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Poesie: - Rete di nuvole - Risposta a Montale - Testi di canzoni




La pubblicazione delle poesie dell’autore D’Ottavi Paolo, recentemente scomparso, vuole essere un invito a liberare il mondo delle emozioni ed imparare a leggere se stessi attraverso lo strumento ottico dell’opera dell’artista, per poter cogliere e vedere quello che senza libro non si avrebbe modo di cogliere e vedere in sé. Vuole rappresentare, altresì, per i giovani, in genere lontani dal mondo dei versi, un’occasione per avvicinarli alla poesia, una opportunità speciale per fargliela leggere e creare momenti di scoperta e novità. La poesia nell’attuale società in veloce trasformazione e di forte massificazione, può ancora dare l’idea che sia possibile essere protagonisti della propria esistenza. Essa ha e continuerà ad avere un posto di grande rilievo nel mondo e nell’interiorità di ciascuno. La responsabilità di ognuno di noi è di non relegarla in secondo piano, perché essa contribuisce in modo incisivo alla crescita dell’uomo, combatte il degrado delle idee, colma gli animi di stupore, perché dà una visione reale delle cose, scoprendo l’essenzialità nascosta ed eliminando il superfluo che noi aggiungiamo.

Presidente dell’associazione di volontariato
“ADOP Associazione D’Ottavi Paolo”



Questo volume, è diviso in tre sezioni.
- La prima intitolata “Rete di Nuvole”, poesie composte negli anni 1961-1967, raccolte e pubblicate dall’autore.
- La seconda intitolata “Risposta a Montale”, poesie composte negli anni 1970-2010 e per la prima volta pubblicate in questa edizione.
- La terza raccoglie alcune canzoni i cui testi sono stati composti negli ultimi trent’anni della sua vita.




PRIMA SEZIONE

Rete di nuvole

Poesie
1961-1967

Ai miei genitori
e a te che mi vuoi bene


Rete di nuvole
sulla nostra fantasia:
ombre sulla vita umana
e spiragli d'infinito




La nostra sera

La nebbia della valle
sale a noi.
E’ la nostra sera:
il mio petto si frange
nebbia di nebbia;
su la pelle
la rugiada della nostra primavera.


Balconata di monti

Da questa balconata di monti
s’è tuffata col vento
l’anima mia;
la macchia,
dove il vento s’è perso,
ha raccolto i brandelli
della mia felicità.


Ricorda….!

Ricorda questa neve, questa quiete
e questi passi muti
che ci hanno visti nudi
della vanità.
Ricorda almeno questo stracco abete
carico di neve
come noi, ma è lieve,
di felicità.
Se un giorno avessi sete
di neve come adesso
tu sarai te stesso:
chiederai di me:
ricorda almeno questo stracco abete
carico di neve
come noi, ma è lieve,
di felicità.


Felicità

Io seguo adesso
il tenue dondolio
dei pensieri miei:
altalena
di nuvole rosa
in una immensità serena.


Walzer per una medusa

Un sole di fuoco
ha visto alla riva
sospinta dal mare
una medusa vestita da sposa.
E le ombre discese,
via via più nere,
hanno ballato,
accompagnando l’attesa,
un walzer di morte.


Le foglie del male

Verde
cerco una foglia tra i rami,
dove non c’è più vita;
un fiore con degli stami
sopra la neve.
Secche solo le foglie del male
ci sono, miseri steli.
E’ ciò che il cuore non vuole
che deve amare.


Libertà

Dietro le file,
ho atteso le razioni:
lo stomaco urlava,
e di ghiaccio erano le mie mani.
Unto, il fucile,
a un angolo vegliava
sulla mia disincantata libertà.


Pattuglia

Questa neve è cattiva.
Ebria, su quelle pecore
sperse, sui nudi alberi,
si scaglia.
Su noi! Stanchi soldati!
Non abbiam più voce.
Non abbiam più viso:
solo un’anima liscia! Fredda!
Ma ribelle.


Stanchezza

Sono tanto stanco, stanco di sognare.
Non ho trovato un frutto in cima al melo
o una conchiglia sola in mezzo al mare.
Ed ho la testa tanto appesantita!
Le mosche infreddolite addosso al muro
dicono che l’estate è già finita.
Vorrei soltanto non poter pensare,
sciolto cavallo della prateria,
e questo non è che sognare.
E sono stanco, stanco di cercare
se c’è quel frutto adesso in cima al melo
o la conchiglia sola in mezzo al mare.


Cuori di nuvole

Noi siamo…
Acqua di cielo;
cuori di nuvole
bianche, sospese
sopra un melo in fiore,
o perse nell’immensità.


Trifoglio di prati

Noi siamo trifoglio di prati,
ebrio di soffi e di sole.
E la falce è nell’ombra!


Vivi e canta o mio cuore

Vivi e canta, o mio cuore!
I palpiti
di una pupilla, che beve
il primo sole del giorno
intorpidito;
i fremiti
di un diapason impazzito,
sono momenti senza ritorno
nel giorno umano
che muore!
Vivi e canta, o mio cuore!


