prendilo, prendilo tranquillo e gettalo lì, dove non possa essere trovato. Avendo esitato a lungo, alla fine il corvo lo prese col becco, lo sollevò, e si allontanò. Dopo lo spazio di tre ore, gettato il pane ritornò e prese dalle mani dell’uomo d Dio il cibo abituale. Ma il venerabile padre vedendo che l’animo del sacerdote si infiammava contro di lui, si addolorò per lui più che per se stesso. Ma il predetto Fiorenzo, dal momento che non riuscì ad uccidere il corpo del maestro,si infiammò per distruggere le anime dei discepoli, al punto che nell’orto della cella, in cui si trovava Benedetto, mandò innanzi ad essi sette ragazze nude, che, tenendosi reciprocamente le mani, divertendosi a lungo, infiammassero la loro mente alla perversità della libidine. Il santo uomo, vedendo ciò dalla cella, e temendo per i discepoli ancora giovani la rovina, pensando che ciò accadesse per una persecuzione contro lui solo, diede spazio all’invidia, organizzò tutti gli oratori, che aveva costruito, preposti dei superiori, aggiunti i fratelli, e presi pochi monaci con se, cambiò la permanenza del posto. E in breve l’uomo di Dio umilmente evitò l’odio di lui, Dio Onnipotente lo colpì in modo terribile. Infatti, allorché il predetto presbitero, stando sul terrazzo, apprese che Benedetto si era allontanato e ne esultava, pur restando stabile tutta la struttura della casa, cadde il terrazzo in cui stava e schiantandosi a terra uccise il nemico di Benedetto. Il discepolo dell’uomo di Dio, di nome Mauro, pensò che fosse necessario riferire subito l’accaduto al venerabile Benedetto, che distava dal posto non più di dieci miglia, dicendo: torna indietro, perché il presbitero, che ti perseguitava è morto! Udendo ciò l’uomo di Dio Benedetto, si diede a gravi lamenti, sia perché il nemico era morto, sia perché il discepolo aveva esultato per la morte del nemico. Per la qual cosa accadde che imponesse al discepolo una penitenza, perché riferendo l’accaduto, aveva pensato di rallegrarsi della morte del nemico.
Pietro: le cose che dici sono meravigliose e tali da stupire molto. Infatti, nell’acqua tratta dalla pietra vedo Mosè; nel ferro, che, per vero, ritornò dal profondo delle acque vedo Eliseo; nel cammino sulle acque vedo Pietro; nell’obbedienza del corvo vedo Elia; nel dolore per la morte del nemico vedo David. A mio giudizio, quest’uomo fu ricolmo dello spirito di tutti i giusti.
Gregorio: L’uomo di Dio Benedetto, o Pietro, ebbe lo spirito di quel solo, che mediante la grazia della accordata redenzione, ricolmò i cuori di tutti gli eletti, del quale Giovanni dice: era la luce vera, che illumina ogni uomo, che viene in questo mondo! Di lui è anche scritto: noi tutti abbiamo preso dalla sua pienezza. Infatti i santi uomini di Dio poterono avere i poteri dal Signore, ma non darli anche ad altri. Ha dato ai seguaci i segni del potere solo chi promise che avrebbe offerto ai nemici il segno di Giona, concedendo di morire davanti ai superbi e di risorgere davanti agli umili: perché gli uni vedessero ciò che avevano messo alla prova e gli altri ciò che avrebbero dovuto amare con venerazione. Da questo mistero è scaturito che mentre i superbi vedono, della morte, un aspetto miserabile, gli umili vedono la gloria del Signore nei confronti della morte.
Pietro: ti prego, dopo questi avvenimenti, di farmi conoscere in quali luoghi il santo uomo sia emigrato, e se abbia anche lì mostrato i suoi poteri.
Gregorio: il santo uomo, emigrando in altri luoghi, non cambiò nemico. Infatti, in seguito sostenne tanti più gravi conflitti, in quanto trovò lo stesso maestro di malizia, che lo combatteva in modo aperto. Un paese, che si chiama Cassino, è posto nel versante di un alto monte. Questo monte accoglie l’abitato come in un ampio seno, ma, ergendosi in alto per tre miglia, protende la vetta al cielo: lì vi era un antichissimo tempio, nel quale, secondo gli usi degli antichi gentili, dallo sprovveduto popolo della campagna, era venerato Apollo. Nei dintorni crescevano boschi sacri ai demoni, nei quali ancora a quei tempi una folle moltitudine di infedeli si dava con fatica a sacrifici sacrileghi. Giungendo dunque lì l’uomo di Dio infranse l’idolo, gettò a terra l’altare, incendiò i boschi, e, nello stesso tempio di Apollo, costruì l’oratorio di san Martino, e dove era l’altare dello stesso Apollo costruì la cappella di san Giovanni e chiamava alla fede, con una costante predicazione, la moltitudine che abitava nei dintorni. Ma, non sopportando questo senza reagire, l’antico nemico, apertamente o in sogno, ma in figura chiara, si presentava davanti agli occhi dello stesso padre, e con grandi rumori si lamentava di subire violenza, al punto che udivano la sua voce anche i frati, anche se non vedevano affatto la sua figura. Quando, infatti, il venerabile padre raccontava ai suoi discepoli, l’antico nemico si mostrava ai suoi occhi terrificante e ardente, e sembrava infierire con la bocca e gli occhi fiammeggianti contro di lui. Ormai tutti ascoltavano quello che diceva: prima, infatti, lo chiamava per nome. Non rispondendo affatto l’uomo di Dio, presto prorompeva in contumelie contro di lui. Infatti, chiamandolo, diceva. Benedetto, Benedetto! E non vedendolo rispondere in alcun modo, subito aggiungeva: Maledetto, non Benedetto, cosa hai contro di me? Perché mi perseguiti? Ma ora proprio bisogna rivolgere l’attenzione ai nuovi duelli dell’antico nemico contro il servo di Dio, al quale per sua esclusiva volontà egli fece guerra, e però, suo malgrado, gli offrì occasioni di vittoria.

Un masso spostato per mezzo della sua preghiera

Un giorno mentre i frati costruivano le pareti della sua cella, giaceva nel mezzo una pietra che decisero di alzare nell’edificio. Non riuscendo a spostarla due o tre frati, se ne aggiunsero parecchi altri, ma quella rimase così immobile, come se fosse tenuta in terra sino alle radici ed apertamente fu dato comprendere che sopra il masso, che le mani di tanti uomini non potevano smuovere, sedesse proprio in persona l’antico nemico Valutata perciò la difficoltà, fu mandato a dire all’uomo di Dio di venire, e di scacciare pregando il nemico, affinché avessero potuto sollevare la pietra. Egli presto venne e mentre portava a termine l’orazione diede la benedizione, e la pietra fu sollevata con tanta rapidità, come se prima non avesse avuto alcun peso.

L’incendio immaginario della cucina

Allora, si decise di scavare la terra, al cospetto dell’uomo di Dio, nello stesso posto. Scavandola, mentre si andava in profondità, i frati trovarono lì un idolo di bronzo. Gettatolo, per caso, nella imminenza, in cucina si vide all’improvviso il fuoco uscire e davanti agli occhi di tutti i monaci apparve che tutte le pareti della cucina venissero consunte. Gettando acqua e strepitando nello spegnere il fuoco, accorse l’uomo di Dio, richiamato proprio dal tumulto. Egli avendo compreso che il fuoco era negli occhi dei frati, ma non nei suoi, chinò immediatamente il capo per pregare e richiamò i frati che aveva trovati illusi dal fuoco immaginario.