Davanti al mare

Stendiamoci al quel sole:
potremo scordare!
Stendiamoci insieme a quel mare
che non si muove più.
In questo silenzio di luce
noi torneremo a sognare,
davanti ad un placido mare,
una illusione di più.


Soffio di vento

Un soffio di vento:
è la sera;
un battito d’ali:
è la pioggia,
sopra questa terra aperta,
arroventata,
sopra questa terra assetata,
più di noi, di vita.


Sul colle

Il giorno da poco s’è spento.
Dal bosco assonnato
quest’oggi s’è alzato
un solo sussurro di vento.
E’ stato un momento,
un fantasma e vanì.
Ma l’erba del colle ha vissuto;
le foglie argentate
d’ulivo, agitate,
hanno dato un allegro saluto
al giorno, che muto,
s’è perso nell’oscurità.
E noi guardavamo la valle,
all’ombra, assonnati;
ma siamo rinati
bevendo quel soffio, sul colle,
insieme alle bianche farfalle,
svanite nell’oscurità.


Amore

Una ferita
scavata lungo le coste
del monte è la via.
Una via, scavata
lungo le coste del cuore,
questo amore.


Unghia di luna

Un’unghia di luna
solfeggia stasera
la muta romanza
della mia malinconia.


La neve

Cade la neve sui monti,
cadono tanti miei sogni.
Il mondo si copre
di una nuova verginità.
La terra è fatta di fiocchi,
il giorno declina pian piano;
risuonano rintocchi:
che altro più resta per me?


Statua di sale

Ho baciato una statua di sale;
le labbra tormentate
hanno il sapore
della tua amarezza, o vita!


Al termine di una stagione

Nel mattino
ho unito quattro gocce di rugiada;
a mezzo giorno
già non eran più.
Lungo la strada che non ha ritorno
mi hanno visto chino
sopra vetri che non brillano più.
Ora
senza più parole
resto a mirare,
già cadente, un sole,
come un pino arso
dal vento che sospinge il mare.





SECONDA SEZIONE

Risposta a Montale

Poesie
1970-2010




Alla memoria di Paolo D'Ottavi




"Vivere o morire non è punizione
se è dato di essere felici
un giorno, un’ora, un attimo."




I nostri lunghi silenzi

Ti ho parlato con parole che non hanno suoni,
ed è stato come dirti tante cose,
modulate su frequenze sconosciute,
senza possibilità d’interferenze
di malintesi o d’incomprensioni.
Ti ho parlato con parole, che non hanno suoni.
Anche l’eco senza voce di correnti sotterrane,
mai udita da folaghe e gabbiani,
si spegne negli acquari degli abissi,
in profondi di azzurro e di smeraldo:
ora sai perché sono incompresi
i nostri lunghi silenzi!


Tre bocche di leone

Su davanzale delle finestre sempre chiuse
della casa comunale sono fiorite
inaspettate tre bocche di leone.
Giurano che le api o il vento
furono a disperdere un seme, mai disperso.
C’è chi insegue il senso delle cose;
c’è chi crede disperse tante cose e sono vive:
tre bocche di leone parleranno al vento?
A nessuno è data la corsia di viaggio
e la pista che si batte non è mai diritta
e può accadere di credere un arrivo
ad ogni curva, anche quando ancora
lungo è il cammino che ci resta.


Smarrimento

D’ogni cammino sta scritto smarrimento:
le partenze vere sono senza ritorno.
C’è chi finge un addio ad ogni partenza
e sono addii gli incontri le soste
e le coincidenze.


Il burattinaio

Non ti ho mai chiamato micetto o uccellino,
eppure un animale sei certamente
di quelli non visibili, ma presenti sempre.
Compiacerti di tutto, dispiacerti di niente
è il senso della tua divina indifferenza.
Io mi scopro in guerra
contro i mulini a vento
e sento i fili del burattinaio.


Colle Quadruni

Colle Quadruni è un recinto di arbusti
e una moquette di erbe,
che abbiamo consumato a rincorrerci
ad abbracciarci teneramente, a lasciarci:
un giardino e la nostra vita.
E’ questo, certo, il simbolo delle catene umane
che il tempo unisce e discioglie,
il bene ed il male della nostra vita
che nel rimpianto si coglie interamente.


Risposta a Montale

Credere che siano l’infinito
i silenzi di Giove o le luci
senza tramonto delle galassie
non è minor errore del credere
che sia l’uomo un re
-(anche se tanto decaduto)-, nell’universo.
Vivere un’ora, cento anni
o i lunghi giorni di un’era
geologica non conta per la durata.
Del vivere conta il principio
più che la fine e la fine
è sempre una conferma di un inizio
già avvenuto, perché niente
può essere perduto, se mai fu nato.
Vivere o morire non è punizione,
s’è dato di essere felici
un giorno, un’ora, un attimo;
s’è dato di scoprire gli spazi
intermondani e di scrivere miliardi
di poesie, sconosciute ai gioviani.
Vivere e morire non conta
solo in assoluto: sui mari d’infinito
non giunge l’eco di burrasche, e imbarchi
o approdi non conosce la navigazione.
Solo a chi nasce e muore
è dato di provare eterne le attese
di un momento e disperate
le solitudini di un giorno,
ma di toccare con un dito il cielo
davanti agli occhi di Silvia
ridenti e fuggitivi e di irridere
sorella morte, anche quando
un solo ultimo filo lega alla vita
e lenti e cupi incombono
rintocchi di campane a morto.