I monaci che presero cibo contro la regola

Era anche costume del monastero che, ogni qualvolta i frati uscivano per dare qualche risposta, non prendessero cibo e bevanda. Essendovi osservanza fedele intorno alla pratica della regola, un giorno dei frati uscirono per una comparsa, nella quale furono costretti a trattenersi per un tempo più lungo. Essi sapevano di potersi fermare presso una pia donna, ed entrati nella sua abitazione presero cibo. Più tardi essendo poi tornati al monastero, chiesero secondo l’uso la benedizione dell’abate. Ed egli subito li interrogò dicendo: dove avete mangiato? Essi risposero dicendo: in nessun luogo! Egli disse loro: perché mentite così? Non siete forse entrati nella abitazione di quella tale donna? Non avete forse preso questo e quel cibo? Non avete forse bevuto tanti bicchieri? Avendo il venerabile abate ricordato loro sia l’ospitalità della donna, sia il genere dei cibi, sia il numero delle bevute, riconoscendo tutto ciò che avevano fatto, intimoriti caddero ai suoi piedi e confessarono di aver sbagliato. Anch’egli subito li perdonò pensando che non lo avrebbero più commesso quando egli era assente, sapendolo essi presente in spirito.

L’uomo di Dio scopre che il fratello del monaco Valentiniano ha mangiato in viaggio

Anche il fratello del monaco Valentiniano, di cui ho parlato in precedenza, era un uomo laico, ma religioso. Egli, per ricevere la benedizione del santo e per rivedere suo fratello, a digiuno, ogni anno aveva l’abitudine di venire dal suo posto al monastero. Un giorno dunque mentre viaggiava verso il monastero, si aggiunse a lui un altro viandante, che portava cibo da prendere durante il viaggio. Essendosi ormai l’ora fatta tarda, disse: Vieni fratello, prendiamo cibo, per non stancarci in strada. A lui egli rispose: non sia mai, fratello, non posso farlo perché ho l’abitudine di venire sempre digiuno dal venerabile abate Benedetto. Avuta tale risposta, sul momento il viandante tacque. Ma avendo fatto, dopo, un altro piccolo percorso, di nuovo lo invitò a mangiare. Egli non volle accettare, perché aveva deciso di arrivare digiuno. Colui, che lo aveva invitato a mangiare, stette zitto e accettò di camminare digiuno con lui per un poco. Ma compiendo un cammino più lungo e l’ora tarda, in viaggio, affaticandoli, trovarono durante il cammino un prato ed una fonte, e tutto ciò che sembra piacevole per ristorare il corpo. Allora il viandante dice: Ecco l’acqua, ecco il prato, ecco un luogo ameno, in cui possiamo rifocillarci e riposarci un poco, per poter finire poi il nostro viaggio incolumi. Essendo le parole piacevoli per le orecchie ed i luoghi per gli occhi, convinto da questo terzo invito, acconsentì e mangiò: nell’ora del tramonto in verità giunse al convento. Fu subito portato in presenza del venerabile abate Benedetto, al quale chiese la benedizione. Ma il santo uomo subito gli rimproverò ciò che aveva fatto durante il viaggio, dicendogli: Perché, fratello, il nemico maligno, che ti parlò per mezzo del tuo viandante, una volta non è riuscito a convincerti, un’altra volta non vi è riuscito, la terza volta ti ha convinto e ti ha vinto in ciò che voleva? Allora egli riconoscendo il difetto della sua mente instabile, gettatosi ai suoi piedi, tanto più prese a piangere la sua colpa ed a vergognarsi, in quanto capì di aver sbagliato davanti agli occhi di san Benedetto, anche se il santo era lontano.
Pietro: io vedo che nel cuore del santo uomo abitava lo spirito di Eliseo, che, pur lontano, era alla presenza del suo discepolo.

Un trucco da re

Gregorio: E’ necessario, Pietro, che tu taccia un poco, perché possa conoscere cose ben maggiori. Ai tempi dei Goti, infatti, avendo il loro re Totila sentito che il santo uomo aveva lo spirito della profezia, si diresse al suo monastero e si fermò poco lontano, facendogli sapere che sarebbe andato da lui. Essendogli stato fatto subito sapere dal monastero di andare, il re, siccome era di mente perfida, provò di scoprire se l’uomo di Dio avesse lo spirito della profezia. Un tale suo scudiero di nome Riggio, al quale diede i suoi calzari, e che fece vestire delle vesti regali, fu comandato di recarsi dall’uomo di Dio in sua vece. Al suo seguito mandò tre conti, che fra gli altri a lui erano più vicini, e cioè Vulderico, Roderico e Blindino, acciocché davanti, agli occhi del servo di Dio, simulando la presenza del re Totila in persona, camminassero al suo fianco. Aggiunse anche altre onorificenze e scudieri, affinché tanto per le onorificenze che per le vesti di porpora si credesse che fosse il re.
Quando Riggio entrò nel monastero, adornato di vesti, accompagnato dalla numerosa presenza del seguito, l’uomo di Dio era seduto lontano. Vedendolo, che entrava, quando ormai poteva essere sentito da lui, esclamò dicendo: deponi figlio, deponi quello che indossi: non è tuo. Raggio immediatamente cadde a terra e si spaventò per aver presunto di illudere un tale uomo: anche tutti quelli, che con lui erano venuti dall’uomo di Dio, si gettarono a terra costernati. Quando si rialzarono non ebbero il coraggio di avvicinarsi a lui, ma ritornati dal loro re, sbigottiti riferirono quanto rapidamente erano stati scoperti. Il re Totila allora venne personalmente dall’uomo di Dio: vedendolo da lontano, mentre era seduto, non osò avvicinarsi, ma si prosternò a terra. Avendogli l’uomo di Dio detto due e tre volte detto: alzati, e non osando egli levarsi da terra davanti a lui, Benedetto, servo del signore Gesù Cristo, in persona ebbe la compiacenza di avvicinarsi al re prostrato. Lo fece sollevare da terra e lo rimproverò delle sue azioni e con brevi comunicazioni gli predisse tutto quello che gli sarebbe accaduto, dicendo: vai compiendo moti mali e molti mal hai compiuti, tienti lontano una buona volta dalla malvagità. In verità tu stai per entrare in Roma, per prendere il mare, regnerai nove anni e nel decimo anno morirai. Ascoltate quelle parole il re fu terribilmente impaurito, e chieste preghiere per lui, si allontanò, e da quella circostanza si comportò in modo meno crudele. Non molto tempo dopo si portò a Roma e proseguì in Sicilia: nel suo decimo anno di regno, per volontà di Dio, perse i regno e la vita.
Inoltre il vescovo di Canosa aveva l’abitudine di recarsi presso lo stesso servo di Dio, al quale era molto affezionato per le azioni meritevoli della sua vita. Questi dunque avendo un colloquio con lui intorno all’ingresso del re Totila e alla distruzione della città di Roma, disse: La città di Roma sarà distrutta per colpa di questo re, tanto da non essere più abitata in seguito. L’uomo di Dio gli rispose: Roma non sarà sterminata da popolazioni, ma dalle bufere, dai fulmini, dagli uragani, e dai terremoti: sarà contaminata per se stessa. Le predizioni di questa profezia sono diventate di una luce chiarissima per noi, che vediamo in questa città le mura distrutte, le case abbattute, le chiese distrutte dal turbine, e vediamo i suoi edifici, decrepiti per vetustà, perché sono guastati dalle sempre crescenti rovine. Sebbene Onorato, suo discepolo, per la cui informazione conosco il fatto, assicura di non aver mai sentito dalla bocca di lui questo, ma afferma di averlo detto perché gli era stato riferito dai frati.