La verità

La verità non è una porta
che si apre suonando il campanello;
nemmeno una porta di servizio
riservata agli addetti, a pochi eletti:
geni, filosofi, scienziati.
Forse è soltanto una finestra
di cristallo, un mosaico di prismi ottici.
Per veder qualcosa c’è da tener conto
delle rifrazioni, degli angoli
d’incidenza, delle riflessioni.
Veramente chi non crede d’aver
fatto i conti giusti se intravede
nel buio anche solo uno spiraglio?
La verità non è una porta
e nemmeno una finestra di cristallo.
C’è chi crede che sia un lungo viaggio,
che non segue un percorso già battuto
che non ha un arrivo già segnato.
Quando credi di scorgere un’insegna
e l’ultima stazione di lontano,
non v’è più il tempo allora di voltarsi
per segnalare prossimo l’arrivo:
non v’è nemmeno il tempo di un saluto.


Il Glicine

Mi sorprende ogni volta la tua comparsa,
improvvisa, silenziosa, un po’ nascosta,
o glicine, nei giorni di primavera.
Conosco profondamente la tua anima
di rampicante. Infastidisce chi crede
che quella non sia un’esigenza
di sopravvivenza, ma piuttosto un’occasione
irrinunciabile, -(per la tua non prorompente,
ma nobile bellezza)-, di vanità.
Mi sorprende ogni volta, o glicine, la tua
comparsa tra l’edera sopra tutto e la vitalba;
tra i vecchi pergolati senza gemme e le robinie,
quando interamente si manifesta la tua
anima di sottile, adorabile invadente.
Tu sai che la tua bellezza così misurata
non è tanto ammirata, quando la mostri
nuda o in esclusiva, ma più compare
quando è confusa o insinuata tra i sempreverdi,
destinati a subire il fascino delle tue
orfiche esistenze, e a soffocare,
davanti alla tua suadente eleganza,
la loro modesta selvatica apparenza.
A tanti il tuo modo di comparire
assomiglia, o glicine, ma è comune
il tuo arrampicarti per arrivare,
il tuo insinuarti per soffocare.


A mia madre

Col tuo nome, che è ora più caro,
non chiamerò più nessuno. E nessuno
ascolta le parole, sempre più dolci,
che ci diciamo, in questo nostro
tempo d’addio. Tempo ch’è un attimo:
il tuo ultimo sguardo d’amore,
e già una pioggia di lacrime,
che per te sola cadono,
bagna i pensieri e più struggente
è la tenerezza, che mi invade pensandoti.


Rivivere

S’aprono profondamente e d’improvviso
le cose che più fanno resistenza.
Se in una dolomia compatta e impermeabile,
spazi senza fine si sono aperti
d’improvviso ad un’acqua venuta da lontano,
ora sai perché tanti gesti di te
sono milioni di fossili
imprigionati in una roccia
sulla quale adesso affiora
qualche filo d’erba e qualche musco.
Rivivere è il segreto forse delle cose: ho udito il canto del cuculo,
dolce come no mai, morire in un occhio di sereno:
e non era maggio!


Le nozze di Adamo

Fiori d’arancio di pesco di melo
per le nozze di Adamo.
Testimone curiosa una capra,
che rumina distrattamente fiori
di biancospino e gemme di arbusto.
Testimoni distratti
una coppia di buoi, interessati
a gustare nei prati il sapore
del trifoglio rinato:
testimoni irriverenti
puledri lanciati in folle galoppo.
Muove il muso la capra,
gli occhi sono per Eva
illanguidita dal tepore di primavera
da questo primo amore
della sua vita.
Gli occhi persi negli occhi
e l’ansia crescente di amare
fa scordare agli innamorati
il mondo ed una capra, colpita
da brividi strani, forse soffi primaverili
che si lancia verso la valle
incontro alla sera ed all’amore.


Il n'y avait plus

Hai trattato questo amore
come un profumo spruzzato
un poco al giorno, con l’atomiseur.
Avevi certo bisogno
d’inebriare e d’inebriarti
per esser certa che fosse ton parfum.
Quando hai creduto che fosse
l’essenza giusta per la tua avvenenza
il n’y avait plus.


Il Murice

Hai creduto di essere tanto sola
ad attendere un abbraccio. Mancato.
Chi ha visto i tuoi occhi
ha compreso il vuoto di tanti giorni.
Prima d’oggi veramente non sapevo
che nel vuoto cristallizzano geodi.
Quante profondità nascoste
hanno illuminato gli occhi tuoi.
E così anche il vuoto è tanto pieno
e non so credere che tu ti spenga
come un murice che dona
l’ultima e prima stilla di porpora.


Il mare di Lesbo

Credevo di essere un sofista matricolato
od anche un logorroico simulatore
di scienze psicanalitiche e ambientali.
Con te io mi ritrovo senza parole
e scopro lo smarrimento dello squalo
senza risorse, che trova scampo
nel mitico infinito mare di Lesbo.