Il chierico liberato dal demonio

In quello stesso tempo un chierico della chiesa di Aquino era straziato dal demonio ed era stato inviato dal venerabile Costanzo, suo vescovo, in molti luoghi di martiri, per essere guarito. Ma i santi martiri non vollero concedergli il dono della sanità, perché fosse manifesto quanta grazia fosse in Benedetto. Fu condotto dunque presso Benedetto, servo dell’onnipotente Dio, il quale rivolgendo suppliche al signore Gesù Cristo, prontamente cacciò l’antico nemico dall’ossesso. Risanato, il santo lo ammonì dicendo: va, e dopo quanto accaduto non mangiare carne, non ardire anche di accedere mai al sacro ordine; in qualunque giorno oserai ricevere l’ordine sacro, sarai consegnato nuovamente in balia del diavolo. Il chierico dunque si allontanò guarito e proprio perché una pena fresca suole spaventare l’animo, mantenne fede alle prescrizioni dell’uomo di Dio. Dopo molti anni, però, essendo, veramente, fuoriusciti da questa luce tutti i più anziani di lui, e vedendo che i più giovani erano preposti a lui nei sacri ordini, trascurò, come se avesse dimenticato il fatto per il lungo tempo, le parole dell’uomo di Dio e accedette al sacro ordine: il diavolo, che lo aveva lasciato, presto lo riprese e non cessò di straziarlo, fino a che esalò il respiro. Pietro: questo uomo di Do, come osservo, ha penetrato i segreti della divinità, se previde il chierico dato in balia del demonio, per impedirgli di accedere al sacro ordine.
Gregorio: Per quale ragione colui che osserva i precetti della divinità non può scrutare i secreti della divinità, se è scritto: chi si unisce al Signore, forma un solo spirito?
Pietro: se chi si unisce al signore forma un solo spirito con lui, cosa significa ciò che lo stesso illustre predicatore altrove dice: Chi ha conosciuto il pensiero del signore, o chi è stato suo consigliere? Non sembra infatti essere molto logico ignorare il pensiero di colui con il quale forma un solo spirito.
Gregorio: I santi uomini, in quanto sono con il Signore una cosa sola, non ignorano il pensiero di Dio. Infatti lo stesso apostolo dice: Chi degli uomini, infatti, conosce le cose degli uomini, se non lo spirito dell’uomo, che è in lui? Così nessuno conosce le cose che sono di Dio, se non lo spirito di Dio. E per dimostrare di aver conosciuto le cose di Dio, aggiunse: Noi infatti non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo spirito che viene da Dio. E lì nuovamente dice: Ciò che l’occhio non vede, l’orecchio non ascolta e il cuore dell’uomo non percepì, sono quelle cose che Dio preparò per coloro che lo amano. A noi però lo rivelò Dio per mezzo del suo spirito.
Pietro: Se dunque al medesimo apostolo per mezzo dello spirito di Dio furono rivelate le cose di Dio, come mai fece precedere l’argomento da me posto, dicendo: o profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! Come sono incomprensibili i suoi giudizi, e imprescrutabili le sue vie! Ma mentre chiedo queste cose, mi spunta un'altra domanda. Infatti il profeta David parla al signore dicendo: con le mie labbra ho proclamato tutti i giudizi della tua bocca! E sebbene il conoscere sia meno che il proclamare, perché Paolo afferma essere incomprensibili i giudizi di Dio, mentre David afferma non solo di averli conosciuti, ma di averli anche pronunciati con le labbra?
Gregorio: ho risposto in precedenza ad ambedue le questioni, anche se brevemente, allorché ho detto che i santi uomini, quando sono una cosa sola con il signore, non ignorano il pensiero del signore. Tutti quelli, infatti, che seguono con devozione il Signore, sono per devozione con Dio, ma quando sono gravati dal peso della carne corruttibile non sono con Dio. Conoscono gli occulti propositi di Dio, quando sono uniti a lui; ma quando sono staccati da lui, non possono conoscerli. Quando non sono ancora addentro perfettamente ai suoi secreti, affermano che i suoi disegni sono imperscrutabili. Quando però con la mente si uniscono a lui, e in questa unione, o con la sacra scrittura o con rivelazioni occulte, conoscono, nella misura in cui ricevono, conoscono queste cose e le proclamano. Pertanto non conoscono i disegni, che Dio tace, conoscono le cose di cui Dio parla. Per questo quando il profeta David disse: “con le mie labbra ho proclamato tutti i giudizi”, subito aggiunge: “della tua bocca”, come se volesse apertamente dire: io ho potuto conoscere e proclamare i giudizi, che sapevo che tu mi avevi rivelato. Infatti tu nascondi senza dubbio ai nostri ragionamenti ciò che tu stesso non riveli. Concordano pertanto sia l’affermazione del profeta che dell’apostolo, perché i giudizi di Dio sono imperscrutabili, ma tuttavia quelli che escono dalla sua bocca, vengono proclamati da labbra umane, perché possono essere conosciuti dagli uomini quelli manifestati da Dio, ma quelli non rivelati non possono essere conosciuti. Pietro: criticando la mia povera questione è venuta alla luce il fondamento della ragione. Ma ti prego, vi sono altri eventi intorno alla virtù di questo uomo, prosegui.

La profezia della distruzione del suo monastero

Era stato convertito dalla esortazione del medesimo padre Benedetto, un uomo nobile di nome Teoprobo, che per buon costume di vita aveva la fiducia della familiarità presso di lui. Questi, un giorno essendo entrato nella sua stanza, trovò il santo che piangeva molto amaramente. Avendo atteso a lungo e vedendo che non cessava di piangere, e non essendo abitudine dell’uomo di Dio piangere durante la preghiera, ma solo lamentarsi, chiese quale fosse la causa di tanto pianto. L’uomo di Dio immediatamente gli rispose: tutto questo monastero, che ho costruito, e tutto quello che ho approntato per i frati, per volere dell’onnipotente Dio, sarà esposto alla mercé delle popolazioni. Sono riuscito appena ad ottenere che per me le persone si ritrassero da questo luogo. Teoprobo sentì allora la parola di lui, noi invece, che sappiamo il monastero distrutto da poco dalla popolazione longobarda, verifichiamo. Di notte, infatti, e mentre i frati riposavano, non molto tempo fa lì sono g entrati i Longobardi, i quali rapinando ogni cosa, non poterono sorprendere lì nemmeno un uomo. Il signor Onnipotente mantenne ciò che aveva promesso al fedele servo Benedetto, lasciando alla mercé della gente i beni, salvando le anime. In questa circostanza credo che Benedetto abbia subito la vicissitudine di Paolo,la nave del quale, mentre andò incontro alla perdita di tutto il carico, egli a consolazione ottenne la vita di tutti quelli, che lo accompagnavano.

Il fiascone del serpente

Una volta il nostro Esilarata, che tu hai conosciuto da converso, fu mandato dal suo padrone per portare nel convento all’uomo di Dio due recipienti di legno, che vengono detti volgarmente fiasconi, pieni di vino. Egli ne consegnò uno, mentre l’altro, andando avanti nel cammino, lo nascose. L’uomo di Dio, però, al quale gli eventi, cui non era presente, non potevano restare sconosciuti, ne ricevette uno solo con i ringraziamenti, ma ammonì il ragazzo che si allontanava dicendo: Vedi, figliolo, di non bere da quel fiascone, che hai nascosto, ma piegalo cautamente e troverai quello che c’è dentro. Quegli, molto confuso uscì dalla vista dell’uomo di Dio. Ma ritornato, volendo provare ciò che aveva udito, avendo piegato il fiascone, ne uscì immediatamente un serpente. Allora il predetto giovane Esilarato, per ciò che aveva trovato nel vino, si ritrasse spaventato dal male che aveva compiuto.

I fazzoletti donati dalle serve di Dio

Non lontano dal monastero vi era un villaggio nel quale una non piccola moltitudine di uomini era stata convertita per opera di Benedetto dal culto degli idoli alla fede di Dio. Lì c’erano anche alcune donne di illibati costumi e spesso il servo di Dio Benedetto si preoccupava di inviare lì dei fratelli per spronare le anime. Un giorno, secondo costume, mandò un monaco. Il monaco però, dopo aver compiuta la predicazione, pregato dalle venerabili donne ricevette dei fazzoletti, e li nascose nel petto. Rientrato poco dopo, l’uomo di Dio con grandissima amarezza prese a rimproverarlo, dicendo: Come è potuta entrare la iniquità nel tuo petto? Ma quello si meravigliò e dimentico di ciò che aveva fatto, non comprendeva perché fosse rimproverato. Il santo dice al monaco: forse che non ero presente quando hai ricevuto dei fazzoletti dalle serve di Dio, e te li sei messi in petto? Il monaco, caduto subito ai suoi piedi, si pentì di aver agito stoltamente e gettò via i fazzoletti, che nascondeva nel petto.