Next Time

Scoprirai che in un ventaglio di giorni
si consuma il tuo cammino. Credere
in un approdo dopo la traversata
è il sogno dei sogni.
Se il distacco chiude un incontro,
se una devastante bufera
sconvolge uno spiraglio di quiete,
non sei per questo naufrago
nella tempesta. L‘agave sulla scogliera
squassata dai venti del mare
pare agitata da un’ebbrezza di vita.
Scoprirai che in un ventaglio di giorni
è il tuo cammino, nelle pieghe
del tempo, l’itinerario segnato, in un incrocio la fermata o la sosta,
se le insegne portano scritto:
un altro giorno.


Piazza delle Chiacchiere

Anche a piazza delle chiacchiere di Porto Cervo
erano in troppi a guardarti: a notarlo
erano in pochi o forse la mia gelosia soltanto.
Ho invidiato, anche se alitavo sulle tue spalle,
le sabbie lunari di Santa Teresa di Gallura
ed il sole illanguidito, non so se dallo smeraldo
del mare o dalla tua pelle divinamente scura.
E i tanti che ti guardavano, mi parevano
troppo pochi a rendere omaggio alla magica
indifferenza della tua bellezza.
Mi combatte, lo so, il desiderio dell’esclusivismo
ed il piacere di mostrarti a tutti così bella.
Sono questi forse gli ingredienti della umana
favola dal sapore dolceamaro, che a tanti
parve delle condanne la più amara.
Io, per me vivo nel modo, che solo
dà un senso a questa vita.


Addio

Se è scritto che tanti viaggi
siano senza ritorno,
che siano arrivi anche le partenze,
ora so che questo viaggio
è senza fine, perché ho creduto
di muovere dei passi
che non si erano mai mossi,
perché tante cose mi hanno detto:
addio!


Foglio di via

… ma non potrai dimenticare
che questo viaggio non avrà ripetizione,
non vi saranno nuove fioriture
di stagione, perché sul mio foglio
di via indelebilmente
tu vi ha scritto.


Muro di nubi

Se s’apre in un muro di nubi
una finestra d’azzurro,
s’appende
ad una corda di sole
un’altra speranza
di cose, che sono
fumi di nebbia
schiume di mare,
soffi di vento,
brandelli di desiderio:
una vita che si scopre in barlumi
in una notte nera da tempesta.


Vorrei essere

Vorrei essere,
vorrei essere la tua febbre,
una febbre, che brucia e non consuma.
Vorrei essere la febbre
che accende i tuoi occhi
che hanno bagliori di stelle.


Monte Tarino

Quante volte ci siamo
lasciati dietro tante foglie
accartocciate nei valloni di Fiumata,
dove l’autunno ed il sole, scenografi
senza confronti, usano approntare
scenari riservati ed esclusivi.
Salivamo verso Tarino a passi
silenziosi, tra i ginepri nani
e l’erba spada. Salire era
come scendere. A darci le ali
non era una particolare leggerezza:
provavamo l’elasticità degli archi tesi.
Anche oggi il tuo viaggio
prevede un’escursione e avranno
le ali i passi tra i ginepri nani
e l’erba spada di Tarino.
Ma la cordata non è più la stessa:
era scritto che questa fosse
una tappa in esclusiva
con un traguardo, che è
un incrocio di percorsi
ed una nuova linea di partenza.
Domani riprende forse
su strade parallele anche il nostro
viaggio tra i ginepri nani e l’erba spada,
ma l’escursione non esclude
incontri soste e coincidenze,
seguo, per questo, anche oggi,
come mia, la tua scalata
e con te provo l’elasticità
degli archi tesi.


Lagrime

Sulle tue gote di luna
ho visto tante lagrime cadere.
Nei tuoi occhi erano le lagrime
dolcezza, nelle mie mani
parevano rugiada ed erano soltanto
gocce di mare che nascondono il sale.
Hai capito così che un dolore
veramente grande
ha radici solo nell’amore:
dopo tante lagrime
hai capito forse le mie ferite.
Come dolcemente ti guardavo:
sulle tue spalle cadevano i capelli
come glicini in fiore sopra un muro,
ed ho raccolto tutte le tue lagrime
che tu ritroverai, domani, nelle mie parole.


La Mela di saffo

Tu sei la mela alta sopra il melo:
non fu dimenticata alla raccolta.
Sola rosseggia nella folta chioma
del melo: perché troppo in alto
non fu colta.


Hai gli occhi del girasole

Hai gli occhi del girasole
alto sul ciglione del giardino
dove fioriscono in aprile
in un tappeto di muschi
i biancospini. Sono
i tuoi sorrisi increspature
del profondo mare
che nasconde in superficie
sotterranee inquietudini.
Non usano per questo le tue parole
gli aggettivi, ed i superlativi
li lasci ai ministri del culto,
ai sofisti, ai parolai.


Le stelle

…e son tornato a riveder
le stelle, migrazioni di luce
senza tempo, costellazioni eterne
ipnotiche, per chi ha voglia
infinita di tenerezza.