Un pensiero di superbia, scoperto dal santo

Un giorno mentre il venerabile padre, nell’ora vespertina avanzata, assumeva gli alimenti del corpo, era presente un suo monaco, figlio di un tale procuratore, il quale teneva la lucerna per lui davanti alla tavola. Mentre l’uomo di Dio mangiava, costui però pur stando in piedi per la lucerna, silenzioso prese a sconvolgersi nella mente per spirito di superbia e nei pensieri, dicendo: Chi è costui, che assisto mentre sta mangiando, gli tengo la lucerna e gli presto servizio? Chi sono io, per servire costui? L’uomo di Dio, subito rivolto a lui, lo prese a rimproverare aspramente, dicendo: fatti il segno sul cuore, fratello! Cosa è che stai rimuginando? Fatti il segno sul cuore. Chiamati subito i frati, ordinò che gli fosse tolta dalle mani la lucerna e dispose che quello fosse allontanato dal servizio e di farlo sedere tranquillamente al suo posto. Richiesto poi dai frati cosa nascondesse nel cuore, raccontò, per ordine, di quanto spirito di superbia si era gonfiato e quali parole diceva contro l’uomo di Dio nel silenzio del pensiero. Allora manifestamente fu chiaro che nulla poteva essere nascosto al venerabile Benedetto, nel cui orecchio risuonavano anche le parole del pensiero.

La farina trovata, in tempo di carestia, davanti al monastero

In una altra occasione nella medesima regione Campania la carestia incombeva, e la grande penuria di alimenti affliggeva tutti. Da tempo nel monastero di Benedetto mancava il grano: i pani erano stati consumati quasi tutti, tanto che non più di cinque se ne potevano trovare per i frati all’ora della refezione. Il venerabile padre vedendoli rattristati, pensò di correggere la loro pusillanimità con un modesto rimprovero, ma anche di sollevarli con una promessa, dicendo: Per quale motivo il vostro animo si rattrista per la mancanza di pane? Oggi è vero che è poco, ma domani ne avrete in abbondanza. Il giorno seguente, infatti, furono trovati duecento moggi di farina, in sacchi, davanti all’ingresso del convento. Ancora oggi sono sconosciuti coloro che li avevano recati, che l’onnipotente Dio aveva mandati. I frati vedendo ciò, rendendo grazie a Dio, impararono a non dubitare, anche nella indigenza, della abbondanza.
Pietro: Dimmi, ti prego: c’è forse da credere che questo servo di Dio abbia sempre avuto il dono della profezia? O lo spirito della profezia s’impossessò della sua mente ad intervalli ti tempo?
Gregorio: Lo spirito della profezia, o Pietro, non sempre illumina le menti dei profeti: Dello Spirito santo sta scritto: soffia dove vuole, così bisogna ammettere che spiri quando vuole. Da questo, infatti, si spiega che Nathan, richiesto dal re se poteva costruire il tempio, prima gli diede il consenso e poi lo proibì. Da questo si spiega che Eliseo, vedendo una donna piangere, e non conoscendone la ragione, diceva al ragazzo che la tratteneva: “lasciala, perché la sua anima è nella amarezza e il signore mi tiene nascosta la causa e non me l’ha rivelata”. L’onnipotente Dio dispone tutto secondo i piani della sua grande pietà: talvolta dona lo spirito della profezia e talvolta lo toglie ed innalza le menti dei profeti nell’immensità, e li conserva nella umiltà, affinché, quando ricevono lo spirito della profezia, capiscano che ciò viene da Dio, e poi, quando non possiedono lo spirito della profezia, capiscano ciò che viene da loro stessi.
Pietro: la logica attesta che sia così come tu asserisci. Ma, ti prego, continua a raccontare qualunque cosa ti ricordi intorno al venerabile padre Benedetto.

La costruzione del monastero di Terracina

In una altra circostanza fu richiesto da un religioso uomo di mandare dei frati e di far costruire in un suo campo, nei pressi della città di Terracina, un monastero. Avendo dato il suo assenso al richiedente, scelti i frati, indicò l’abate e chi fra loro doveva essere il secondo. A color che andavano promise dicendo: andate e un tale giorno io verrò e vi mostrerò in quale sito dovete costruire l’oratorio, in quale il refettorio, in quale la foresteria, e quant’altro è necessario. Presa la benedizione, subito si avviarono, e, restando in grande attesa del giorno stabilito, prepararono tutto ciò che sembrava necessario per quelli che sarebbero venuti con tale padre. Nella notte, però, in cui prendeva la luce il giorno promesso, l’uomo di Dio, apparve in sogno a quel servo di Dio, che aveva disposto come abate lì, ed al suo preposto e indicò dettagliatamente i singoli luoghi, dove ogni cosa doveva costruirsi. Essendosi levati l’un o e l’altro dal sonno, si riferirono l’un l’altro ciò che avevano sognato. Non dando però quella visione alcun affidamento, aspettavano l’uomo di Dio, così come aveva promesso. Non essendosi presentato l’uomo di Dio nel giorno stabilito, ritornarono da lui con dispiacere, dicendo:Ti abbiamo aspettato, padre, come tu avevi promesso, per mostrarci dove dovevamo costruire ogni cosa, e non sei venuto. Ad essi rispose: Perché, fratelli, perché dite queste cose? Forse che, come promesso, non sono venuto? Dicendogli essi: quando sei venuto? Rispose: non sono apparso, ad ambedue, mentre dormivate e vi ho indicato i singoli siti? Andate, e come avete sentito in visione, costruite così ogni locale del monastero. Sentendo queste cose, presi da forte ammirazione, ritornarono nel predetto campo e costruirono tutti i locali come avevano appreso dalla rivelazione.
Pietro: vorrei capire per quale potere poté accadere che si recasse lontano, desse una disposizione a degli addormentati, che ascoltarono in sogno e la ricordassero.
Gregorio: Perché, Pietro, mentre rimugini col pensiero metti in dubbio la serie degli eventi? E’ assolutamente certo che lo spirito è di natura più volubile del corpo. Sappiamo anche in modo certo, secondo la sacra scrittura, che il profeta (Abacuc) dalla Giudea, sollevato improvvisamente, fu trasportato nella Caldea con la colazione, con la quale ristorò il profeta (Daniele) e si ritrovò di nuovo improvvisamente in Giudea. Se dunque, in un momento, Abacuc poté recarsi con il corpo tanto lontano per portare una colazione, perché meravigliarsi se il padre Benedetto ottenne che, viaggiando però con lo spirito e spiegando agli spiriti dei frati che dormivano quanto necessario, come quello viaggiò materialmente per portare il cibo del corpo, così anch’egli viaggiasse, spiritualmente, per l’istituzione della vita spirituale?
Pietro: la mano della tua parola, lo confesso, mi ha tolto il dubbio della mente, e però vorrei conoscere come fu questo uomo nel parlare ordinario.

Le monache loquaci

Il comune parlare (di Benedetto), o Pietro, raramente era privo della forza della virtù, perché avendo innalzato il suo cuore a cose eccelse, giammai uscivano dalla sua bocca parole inutili. Se talvolta diceva qualcosa, non già per giudicare, ma per dare ammonimenti, il suo discorso aveva tanta efficacia da esprimere sempre una ferma risoluzione e non un parere dubbio ed incerto. Lontano dal suo monastero, infatti, due donne venerabili, nate da nobile famiglia, conducevano l’esistenza in una propria abitazione. Ad esse prestava servizio per le esigenze di fuori un pio uomo. Ma come per alcuni la nobiltà dei natali suole cedere alla volgarità della mente, tanto che coloro che ricordano di essere stati qualcosa più di altri, in questo mondo si disprezzano meno, così le due donne venerabili non avevano ancora imprigionato appieno la lingua sotto il freno dell’abito loro, e spesso con incaute espressioni spingevano all’ira il pio uomo, che prestava il proprio servizio per le esigenze esteriori. Avendo questi tollerato a lungo la situazione, si recò dall’uomo di Dio e raccontò quante contumelie di parole dovesse sopportare.
L’uomo di Dio, sentendo queste cose di loro, prontamente lo mandò ad esse dicendo: “Frenate la vostra lingua, perché se non vi correggerete, vi privo della comunione”. Inviò la proposta di scomunica, non pronunciandola, ma volendo richiamare la loro attenzione. Quelle, però, senza aver cambiato per nulla le vecchie abitudini, entro pochi giorni morirono e furono sepolte nella chiesa. Quando, però, in quella chiesa si celebravano i riti solenni della messa, e il diacono, secondo l’uso, gridava: “se qualcuno non si comunica, esca”, la loro nutrice, che aveva l’abitudine di fare offerte al signore per esse, le vedeva venire dai loro sepolcri ed uscire dalla chiesa. Vedendo spesse volte che al grido del diacono uscivano fuori e non potevano restare nella chiesa, le tornò alla memoria quel che l’uomo di Dio, quando ancora erano in vita, aveva loro raccomandato. Infatti aveva detto che le privava della comunione se non avessero corretto le loro abitudini e le espressioni. Allora con grande tristezza fu riferito il fatto al servo di Dio, il quale di sua mano subito diede una offerta, dicendo: andate e fate che sia offerta sia presentata al signore per esse e non saranno più tenute lontano dalla comunione. Dopo che l’offerta fu presentata per esse, e il diacono secondo l’uso gridò che coloro che non si comunicavano uscissero fuori dalla chiesa, quelle non sono state più viste uscire dalla chiesa. Da questo fatto indubitabilmente risultò evidente che avessero ricevuto la comunione dal signore per mezzo del servo del signore, perché non si allontanavano più come quelli che erano privati della comunione.
Pietro: E’ inverosimile che un uomo, per quanto venerabile e santissimo, pur tuttavia ancora fatto di carne corruttibile, abbia potuto assolvere delle anime, ormai presentatesi all’ultimo invisibile giudizio.
Gregorio: Non era forse, o Pietro, ancora in questa carne colui che sentì: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legato anche nei cieli, e ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto anche nei cieli? Possiedono l’autorità per legare e sciogliere coloro che per fede e costumi possiedono l’ufficio del governo di Dio. Il creatore del cielo e della terra è disceso dal cielo, affinché l’uomo avesse autorità in questa terra, e, fattosi carne per gli uomini, si è degnato di conferirgli il potere di giudicare la carne anche di coloro che sono già spiriti. La nostra infermità, da questo evento, è stata innalzata al di sopra di se stessa, proprio perché la natura di Dio si è umiliata al di sotto di se stesso.
Pietro: la logica delle tue parole si esprime in armonia con la virtù dei prodigi.

La fuga del giovane monaco

Un giorno un giovane monaco, amando più del dovuto i propri genitori ed essendo uscito dal monastero per raggiungere la loro abitazione senza la benedizione, il giorno stesso, appena giunto da loro morì. Essendo stato sepolto, il giorno successivo il suo corpo fu trovato espulso fuori, per cui si preoccuparono di dargli nuovamente la sepoltura. Ma il giorno seguente fu trovato nuovamente cacciato fuori e senza inumazione, come la prima volta. Allora, concitati, accorrendo ai piedi di san Benedetto, con grande pianto chiesero che si degnasse di concedergli la sua benedizione. L’uomo di Dio, subito, di propria mano diede la comunione del corpo del signore, dicendo: Andate e ponete sul suo petto questo corpo del Signore e dategli sepoltura! Appena ciò fu fatto, la terra trattenne il corpo, che aveva ricevuto e non più lo espulse. Rifletti, Pietro, quali meriti questo uomo aveva presso Gesù Cristo, al punto che anche la terra cacciasse il corpo del monaco, che non aveva le benedizione di Benedetto.
Pietro: Rifletto certamente e mi stupisco profondamente.

Il monaco ed il dragone

Un monaco era stato preso dalla instabilità e non voleva restare nel monastero. Riprendendolo assiduamente l’uomo di Dio e incitandolo frequentemente, ma non acconsentendo in alcun modo di restare nella comunità e insistendo con preghiere inopportune di essere lasciato andare, un giorno il venerabile padre, infastidito da tanta insistenza, sdegnato, gli ordinò di andarsene. Questi, appena uscito dal monastero, trovò un drago che gli stava di fronte con la bocca spalancata. E volendo il drago, che era apparso, divorarlo, il monaco, tremante e scosso prese a gridare dicendo: correte, correte, perché un drago mi vuole divorare. Accorrendo però, i frati non videro nessun drago e ricondussero il monaco tremante e con il cuore in subbuglio nel monastero. Egli promise di non si sarebbe allontanato più dal monastero, e da quella volta perseverò nella sua promessa: per le preghiere del santo aveva visto davanti a se il drago, mentre prima gli andava dietro, senza vederlo.

Il malato di elefantiasi

Non ritengo di dover tacere, il fatto che mi è stato narrato dall’illustre signore Antonio, il quale affermava che un ragazzo di suo padre era stato colpito dalla malattia della elefantiasi, al punto che ormai, caduti i peli, la pelle si gonfiava senza poter nascondere la malattia, che si diffondeva maggiormente. Il ragazzo fu mandato dal padre presso l’uomo di Dio e fu restituito in un attimo alla pristina salute.

Il denaro restituito

E nemmeno posso tacere il fatto che un suo discepolo, di nome Pellegrino, era aduso raccontare. Un giorno, un uomo religioso, oppresso dall’urgenza di un debito, credé di avere un solo rimedio, quello di recarsi dall’uomo di Dio e di rappresentagli l’urgenza del debito, che lo opprimeva. Venne dunque al monastero e trovò il servo dell’onnipotente Dio, e gli raccontò di essere vessato dal creditore per dodici soldi. Il venerabile padre rispose di non avere dodici soldi, ma tuttavia, consolata con affettuose espressioni la sua povertà, gli disse: va e ritorna fra due giorni, perché oggi non c’è quello che ti dovrei dare. In quei due giorni, secondo la sua abitudine, si diede alla preghiera. Quando il terzo giorno tornò colui che era afflitto dall’urgenza del debito, furono trovati improvvisamente sull’arca del monastero, che era piena di grano, tredici soldi. Il venerabile padre dispose che gli fossero portati e li consegnò all’afflitto debitore, dicendo di restituirne dodici e di tenerne uno per le spese. Ma ora torno ai fatti, che ho conosciuto, perché riferiti dai discepoli , che ha nominati all’inizio di questo libro. Un uomo era afflitto dalla competizione di un suo nemico, il cui odio giunse a tal punto da versargli, a sua insaputa, del veleno in una bevanda. Anche se il veleno non arrivò a togliergli al vita, tuttavia gli cambiò il colore della pelle, in modo tale la varietà di pelle diffusa nel suo corpo faceva sorgere il sospetto della lebbra. Condotto però dall’uomo di Dio recuperò al più presto la pristina salute: infatti appena lo toccò scomparve ogni differenza di pelle.

Il recipiente di vetro infrangibile

In quel tempo in cui la Campania era duramente devastata dalla carestia, l’uomo di Dio aveva distribuito tutti gli alimenti del suo monastero a numerosi poveri, tanto che più nulla era rimasto nella dispensa, fuorché una piccola quantità di olio in un recipiente di vetro. In quella circostanza un suddiacono, di nome Agapito, venne chiedendo vivamente che gli fosse dato un poco dell’olio rimasto. L’uomo di Dio, però, che aveva deciso di distribuire tutto in terra, per conservarlo nel cielo, comandò che fosse dato al richiedente tutto quel poco di olio, che era rimasto. Dopo poco avendo chiesto se il suo ordine era stato eseguito, gli viene risposto che il monaco non aveva dato nulla, perché se dava l’olio, non sarebbe rimasto nulla per i frati. Allora adirato, diede ordine agli altri di gettare attraverso la finestra lo stesso recipiente di vetro, in cui sembrava fosse rimasto un poco di olio, acciocché non restasse nel monastero qualcosa, che fosse frutto della disobbedienza. Fu fatto. Sotto quella finestra c’era un ingente precipizio, impraticabile per la grandezza dei sassi. Il recipiente di vetro dunque gettato cadde sui sassi,ma rimase così integro, come se non fosse stato gettato: né il recipiente si ruppe, né l’olio si rovesciò. L’uomo di Dio ordinò di raccoglierlo, e intatto com’era, lo diede al richiedente. Riuniti allora i monaci, rivolse davanti a tutti una paternale al monaco disubbidiente per la diffidenza e per la superbia.