Il maggio ciondolo

E’ un’abitudine cercarti,
o maggio ciondolo, quando la macchia
veste di primavera Coste d’Altipiani.
Le tue pendule infiorescenze,
confuse tra gli arbusti o affacciate
sui ciglioni, disegnano artistiche
composizioni senza eguali.
La tua bellezza mi conquista,
forse, per reminiscenze oniriche
dell’adolescenza, quando con tanti
sul far dell’alba, a maggio,
offrivo la tua ghirlanda
alla bella Madonna di Portella.
E’ un’abitudine cercarti,
o maggio ciondolo, quando
t’affacci sui ciglioni
o confuso tra gli arbusti,
per ritrovarmi, forse,
senza i segni del passato
per rivedermi, certo,
come più non sono.


I tuoi occhi

Appartengono i tuoi occhi
all’immenso verde mare.
Appartengono i tuoi occhi
ad un mondo di magia:
guardarti è già abbastanza,
sognarti una necessità.


Neve

Se questa neve ha un’anima,
stanotte cade di gioia,
e mi copre, come ti copro,
con queste grandi mie braccia.
Vivo, se guardo i tuoi occhi, così caldi
che non sono gli occhi di cristallo,
che ci guardano dalle gronde delle case scomparse.
Su un letto di neve
consumeremo le nostre nozze,
che hanno per testimoni
solo occhi di lepri fuggitive,
impaurite, come noi, di questo
grande, immenso, immacolato amore.
Se questa neve ha un’anima…


Nido d’aquila

Con te io mi ritrovo
scalatore immaginario,
un rocciatore, alla conquista delle tue vertiginose
irraggiungibili pendenze,
dove si accampa in alto
un nido d’aquila.




TERZA SEZIONE

In ricordo di Paolo D'Ottavi

Testi di canzoni
1970-2010




Alla memoria di Paolo D'Ottavi




"Corri, corri treno
E non fermarti mai,
la gioventù che porti è il meglio che tu hai…"




Non so

Non hai mai udito il vento
oltre i monti sconvolgere
le nuvole del cielo?
Non sono meno inquieti
questi giorni, sono sconvolti
anche i miei pensieri.
Non so se questo è autunno
o primavera, se questo
è il primo viaggio o l’ultimo
a finire, non so se questo
è solamente un rifiorire
di cose che hanno nome amore

Attesa

Sono giorni ormai,
che non ti vedo più.
Qualcosa c’è tra noi
che non torna più.
I tuoi silenzi sono
attese senza fine,
e non c’è un momento
che non penso a te.
I glicini sul muro
saranno presto in fiore,
e mi prende già una voglia
di morire, perché non so pensare
che tu sarai lontana da me.
Perdonami, io non sapevo
cosa fosse perderti!
Ascoltami, se almeno
questo ancora ti è possibile:
ci sono tanti giorni per rivivere
se questa attesa utile sarà.

I giorni delle mimose

Scompaiono le vele all’orizzonte
gli uccelli sono andati tutti via
non è stata così sola casa mia
anche i pensieri son fuggiti insieme a te.
Che andassero gli amici via lontano
era scontato già dal primo giorno
ma mai avrei creduto che un inverno
avrei visto rifiorire le mimose senza te.
E dalla finestra guardo il cielo
guardo il mare e resto a pensare
come erano i giorni delle mimose.
Penso a tutte le cose
che ho vissuto con te
e scende la sera
e mi porti via
malinconia insieme a te.

Alcione

Se mi resta ancora un volo
per toccare una volta il cielo
per entrare dentro il sereno
vorrei che fosse solo con te.
Giovanna ragazza d’alto cielo
dagli occhi e un ciuffo d’aquila
vorrei levarmi a volo
per essere da solo,
se vuoi, accanto a te!

Ciliegi in fiore

Non so accontentarmi più
e tu sai perché:
non si può volere
ciò che non hai
conosciuto mai.
Non so accontentarmi più
ora sai anche tu
che d’abitudini d’amore
non si vive più.
Se avessi visto
sui picchi innevati del Viglio
arcobaleni di nebbie fuggitive,
se avessi visto sotto un cielo sereno
ombrelli di neve come ciliegi in fiore
cercheresti anche tu
strade mai battute
cercheresti anche tu
un nuovo grande amore.

Vecchio cerilo

Allunga il volo, vecchio cerilo, sul mare,
quell’isola lontana ti potrà salvare!
Non sarà una tomba per un cerilo che muore,
insieme a quelle alcioni,
troverai l’amore.
C’è sempre una partita da giocare
anche per chi ha voglia di morire.
Rimescola le carte, puoi credere nella vita:
le regole del gioco contano
per chi è nato prigioniero,
ma una finestra aperta rimane sempre,
se tu vuoi volare!

Profumo di fiori

Profumo di fiori
li ho colti in montagna per te
l’inverno è di ieri
è primavera per me
e canto e tu sai
cos’è questo amore per me:
una dolce musica nel cuore
sento se mi sei vicina
canta l’amore dentro di me
vive il mio cuore
e solo per te.