L’anfora vuota riempita di olio

Portata a termine la paternale, l’uomo di Dio si diede con i frati alla preghiera. Nel luogo, in cui pregava con i frati, vi era un’anfora priva di olio con un coperchio. Mentre il santo continuava la preghiera il coperchio dell’anfora prese ad alzarsi, perché l’olio cresceva. Scosso e sollevato il coperchio, olio, che era aumentato, oltrepassando l’orlo dell’anfora, si riversava nel pavimento del posto, in cui era stato collocato. Allorché il servo di Dio Benedetto se ne avvide immediatamente ultimò la preghiera, e l’olio cessò di riversarsi sul pavimento. Allora ancor più ammonì il frate diffidente e disobbediente, affinché imparasse ad avere fiducia ed umiltà. Allora il frate corretto così efficacemente, arrossì: il venerabile padre, infatti, mostrava con miracoli, per grazia dell’onnipotente Dio, la forza del monito, che aveva rivolto. En non vi era più nessuno, che osava mettere in dubbio le sue promesse, perché pin luogo di un recipiente di vetro quasi vuoto aveva restituito l’anfora piena di olio.

Il monaco liberato dal demonio

Un giorno mentre era diretto all’oratorio del beato Giovanni, che è posto nella sommità del monte, gli si fece incontro l’antico nemico sotto l’aspetto di un veterinario, che portava il corno e la tripledica. Avendolo interrogato, dicendogli: dove vai? Quegli rispose: Ecco, sto andando dai frati per dar loro una pozione. E così il venerabile padre si recò a pregare, e ritornò prontamente dopo aver finito. Lo spirito maligno, però, incontrò un monaco tra i più vecchi, che attingeva acqua, ed entrato subito in lui, lo gettò a terra e lo straziò con violenza inaudita. L’uomo di Dio, tornando dalla orazione, vedendolo straziato così crudelmente, gli diede solo uno schiaffo e cacciò subito lo spirito maligno da lui, che non osò più tornare.
Pietro: vorrei sapere se otteneva così tanti miracoli in virtù della preghiera o se talvolta li operava con solo atto della volontà.
Gregorio: Quando la necessità lo richiede, colo che si avvicinano a Dio con mente devota, sono soliti operare miracoli in ambedue le occasioni, cosicché fanno prodigi talvolta con la preghiera, talvolta con il loro potere. Infatti Giovanni dice: tutte le volte, che lo hanno ricevuto, diede ad essi la potestà di diventare figli di Dio. Coloro che sono figli di Dio per potestà, cosa c’è di incredibile se possono fare miracoli per la stessa potestà? Che facciano i miracoli in entrambi i modi, lo attesta Pietro, il quale pregando risuscitò la morta Tebita. Castigandoli consegnò alla morte Anania e Saffira, perché mentivano. Non si racconta infatti che nella loro estinzione Pietro pregava, ma si dice che puniva solo la colpa, che avevano commessa. E’ evidente, allora, che talvolta operano per potere, talvolta in verità con la preghiera, se Pietro a questi tolse la vita rimproverandoli, ed a quello la rese con la preghiera. Ora proprio voglio riferire due fatti del servo di Dio Benedetto, nei quali apertamente si manifesta che uno lo poté fare per potestà ricevuta divinamente, ed un altro con la preghiera.

Il legato agrario

Uno dei Goti, di nome Zalla, pieno di perfidia ariana, ai tempi del re Totila si infiammò contro i religiosi della chiesa cattolica di un ardore di crudeltà così immane che chiunque fra i chierici o i monaci si fosse presentato al suo cospetto, non poteva in alcun modo uscire vivo dalle sue mani. Un giorno acceso dalla cupidigia della sua avarizia, poiché bramava rapinare i patrimoni, mentre torturava un contadino con crudeli tormenti, e lo straziava con i più diversi supplizi, il contadino vinto dalle pene confessò di aver affidato se e il suo patrimonio al servo di Dio Benedetto, nella speranza che il carnefice, se credeva a ciò, sospendesse nel frattempo la tortura e lo riportasse momentaneamente in vita.
Dunque Zalla cessò di affliggere il contadino con i tormenti, ma legandogli le braccia con grosse corde, lo spinse innanzi al suo cavallo, affinché gli mostrasse chi era quel Benedetto, che aveva ricevuto i suoi beni. Il contadino, con le braccia incatenate, precedendolo, lo condusse al monastero del santo uomo, e lo trovò che leggeva seduto davanti all’ingresso del monastero. Il contadino si rivolse a Zalla, che lo seguiva e incrudeliva: Eccolo, questi è il padre Benedetto, di cui ti avevo parlato. Avendolo guardato da una parte con spirito furioso e dall’altra con la follia della sua mente perversa, pensando di ispirargli il terrore che era solito procurare, cominciò a gridare a gran voce, dicendo: “Alzati, alzati e restituisci il patrimonio di questo contadino, che hai preso”. Alla voce di lui l’uomo di Dio immediatamente alzò gli occhi dalla lettura e dopo averlo guardato, rivolse subito dopo l’attenzione al contadino, che era tenuto incatenato.
Appena rivolse gli occhi alle sue braccia, in modo incredibile le corde legate alle braccia presero a sciogliersi con tanta rapidità, che non avrebbero potuto sciogliersi così rapidamente per nessuna agilità umana. Allorché il contadino, che era venuto legato, improvvisamente prese a stare libero, Zalla impaurito per la forza di tanto potere, cadde a terra, e inchinando ai suoi piedi la testa di tanta inumana crudeltà, si raccomandò alle sue preghiere. Il santo uomo, non si levò dalla lettura, ma chiamati i frati, comandò che fosse portato dentro, affinché ricevesse ospitalità. Riportatolo innanzi a lui lo ammonì per farlo desistere dalla follia di tanta crudeltà. Ed il goto abbattuto allontanatosi, non pensò di chiedere più nulla al contadino, che l’uomo di Dio aveva liberato non con le mani ma con lo sguardo. E’ qui, Pietro, quello che ti avevo detto: quelli che servono l’onnipotente Dio in modo fedele, talvolta possono fare miracoli anche per potere. Colui che, infatti, represse, stando seduto, la ferocia del terribile goto, dissolse con gli occhi le corde ed i nodi della legatura, che avevano incatenato le braccia dell’innocente con la stessa celerità del miracolo sta ad indicare che per potestà aveva preso ad avere, ciò che aveva fatto. Ora aggiungerò quale incredibile miracolo poté ottenere con la preghiera.