Un’avventura

Se quel che perdo
è solo un’avventura
se tu mi vuoi
di un giorno prigioniero
averti conosciuto è una follia
e giuro che non ho paura
non ho paura se vai via.

Strapiombi di mare

Strapiombi di mare:
ti affacci a guardare
l’azzurro profondo
vi cerchi il tuo mondo.
Ma scorgi una vela
che fugge lontana
la vita è una tela
che non si dipana.
Ma ti rimane la nostalgia
di cose che il tempo si portò via.
Strapiombi di mare
profondi pensieri
ti affanni a cercare
il mondo di ieri.
Ma scorgi una vela
che fugge lontana
la vita è una tela
che non si dipana.

Cuore

Non puoi rubarmi con i tuoi occhi il cuore
io non riesco a credere ad un amore
che dura lo spazio di un mattino
anche se è mio destino
avere solo te.

Il ritorno del treno

Il ritorno del treno
in un giorno d’estate
le bandiere spiegate
gridavamo libertà.
La vittoria sul viso
la fierezza negli occhi
irridemmo gli sciocchi che odiano
la libertà.
Corri, corri treno
e non fermarti mai
la gioventù che porti
è il meglio che tu hai…
Corri, corri treno
e non fermarti mai
ci siamo dentro noi
che non moriremo mai…

Ti riconosco

Ti riconosco dal rumore dei passi
dal profumo che lasci
da un tuo gesto
un foulard.
Tanti giorni all’alba
pensarti è già felicità
e ti amo
perché è così bello averti
è così facile trovarti
anche quando non so dove tu sei.
Ti riconosco
quando balli e impazzisci,
ma sempre di meno di chi sta intorno
a guardar.
Ti riconosco
dalle voci degli altri
che mi invidiano e non sanno
come tu sai amar.

I tuoi occhi color verdemare

I tuoi occhi color verdemare
la tua pelle color albicocca
quel che voglio non è la tua bocca
ma l’amore per me.
Il giallo vivo dei prati
i campi di limone in fiore
i suoni di tante cose dimenticate
le ho ritrovate con te.
Che ne sai tu se questo è immenso amore
se non sai che voglio consumare
tutti i giorni insieme a te
perché tu mi vedi
come questo sole
che accarezza solamente la tua neve
che non si scioglie mai.
Primavera risplende sul viso
un mare di voci è il mio cuore
non ti chiedo soltanto un sorriso
ma l’amore per me.


Indice

PRIMA SEZIONE
La nostra sera
Balconata di monti
Ricorda…!
Felicità
Walzer per una medusa
Le foglie del male
Libertà
Pattuglia
Stanchezza
Cuori di nuvole
Trifoglio di prati
Vivi e canta o mio cuore
Davanti al mare
Soffio di vento
Sul colle
Amore
Unghie di luna
La neve
Statua di sale
Al termine di una stagione

SECONDA SEZIONE
I nostri lunghi silenzi
Tre bocche di leone
Smarrimento
Il burattinaio
Colle Quadruni
Risposta a Montale La verità
Il glicine
A mia madre
Rivivere
Le nozze di Adamo
Il n’y avait plus
Il murice
Il mare di Lesbo
Next time
Piazza delle chiacchiere
Addio
Foglio di via
Muro di nubi
Vorrei essere
Monte Tarino
Lagrime
La mela di Saffo
Hai gli occhi del girasole
Le stelle
Il maggio ciondolo
I tuoi occhi
Neve
Nido d’aquila

TERZA SEZIONE
Non so
Attesa
I giorni delle mimose
Alcione
Ciliegi in fiore
Profumo di fiori
Un’avventura
Strapiombi di mare
Cuore
Il ritorno del treno
Ti riconosco
I tuoi occhi color verde mare

Paolo D’Ottavi è nato a Trevi nel Lazio nel 1940. Ha studiato presso i Padri Scolopi, conseguendo un’ampia cultura umanista, base delle sue articolate, profonde ed inedite ricerche storiche. La poesia, però è la sua prima passione, è il cuore del suo laboratorio “di ricerca”. Dei molti temi che ricorrono nell’opera, l’amore, la malinconia, la solitudine, la felicità, uno sembra prevalere sugli altri: quello del senso vero delle cose, della verità oltre l’apparenza, del “viaggio” unico ed irripetibile di ogni esistenza umana. “Vivere o morire non è punizione, se è dato di essere felici un giorno, un’ora, un attimo..”



Prolusione del Prof. Sergio Gabriele, critico d’arte, nel giorno della presentazione dell’associazione ADOP tenutasi il 26 Luglio 2012 presso il Museo delle Piante a Trevi nel Lazio (FR). La prolusione è stata pubblicata dall'autore sul sito: http://sergiogabriele.it con il titolo:

"Paolo D’Ottavi – Solo un’anima liscia, ma ribelle”.