Il morto risuscitato

Un giorno, dopo che era uscito per coltivare dei campi con in frati, un contadino venne al monastero portando sulle braccia il corpo del figlio defunto e chiese dell’abate Benedetto. Essendogli stato detto che l’abate con i frati stava nei campi, subito pose il corpo del defunto figlio davanti la porta del monastero, e turbato dal dolore si diede subito alla corsa per trovare il venerabile padre. Nello stesso tempo l’uomo di Dio ritornava ormai dal lavoro del campo. Appena il contadino lo vide poco dopo, prese a gridare: “ridammi mio figlio, ridammi mio figlio!” L’uomo di Dio, a quelle parole si arrestò dicendo: “Ti ho forse tolto mai un figlio?” Il contadino gli rispose: “ è morto, vieni, risuscitalo!” Appena il servo di Dio sentì ciò, si rattristò grandemente, dicendo: “calmatevi fratelli, calmatevi; queste non sono cose nostre,ma sono dei santi apostoli. Perché volete imporci pesi, che non siamo in grado di portare?” Ma il contadino, che era tormentato da un incredibile dolore, persistette nella sua richiesta, giurando che non si sarebbe allontanato se non avesse resuscitato il figlio.
Allora il servo di Dio lo interrogò dicendo: “dov’è?” Ed egli rispose: “ecco il suo corpo giace presso la porta del monastero.” Appena l’uomo di Dio giunse lì con i frati, piegò il ginocchio e si pose sopra il piccolo corpo del fanciullo, e sollevatosi rivolse al cielo le mani dicendo: “Signore non guardare i miei peccati, ma la fede di quest’uomo, che chiede che suo figlio sia resuscitato, e restituisci a questo piccolo corpo la vita, che gli hai tolto. Aveva appena finito le parole con la preghiera, e ritornando la vita, il corpo del fanciullo prese a scuotersi in modo tale che sotto gli occhi di tutti i presenti apparve che scosso da tremore pulsasse con straordinario scuotimento. Poco dopo gli prese la mano e lo restituì al padre vivo ed incolume. E’ chiaro, Pietro, che questo miracolo non lo ebbe per potestà, ma perché prostrato chiese di poterlo compiere. Pietro: E’ evidente che tutto accade come affermi: Le cose che affermi le hai provate con i fatti. Ti prego, però, di dirmi se i santi uomini possono compiere tutte le cose, che vogliono, ed impetrano tutte le cose che vogliono ottenere.

La sorella Scolastica

Chi sarà, o Pietro, in questa vita più eccelso di Paolo, che pregò per tre volte il signore intorno al tormento della carne e tuttavia non impetrò ciò che voleva? E’ necessario perciò che io ti narri del venerabile abate Benedetto che c’è stato qualcosa che volle ma non riuscì ad ottenere. Infatti, sua sorella, di nome Scolastica, consacrata all’onnipotente signore fin dal tempo della infanzia, aveva l’abitudine di andare da lui almeno uno volta l’anno. L’uomo di Dio scendeva da lei in una proprietà del monastero, posta non lontana dalla porta. Un giorno venne, secondo abitudine, e il suo venerabile fratello scese fino a lei con i discepoli. E passando tutto il giorno nelle lodi di Dio ed in sacri colloqui, presero cibo quando ormai le tenebre della notte erano imminenti.
Quando ancora erano seduti a mensa ed essendosi fatta, intenti ai sacri colloqui, ora più tarda, la sorella, religiosa donna, lo interrogò dicendo: “ti chiedo di non lasciarmi questa notte, per parlare fino al mattino dei piaceri della vita celeste.” Egli rispose: “Cosa dici, sorella, non posso in nessun caso restare fuori del monastero.”Tanta era poi la serenità del cielo da non vedersi nell’aria alcuna nube. La religiosa donna, avendo sentito le parole del fratello, che rifiutava, pose sopra la tavola la mani intrecciate alle dita. E chinò il capo sulle mani per pregare l’onnipotente signore. E mentre levava il capo dalla tavola, esplose tanta violenza di lampi e tuoni, e una tale bufera di acqua che né il venerabile Benedetto né i frati, che con lui erano, poterono muovere il piede dalla soglia della abitazione, in cui si erano soffermati. La religiosa donna, in verità, chinando il capo sulle mani, aveva sparso fiumi di lacrime sulla mensa, e con esse aveva trasformato la serenità dell’aria in pioggia. La tempesta si scatenò più tardi, seppur di poco, della preghiera, ma fu tale la simultaneità della preghiera e della bufera che ella sollevò il capo dalla mensa proprio con il rimbombo dei tuoni: ci fu un solo ed unico momento tra il sollevare il capo e il precipitare della pioggia. Allora l’uomo di Dio tra i lampi ed i tuoni e la bufera di acqua, vedendo che non poteva tornare al monastero, contrariato prese a lamentarsi, dicendo: “ Ti perdoni, sorella, l’onnipotente Dio; cosa hai fatto?” ed ella rispose: “ ecco io ti ho pregato e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio signore e mi ha sentita. Ora perciò, se puoi, esci. E dopo avermi lasciata torna al monastero.” Non potendo uscire fuori dal tetto, restò contro la sua volontà nel posto in cui non volle restare spontaneamente.
Così accadde che passarono tutta la notte sempre desti, e attraverso sacri colloqui di vita spirituale si saziarono attraverso uno scambievole resoconto di vita. Per questo ho detto che egli volle qualcosa che non poté ottenere, perché se guardiamo la volontà del venerabile uomo, non c’è dubbio che egli avrebbe voluto mantenere la stessa serenità, che vi era quando era sceso dal monastero, ma contro ciò che egli voleva trovò il miracolo, operato da una donna in virtù dell’onnipotente Dio. Ne può meravigliare che una donna, che desiderava vedere a lungo il fratello, in quella occasione contò più di lui: secondo infatti la parola di Giovanni, Dio è amore, e per questa giustissima pronuncia ella poté di più, perché amò di più.
Pietro: Confesso che mi soddisfa molto ciò che dici.

La morte di Scolastica

Essendo il giorno successivo la venerabile donna tornata alla propria abitazione, l’uomo di Dio tornò al monastero. Tre giorni dopo, mentre egli stava nel convento, levati gli occhi al cielo, vide all’improvviso l’anima della sua sorella uscire dal corpo e in forma di colomba penetrare i recessi del cielo, e rallegrandosi di un così grande premio, rese grazie con canti e lodi all’onnipotente Dio, e annunciò ai frati la sua morte. E subito ne mandò alcuni, affinché portassero il suo corpo al monastero e la deponessero nella tomba, che egli aveva preparato per se. Compiuto ciò si verificò che i corpi di quelli che avevano avuto un solo sentimento in Dio, non furono separati nemmeno dalla sepoltura.