Il primo richiamo che ci evoca la Poesia di Paolo D’Ottavi è il crepuscolarismo e i suoi interpreti migliori, da Carducci a Pascoli, lo stesso D’Annunzio, con umori foscoliani, poi lo stesso Dante Alighieri, “e son tornato a riveder le stelle… costellazioni eterne ipnotiche, per chi ha voglia infinita di tenerezza”, una rinascita anche dal Paradiso visto come solo frammento del tempo universale. Di dannunziano stupisce in D’Ottavi il tratteggio di una natura silente che parte da piogge sul pineto per arrivare a meno auliche ma non meno interiori esternazioni dei concetti panici di vita, morte, e tempo soprattutto, e donna, e amore. Si prosegue con ventate di decadentismo baudelairiano, si legge ne “Le foglie del Male” “...secche, solo le foglie del male ci sono, miseri steli. E’ ciò che il cuore non vuole che deve amare”, espressione della visione critica dell’universo, non solo degli stili, che D’Ottavi insinua anche nelle più tenere e impalpabili poesie d’amore, il confronto impietoso con la natura debole dell’uomo, quella capace dell’offesa e del dileggio alla perfezione del mondo.
Ed è proprio in questa lettura “dolorosa” della felicità, critica appunto, che D’Ottavi, che d’ora in poi chiamerò Paolo, emula i crepuscolari, nel senso più che nella forma, a partire da una Natura che è empito d’amore, canto di perfezione, ma che genera sempre, nelle sfumature portanti, il senso del dolore che il poeta finisce sempre per intravedere nel respiro del cosmo, e che ci riporta al nostro conterraneo acquisito, siciliano d’origine, Bonaviri e i suoi empiti di sofferenza preconizzata proprio nell’afflato della Natura, quasi ci richiamasse al destino inevitabile di decomposizione che l’uomo s’è dato. In Paolo è un dolore, beninteso, mistico, non pessimistico, un ritorno del tempo, altro tema fondante in lui, che non è semplice nostalgia, semmai un ripasso continuo del futuro auspicato di bellezza e felicità. Nella sublime poesia dedicata al Glicine egli parla alla pianta come ad un essere umano, come ad una donna, con il risultato di comprenderne doverosamente le derive di dolore, “Mi sorprende ogni volta la tua comparsa improvvisa, silenziosa, un po’ nascosta, o glicine, nei giorni di primavera” ... “conosco profondamente la tua anima di rampicante”... “...quando si manifesta la tua anima di sottile, adorabile invadente” ... “Tu sai che la tua bellezza... più compare quando è confusa o insinuata tra i sempreverdi”, è l’espressione delle traversìe dell’uomo che fanno della sua anima liscia una ribelle di comprensione, il confronto con l’immanenza come sede stessa della felicità, come diceva Schopenhauer. “A tanti il tuo modo di comparire assomiglia.. ma è comune il tuo arrampicarti per arrivare, il tuo insinuarti per soffocare”, ecco, per soffocare, come a volte fa l’amore e con esso la sua portatrice per definizione, la donna.
La figura della donna in Paolo è ciò che più lo accosta a Montale, cui stesso è dedicata la seconda sezione della raccolta, “In risposta a Montale”, appunto, quasi si trattasse di un carteggio ideale con il senso che questi mostra di donna, e amore. Tornano subito alla memoria le “Lettere a Clizia” di Montale, scritti accorati che rivolge alla intrepida americana che bussò un giorno al Gabinetto Viesseux, a Firenze, di cui Montale era direttore, offrendogli un amore forse solo di facciata, come Paolo ben tratteggia in “Il n’y avait plus”, “hai trattato questo amore come un profumo spruzzato un poco al giorno, con l’atomiseur ... Quando hai creduto che fosse l’essenza giusta per la tua avvenenza, il n’y avait plus”, non c’era più, era finito.
Badate, per Paolo la figura della donna è sacra, più che mistica, come per il vero poeta, inamovibile, indiscutibile, in quanto viatico della natura, dell’amore e della sua contraddizione, il dolore, il distacco, la perdita. La donna elevata a simbolo dell’aggregarsi e disgregarsi insieme dell’universo, ed è attraverso la sua ineludibilità che si compone la visione critica della felicità, ovvero quella che ha bisogno del dolore e della perdita per esplicarsi, nello spazio e nel tempo, quindi filosoficamente oltre che come sensazione, per assunto effimera. “Quante profondità nascoste hanno illuminato i tuoi occhi. E così il vuoto è tanto pieno e non so credere che tu ti spenga come un murice che dona l’ultima e prima stilla di porpora”, ancora una volta parla ad un mollusco, il murice, cioè alla natura come interposta presenza, la donna specchio, come la chiamava il Petrarca, altro antesignano dei crepuscolari. Medesimo per l’alcione, un uccello solitario, dei suoi voli si dice siano arabeschi, eppure, “..ragazza d’alto cielo, dagli occhi e un ciuffo d’aquila, vorrei levarmi a volo per essere da solo, se vuoi, accanto a te!”.
Magistrale la proposta alla desiata donna di rispettare le reciproche solitudini nelle quali secondo Paolo, e i poeti, solo è possibile esprimere la vera unione, quella che fa da faro alla crescita dell’amore, non alla sua esposizione in teca come un monile, o un profumo, proprio, esclusivo. “Che ne sai tu se questo è immenso amore, se non sai che voglio consumare, tutti i giorni insieme a te, perché tu mi vedi come questo sole, che accarezza solamente la tua neve”. Qualcuno potrebbe vedervi contraddizione, ma come?, vuoi passare tutti i giorni insieme a me, poi brami la tua solitudine, che la donna legge inevitabilmente in chiave di gelosia. No, il poeta ama e arriva anche dove non dovrebbe nell’ossequio all’amore, ma ha tante bocche da sfamare, che non sono altre donne da prendere. Per il poeta la donna è una sola, anche se il suo volto assume le iridescenze di un fiore, un frutto, un’altra storia. Lo spirito di Paolo è puro, incontaminato sotto questo aspetto. Nella bellissima “Le nozze di Adamo”, oltre il tratteggio di un evento di meraviglia che esula dalle verità dogmatiche, puro in sé, con animali come testimoni, quindi panico, tribalità dell’universo, dice di Eva, “illanguidita dal tepore di primavera, da questo primo amore della sua vita”. Altare di commozione.. la vituperata Eva elevata a fulgore di donna, qual è.
E la conferma di questa rocciosa sacralità è proprio in “Lesbo” o ne “La Mela di saffo”, in cui Paolo mette in fuga le ironie pecoreccie moderne circa omosessualità e tolleranza, concetti reciprocamente elidenti, per puntare al cuore della femmina, che solo Saffo, ad invidia del maschio, riesce a magnificare nell’estrema contrizione del desiderio, puro, ancestrale, che badiamo bene non è nel possesso, travisazione maschile, ma nella completa mistica di inarrivabilità, che per tanti, oltre i poeti, è assioma stesso di amore e felicità. Dice Paolo ne “La Mela di saffo”, “Tu sei la mela alta.. Sola rosseggia nella folta chioma del melo: perché troppo in alto non fu colta”.
E’ l’architrave della Poesia di Paolo, non la donna in sé, ma il confronto con il diniego, la sofferenza, l’infelicità come mattoni su cui procedere verso il valore vero della vita: l’esistere, poco importa se in funzione della felicità o del dolore, alla fine semplici dettagli, ma l’aver avuto in dono l’assistere all’esistenza. “Vivere o morire non è punizione, se è dato di essere felici un giorno, un’ora, un attimo..”. E’ la summa filosofica della vita intesa come viaggio, e basta, “A nessuno è data la corsia di viaggio, e la pista che si batte non è mai diritta, e può accadere di credere un arrivo ad ogni curva, anche quando è ancora lungo il cammino che ci resta”. E qui, oltre alla definizione “sofistica” come lui ama dire, dall’alto di una consolidata cultura umanistica, di “felicità”, ne scaturisce per naturalezza quella di “tempo” e quindi di “nostalgia” o “ritorno”. Questi non sono concetti puramente speculativi, ma l’uomo, e non solo il poeta, se non risistema, per sé, e per gli altri, gli assunti di ricordo, tempo e nostalgia, più che ad essere felice, non riesce a vivere.
Paolo sistema, per la sua felicità e quella che dona agli altri. Parlando, al solito, della natura, dice, “E’ questo certo il simbolo delle catene umane che il tempo unisce e discioglie, il bene e il male della nostra vita che nel rimpianto si coglie interamente”. Rimpianto come visione globale e non come patema. E’ identificare il viaggio come vita e non come memoria, come ci insegna il filosofo Bergson, distaccandosi da tappe, arrivi e partenze, risultati e acquisizioni che ci fanno semplicemente perdere il senso, della vita. La vita è essere, non arrivare, non semplicemente rampicare, come il glicine. “D’ogni cammino sta scritto smarrimento: le partenze vere sono senza ritorno. C’è chi finge un addio ad ogni partenza e sono addii gli incontri, le soste, le coincidenze”. Il tempo è un’illusione, la certezza è l’uomo, e il suo amore.
Il resto è un affresco di allitterazioni semantiche, istantanee del naturale, “acqua di cielo” “nebbia di nebbia”, “se un giorno avessi sete di neve”, “medusa vestita da sposa” “cuori di nuvole” “parole che non hanno suoni” se non per chi intende il silenzio, dice sempre a lei, “Ti ho parlato con parole che non hanno suoni, ed è stato come dirti tante cose .. ora sai perché sono incompresi i nostri lunghi silenzi”, incompresi perché fin troppo eloquenti. E poi canti di resistenza, della vittoria d’aver vissuto anche la sconfitta, dello spirito comunitario, perché Paolo osanna l’uomo, e la sua capacità di essere collettivo, è questa la vera felicità, il vero tempo, il vero ritorno, “Il ritorno del treno”, che poi è un viaggio eterno della vita verso il futuro,“Corri, corri treno e non fermarti mai, la gioventù che porti è il meglio che tu hai… Corri, corri treno e non fermarti mai, ci siamo dentro noi che non moriremo mai….”

Un grazie sentito al Prof. Sergio Gabriele per aver creato, con il suo intervento, un’atmosfera d’incanto, di magia trasportando ogni astante a vivere la poesia come viaggio dell’anima nei suoi aspetti più profondi e misteriosi.



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Ultimo aggiornamento: sabato 26 novembre 2016.