Una visione del mondo e l’anima del vescovo di Capua

In un’altra circostanza Servando, diacono ed abate del suo monastero, che era stato costruito da Liberio, un tempo patrizio, in una località della Campania, era venuto, secondo abitudine, per una visita. Egli dunque frequentava il monastero, per trasfondersi vicendevolmente, essendo anch’egli pieno di dottrina della grazia divina, le dolci parole della vita, e per gustare, almeno nel desiderio, il soave cibo della patria celeste, dal momento ch non ancora potevano goderne compiutamente. Essendo ormai vicina l’ora del riposo, Il venerabile Benedetto si mise nelle parti più alte di una torre, mentre il diacono Servando si pose in quelle inferiori: una praticabile scala univa proprio i locali più bassi a quelli più alti. Davanti alla torre c’era una abitazione più ampia, in cui riposavano i discepoli di ambedue.
L’uomo di Dio Benedetto, quando già i frati riposavano, stando sveglio, aveva anticipato i tempi delle preghiere notturne, stando alla finestra, mentre implorava il signore onnipotente, e guardando intorno essendo un’ora profonda della notte, vide che una luce diffusa scacciava tutte le tenebre della notte e risplendeva di tanto splendore, al punto che quella luce, che si radiava nelle tenebre, superava la luce del giorno. A questa vista seguì un fatto molto straordinario: come egli poi narrò, tutto il mondo, come riunito in un solo raggio del sole, fu portato davanti ai suoi occhi. Il Venerabile padre mentre infiggeva l’attento sguardo di fuoco degli occhi in questo splendore di luce abbagliante , vide che l’anima del vescovo di Capua Germano era portata in una sfera di fuoco dagli angeli in cielo. E volendo avere un testimone di un tale miracolo, chiamò il diacono Servando, dopo aver ripetuto due e tre volte il suo nome, a gran voce. Essendo Servando turbato dall’insolito clamore di un tale uomo, salì, guardò e vide solo una piccola parte della luce.
L’uomo di Dio raccontò punto per punto a lui, che si stupiva di tale miracolo, le cose che erano accadute, e subito mandò nella cittadina di Cassino per il pio uomo Teoprobo, affinché la stessa notte si portasse nella città di Capua, sapesse cosa era accaduto al vescovo Germano e lo riferisse. Fu eseguito l’ordine e colui che era stato mandato trovò ormai defunto il vescovo Germano, uomo reverendissimo. Approfondendo le indagini seppe che la sua morte si verificò nello stesso momento, in cui l’uomo di Dio vide la sua ascesa al cielo.
Pietro: Un fatto veramente straordinario e incredibilmente stupendo. Ma quello che è stato detto e cioè che davanti agli occhi di lui sia stato portato tutto il mondo in un solo raggio del sole, non sono riuscito, come mai, a capirlo, così come non riesco a comprendere per quale ordine può accadere che tutto il mondo sia visto da un solo uomo.
Gregorio: Tieni ben presente o Pietro, ciò che sto per dire. Per l’anima che vede il creatore è piccola ogni qualsiasi creatura. Anche se ha visto un poco della luce del creatore, piccolo gli si fa tutto ciò che è stato creato: per la luce stessa della visione celeste il centro della mente si dilata e tanto si espande in Dio da essere superiore al mondo, anzi l’anima del vedente diventa superiore a se stessa. Quando viene rapita nella luce di Dio oltre se stessa, si amplifica interiormente; e mentre sublimata vede sotto di se, comprende quanto piccolo sia ciò che non aveva potuto comprendere nella sua limitatezza. Per questo l’uomo di Dio, che vedeva il globo di fuoco, vedeva anche gli angeli che tornavano al cielo, e queste cose poteva vederle senza dubbio solo nella luce di Dio.
Cosa c’è di straordinario se colui, che fu innalzato nella luce di Dio fuori del mondo, davanti a se vedeva tutto il mondo riunito? Ciò che viene detto il mondo riunito davanti ai suoi occhi, non perché il cielo e la terra si sia rimpiccolita, ma perché era dilatato lo spirito del vedente, il quale rapito in Dio poté vedere senza difficoltà tutto ciò che è al di sotto di Dio. Perciò in quella luce che brillò per occhi umani, era rappresentata la luce interiore, che era nella mente, la quale proprio perché rapì l’animo del vedente a cose superiori, mostra a lui quanto piccole erano le cose inferiori.
Pietro: Allorché la tua esposizione, a causa della mia limitatezza, si era fatta troppo elevata, non avevo capito le cose che avevi dette. Ma dal momento che ora queste cose le hai somministrate ai miei sensi con chiarezza, ti prego, di tornare al corso della narrazione.

La regola Monastica

Sarebbe bello raccontare ancora molte cose di questo venerabile padre, ma alcune cose le tralascio volutamente, perché mi preparo a narrare le opere di altri. Voglio, però, che tu sappia che l’uomo di Dio, fra tanti miracoli, per i quali splendette nel mondo, rifulse anche non poco per la opera dottrinale. Infatti ha scritto la regola dei monaci, eccezionale per discernimento, considerevole per contenuto. Se qualcuno però vuole conoscere più dettagliatamente i costumi e la vita di lui, può trovare nell’apprendimento della regola tutti gli insegnamenti del suo magistero: il santo uomo in nessun modo insegnò diversamente da come visse.

La profezia della sua fine

Nell’anno, in cui stava per uscire da questa vita, ad alcuni discepoli, che si intrattenevano con lui e ad altri, che si erano allontanati, preannunciò il giorno della sua santissima morte. Ai presenti ordinò di coprire con il silenzio le cose udite, agli assenti indicò quale segno sarebbe ad essi accaduto, allorché la sua anima sarebbe uscita dal corpo. Sei giorni prima della sua morte fece aprirsi la tomba. Successivamente fu preso dalla febbre e un forte calore prese a fiaccarlo. Dal momento che di giorno in giorno il malessere si aggravava, il sesto giorno si fece portare dai discepoli nell’oratorio e lì fortificò la sua morte ricevendo il corpo ed il sangue del signore, e mentre le sue deboli membra erano sostenute dalla mani dei discepoli, levate le mani al cielo, si alzò ed emise l’ultimo respiro tra parole di preghiera. Quel giorno apparve una stessa ed identica visione a due dei suoi frati, uno che dimorava nel monastero, un altro che si trovava lontano. Videro infatti che una strada, in linea dritta verso oriente, coperta di mantelli e splendente per innumerevoli luci si dirigeva dal suo monastero fino al cielo. Un uomo di aspetto venerabile, che luminoso era posto in alto, chiese di chi fosse la via, che vedevano. Essi confessarono di non saperlo. Ad essi disse: questa è la via , attraverso la quale Benedetto, caro a Dio, sale al cielo. Allora così videro come i discepoli presenti videro la morte del santo uomo, così gli assenti la conobbero dal segno che gli era stato preannunciato. Fu sepolto nell’oratorio di san Giovanni Battista, che egli stesso aveva costruito, dopo aver distrutto l’altare di Apollo.

La guarigione di una donna impazzita

Benedetto, anche in quella grotta, posta prima del lago, in cui all’inizio dimorò, splende per miracoli, anche ora se la fede degli imploranti lo richiede. Da poco, infatti, si è verificato il fatto, che racconto, di una donna impazzita, che, avendo perso del tutto la ragione, vagava di giorno e di notte, per monti e per valli, per campi e boschi: si fermava soltanto li dove la stanchezza la costringeva a riposarsi. Un giorno mentre eccessivamente errabonda girovagava, giunse alla grotta del santo uomo Padre Benedetto, e lì essendo entrata ignara, sostò. Fattosi però mattina, uscì con la ragione guarita come se mai avesse avuto alcuna alterazione della testa e rimase per tutto il tempo della sua vita nello stato di salute, che aveva ricevuto. Pietro: Perché diciamo che negli stessi santuari dei martiri avvertiamo per lo più che essi non tanto procurino benefici attraverso i loro corpi, quanto per le reliquie, e compiano miracoli più straordinari li dove non sono sepolti?
Gregorio: Dove i santi martiri giacciono con il loro corpo, o Pietro, è certo che possono compiere molti miracoli, così come fanno, e compiono innumerevoli miracoli per coloro che li chiedono con anima pura. Ma poiché le menti incerte possono avere il dubbio che forse i santi non siano presenti per esaudirli, dove tutti sanno che non ci sono i loro corpi, lì è necessario compiere miracoli maggiori, proprio dove una mente incerta può dubitare della loro presenza. Chi invece ha la mente fissa in Dio, ha un merito di fede tanto maggiore quanto più sa che lì, dove non giace il corpo del santo, e che non mancheranno certamente di essere esauditi. Per questa ragione lo stesso Verbo disse, per aumentare la fede nei discepoli: Se non andrò via, lo Spirito Santo non verrà a voi. Tutti sanno che lo Spirito Paraclito procede sempre dal Padre e dal Figlio. Perché il figlio dice che si allontanerà, perché lo Spirito Sano venga, se mai si allontana da lui? Dal momento che i discepoli vedevano il signore nel corpo e desideravano ardentemente di vederlo sempre con gli occhi corporei, giustamente dice loro: se non andrò, il Paraclito non verrà, come se apertamente dicesse: se non mi libero del corpo, non posso mostrarvi chi sia lo Spirito, che è amore; e se non cesserete di vedermi materialmente, mai imparerete ad amarmi spiritualmente.
Pietro: Mi piace ciò che dici.
Gregorio: bisogna ormai chiudere per un poco la conversazione, allo scopo di ristorare nel frattempo nel silenzio le energie della parola, se vogliamo prepararci a raccontare i miracoli di altri.


La foto in copertina mostra la statua di san Benedetto nel nuovo centro civico di Trevi nel Lazio.

Copyright 2012 © ADOP - Associazione D'Ottavi Paolo - Tutti i diritti riservati
Per problemi o domande su questo sito Web contattare mailto:info@associazioneadop.it
Ultimo aggiornamento: martedì 07 luglio 2015.